Una visita a Barbaresco

Barbaresco, in Provincia di Cuneo, è un paesino che domina verdi colline coltivate a vite, al confine tra Langa e Roero, lungo il corso del fiume Tanaro. Nel 2014, insieme ai paesaggi vitivinicoli del Piemonte delle Langhe, Roero e Monferrato è stato iscritto dall’Unesco nella Lista dei Patrimoni dell’Umanità.
Il suo nome deriva da barbarica sylva: questo luogo era infatti coperto da fitte foreste e vi crescevano querce gigantesche circondate da sorgenti di acqua salata ancora oggi esistenti. I primi nuclei abitativi furono realizzati dalle popolazioni liguri per sfuggire alla colonizzazione romana, che ebbe grande slancio sotto l’impero di Augusto.
Il comune è famoso in tutto il mondo per l’omonimo vino, che insieme al Barolo è tra i vini italiani più noti al mondo.

IL VINO BARBARESCO

Questo vino, composto al 100% da Nebbiolo, è di colore rosso intenso, con tonalità dal rubino al granato e riflessi aranciati se invecchiato. Ha un sapore asciutto ed è ideale per accompagnare selvaggina, tagli di carne alla fiamma e ricette in umido come bolliti, brasati e spezzatini.
Deve avere una gradazione di almeno 12,5% vol. e invecchiare 26 mesi, di cui almeno 9 in botti di legno.
Storicamente si chiamava Nebbiolo di Barbaresco per via dell’uva con cui viene prodotto.
Le sue origini sono molto antiche: la coltivazione della vite in queste zone si deve ai Romani, i quali disboscarono ampie aree del territorio per creare vitigni che erano i progenitori dell’odierno Nebbiolo. La denominazione ufficiale di questa pianta, tipica del territorio piemontese, risale invece al 1200 quando comparve la definizione di Nebiùl. Questo vino è stato bevuto dal generale austriaco Michael von Melas per celebrare la vittoria sui francesi nel 1799. La data di nascita ufficiale del Barbaresco risale al 1894, quando Domizio Cavazza, primo preside della Scuola Enologica Reale di Alba, fondò nel castello la Cantina Sociale del Barbaresco, che rimase attiva fino al 1922. In quell’anno furono vinificate le prime dieci tonnellate di uva il cui succo fermentato avrebbe finalmente assunto il nome di Barbaresco su di un’etichetta stampata. Il riconoscimento per le sue caratteristiche particolari arrivò negli anni ’50 del secolo scorso, quando produttori di prestigio come Angelo Gaja Bruno Giacosa iniziarono a mostrare al mondo tutto il suo grande potenziale. Nel 1958 su iniziativa di don Fiorino Marengo nacque la Cooperativa sociale Produttori del Barbaresco e nel 1966 il Barbaresco fu il primo vino italiano dichiarato DOC insieme a Barolo, Chianti, Vernaccia e Brunello di Montalcino; nel 1980 ottenne l’attestazione DOCG.
La sua area di produzione comprende i Comuni di Barbaresco, Neive, Treiso e la Frazione San Rocco Seno d’Elvio di Alba.
Oggi quasi tutti i residenti del paese si dedicano alla viticoltura e l’ottocentesca chiesa sconsacrata di San Donato è stata restaurata e adattata ad enoteca regionale.

UNA PASSEGGIATA A BARBARESCO

Giungendo in questo splendido paesino la prima cosa che si ammira è l’ottocentesca Chiesa di San Donato, ubicata in Piazza del Municipio. Edificata sulle rovine di un precedente edificio di culto esistente già nel 1219, dal 1986 ospita l’Enoteca regionale del Barbaresco, dove il turista può trovare oltre 120 etichette che costituiscono oltre il 90% dell’intera produzione vinicola locale e rappresentano circa 140 produttori.  Questo spazio permette alle aziende agricole di sponsorizzarsi senza impiegare ingenti risorse. Ogni anno vengono organizzati importanti eventi, tra i quali le cene denominate: “Barbaresco a tavola”, che si tengono a maggio presso i migliori ristoranti della zona e la manifestazione “Piacere Barbaresco”, che si tiene ogni anno in autunno. I produttori fanno degustare i loro vini, che abbinati alle altre eccellenze gastronomiche, permettendo al pubblico di scoprire le delizie questo magnifico territorio.

La scelta di questo luogo non è stata casuale: si tratta di un edificio più raccolto e meno sfarzoso di un castello ed il santo al quale è dedicato è il protettore dalla grandine, un vero flagello per le vigne.

Di fronte alla chiesa una grande meridiana celebra la vocazione vitivinicola del paese. Realizzata nel 1999 dallo gnomista Lucio Maria Morra, è caratterizzata da dodici illustrazioni tratte dall’incunabolo “Ruralia Commoda” di Pietro de’ Crescenzi, un antico trattato di agricoltura, che celebra la produzione del vino. Al di sopra della meridiana campeggia l’iscrizione latina “Da laborem dabo fructus” (Dà il lavoro, darò i frutti), mentre nel quadrante in basso è raffigurato lo stemma comunale. Quaranta nomi di città che corrispondono ad altrettanti meridiani celesti, sono stati dipinti sovrapposti alla raggiera delle linee che indicano le ore. Si va da Lhasa, capitale del TibetLima, in Cile, mentre Barbaresco è al centro. Quando l’ombra dello stilo passa sul nome di una città significa che in quel momento il quel luogo è mezzogiorno; a Barbaresco questo si verifica all’incirca alle 12.30.
Dopo il Municipio, percorrendo la lastricata Via Torino, sulla sinistra si ammira il castello, fatto edificare nel XVIII dai conti Galleani, una nobile famiglia di origine bolognese che nel Seicento era presente nel capoluogo sabaudo. L’edificio, al cui interno sono presenti ampi saloni e grottesche risalenti al primo Settecento, si affaccia su un ampio parco. Il suo tesoro sono le cantine sotterranee.  È stato la sede della Cantina Sociale del Barbaresco voluta e realizzata nel 1894 dal professor Domizio Cavazza, considerato il padre del vino Barbaresco ed in seguito è stato utilizzato come opificio per la produzione di grappe. Oggi il maniero è un resort di lusso di proprietà dell’Azienda Vitivinicola Gaja, che rappresenta uno dei produttori di vino italiani più famosi al mondo. L’azienda è di proprietà della stessa famiglia dal 1859.
In fondo al viale, come un miraggio, appaiono due meraviglie: la settecentesca chiesa dedicata a San Giovanni Battista e la torre risalente all’XI secolo, che è il simbolo del paese.
La chiesa è in stile barocco, il suo campanile risale al 1756, mentre l’icona di San Giovanni Battista con una cornice in marmo è stata aggiunta nel 1780. Un grande affresco dedicato al santo si può ammirare dietro l’altare maggiore realizzato in marmo su disegno del conte Rangone di Montelupo. Veramente magnifici sono il coro in legno di noce intarsiato, risalente al 1796 e la fonte battesimale in marmo policromo con scultura in legno, opera di Francesco Vacca.
La visita a Barbaresco prosegue alla torre medievale, la più grande e massiccia del Piemonte, che con i suoi 30 metri di altezza domina il paesaggio.
A base quadrata, è stata realizzata in laterizio su un basamento di pietra arenaria. La parte inferiore fino a poco meno di due metri rappresenta una specie di pozzo centrale, con pareti piuttosto spesse. Più in alto si trovano due vani successivi coperti da una volta a botte.
Sulla cima sono ancora presenti i resti delle merlature posti a formare una corona. In origine era ricoperta da un tetto, che è stato eliminato nel 1821 per festeggiare con un enorme falò sulla sommità l’arrivo di Vittorio Emanuele I al Castello di Govone.
La torre è stata edificata nell’XI secolo ed insieme ad un castello oggi non più esistente faceva parte di un complesso sistema di torri di avvistamento che venivano usate dalle popolazioni locali per controllare il territorio circostante e cercare di difendersi dai saraceni, i quali, con le loro scorribande, avevano distrutto ed incendiato molte città del Piemonte ed in particolare Alba.
Facevano parte di questo sistema difensivo anche il Castello fortificato di Neive, la Torre di Grinzane, dove ora sorge il castello, l’antica Fortezza di Barolo, tramutata dai Falletti in uno splendido maniero, le fortezze di Govone e Magliano Alfieri ed il Castello di Monticello.
La Torre di Barbaresco rappresenta quindi l’unica testimonianza dell’antica fortificazione che coronava in tempo la cima della collina su cui sorge il paese, citato per la prima volta nell’XI secolo con la donazione che il marchese del Monferrato fece all’abate di Fruttuaria e che l’imperatore Enrico II confermò a sua volta nel 1014.
Dopo essere stata di proprietà dei Di Barbaresco e a partire dal 1198 del Comune di Alba, nel XIV secolo passò ai Visconti, che la restaurarono e smantellarono il ricetto. Nei secoli si alternarono diverse famiglie: i marchesi del Monferrato, i Gonzaga, i Galleani, che nel XVIII secolo fecero costruire l’attuale castello, i Rocca, i Cavazza, gli Stupino ed i Giacosa. Nel 1985 l’edificio venne donato al Comune, ma era in totale stato di abbandono e all’interno era nato un ciliegio la cui chioma fuoriusciva dalla sommità. Sono quindi iniziati grandi lavori di restauro che hanno riportato la torre ai suoi antichi splendori. Dal 2015 è aperta al pubblico.

L’accesso, a 13 metri di altezza, avviene attraverso un ascensore esterno panoramico; all’interno una passerella panoramica in cristallo sospesa su un pozzo permette l’accesso alla biglietteria ed al secondo ascensore. Il primo livello ha una volta in mattoni ed ospita una sala multimediale col “Racconto del Barbaresco”: luoghi, vigneti, uomini e storie, etichette e documenti storici che hanno reso grande questo vino. Il secondo livello ospita il Museo Cavazza dedicato all’enologia, mentre al terzo è allestita la “Sala dei 5 sensi”, un ambiente moderno dove condurre analisi sensoriali con l’ausilio della tecnologia e una proiezione 3D dell’area del Barbaresco DOCG. L’ultimo livello è la Terrazza Panoramica a 30 metri dal suolo, dalla quale si gode di un panorama mozzafiato che abbraccia il Tanaro, situato 200 metri più in basso, le città di Alba e Cherasco, le Langhe, il Roero, l’Astigiano, il Monferrato e le bianche vette delle Alpi.
Ai piedi della torre è stato aperto un bistrot panoramico.

 

Autore articolo e foto: Andrea Carnino, laureato in Economia Aziendale, giornalista e studioso di Case Reali.

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