Una visita a Casale Armanda

Domenica 17 ottobre 2021, in occasione Giornate FAI d’Autunno, ho accompagnato il Gruppo Storico Principi dal Pozzo della Cisterna di Reano e della Val Sangone in un luogo unico, intriso di storia e tradizioni: Casale Armanda a Robella, in Provincia di Asti. I figuranti, indossando magnifici abiti d’epoca, hanno rievocato un episodio realmente accaduto: l’arrivo nel paese di re Vittorio Emanuele II per festeggiare l’8 agosto 1850 il compleanno di Carlo Felice Nicolis, conte di Robilant, la cui famiglia aveva ereditato dalla nobildonna Rosa, ultima discendente dei conti Radicati di Robella, il vicino maniero duecentesco.
Gli attori hanno magistralmente rappresentato cinque scene di questa visita in altrettante stanze dello storico casale e la giornata ha registrato il tutto esaurito.

Accompagnato da Pierangelo Calvo, il cui padre Guido acquistò nel 1974 questo splendido edificio dalla nobildonna Camilla Musso Cambiano di Robilant, ho avuto occasione di scoprire le meraviglie che qui sono custodite.

LO STATO DEI RADICATI

Robella d’Asti faceva parte del territorio dei conti Radicati, un’antica famiglia il cui capostipite è stato Manfredo, conte di Milano nell’869, un nobile giunto in Italia dalla Francia al seguito di Carlo Magno.  Il successore di Manfredo, Manfredo di Brozolo, ha avuto cinque figli: da Anselmo, il primogenito, discendono i Radicati di Brozolo, i Radicati di Robella ed i Radicati di Casalborgone, poi di Passerano. Da Guido invece, l’ultimo figlio, discendono i Radicati di San Sebastiano Po.  Il nome Radicati deriva da Radicata, un antico borgo nell’odierno territorio di San Sebastiano Po, sulla riva del fiume, con castello, chiesa e case, ora non più esistente.
La famiglia, fin dal X secolo, da Cocconato esercitava il controllo su un vasto territorio che, grazie ad abili alleanze e argute manovre diplomatiche, rappresentava un vero e proprio Stato autonomo tra grandi potenze. I nobili nel 1530 ottennero dall’imperatore Carlo V il diritto di battere moneta e lo esercitarono fino al 1598. La zecca era ubicata nel complesso del Castello di Passerano. I  possedimenti dei Radicati si estendevano su un territorio compreso tra le colline del nord-ovest astigiano e l’attuale Provincia di Torino, comprendendo ben 47 feudi, tra i quali Casalborgone, San Sebastiano, Berzano, Brozolo, Cavagnolo, Monteu da Po, Robella, Passerano, Marmorito, Schierano, Primeglio, Moriondo, Aramengo e Tonengo,  I conti, divisi nei vari rami: di Cocconato, Brozolo, Casalborgone, Marmorito, Passerano, Primeglio e Robella, erano uniti in un «consortile» regolato da antichi statuti e governavano lo Stato a rotazione annuale, riconoscendo come autorità superiore soltanto quella dell’imperatore. Testimoni di quest’epoca sono i castelli di Robella, San Sebastiano Po, Casalborgone, Passerano e Brozolo, mentre quello di Cocconato è stato raso al suolo dai francesi nel 1556 e di quello di Marmorito, semidistrutto dall’esercito spagnolo nel XVII secolo, rimangono pochi ruderi.

Nel 1586 lo Stato dei Robella cessò di esistere e la famiglia si sottomise ai Savoia, pur mantenendo ampi poteri feudali. Nel 1734 i diversi rami del casato si divisero i possedimenti, ponendo così fine alla consortile. Oggi alcuni rami, come i Radicati di Robella si sono estinti nel lignaggio maschile, altri sono sopravvissuti fino ai giorni nostri, come i Radicati di Brozolo.

IL CASTELLO DI ROBELLA

Robella è dominata dall’imponente castello edificato tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Esso è caratterizzato da un’imponente specola ottocentesca. L’originaria costruzione fortificata, di forma poligonale, a partire dal XVI secolo l’edificio ha subito ampliamenti e importanti trasformazioni che lo hanno portato ad assumere l’attuale aspetto di una residenza signorile. Era di proprietà di uno dei tre rami principali dei Radicati: quello di Robella. Nel 1830 Rosa Lucia Radicati di Robella, la loro ultima esponente, sposò Carlo Emanuele Gabriele Nicolis di Robilant, scudiero di Carlo Alberto. Il maniero è stato in seguito ereditato per via femminile dai conti Cotta, attuali proprietari.

LA STORIA DI CASALE ARMANDA

Il gioiello di Robella è Casale Armanda, un magnifico edificio il cui nucleo più antico, a forma angolare, ubicato di fronte alla piazza Vittorio Veneto, è stato costruire verso la fine del XVI secolo da un ramo secondario dei conti Radicati. Un secondo corpo, che chiude la corte interna verso il parco, risale ai primi anni del Settecento. Le sue volte in gesso ricoprono l’antica struttura di canne ed argilla ed all’interno si ammira lo stile barocco delle cornici delle stanze a cupola, alcune delle quali ornate da affreschi originali e caratterizzate dalla presenza di antichi camini in marmo e pietra. La terza parte del casale è un palazzotto a tre piani risalente al 1848 e posto a guardia della vallata del versante astigiano. La sua costruzione, ad opera dell’architetto Carlo Bernardo Mosca, il quale progettò le scuderie ed il Salone da ballo nel Palazzo Reale di Torino, non è mai stata ultimata. In quest’ala è presente la grande cantina con le pareti in tufo e le sette volte a botte in mattoni, tutte diverse tra di loro.
Durante l’occupazione napoleonica alcune stanze del casale vennero utilizzate dal sindaco come uffici comunali ed una volta che i Savoia tornarono sul trono, divenne dimora del conte Flaminio Radicati. Tra le ultime discendenti dei Radicati ad abitare l’edificio ci fu la nobildonna Camilla Musso Cambiano Ruffia, pronipote di Flaminio. Era figlia del professore Musso Cambiano Giuseppe di Ruffia e madrina di battesimo di Armanda Graglia, la donna a cui è dedicato l’edificio. La famiglia di Armanda abitò il casale in regime di mezzadria per almeno tre generazioni. Camilla aveva un figlio, Giovanni che di professione faceva il medico, ma morì nel 1942 in Africa Orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. La nobildonna, disperata, fece chiudere l’ala del casale abitata dall’amato figlio e questa fu riaperta solo nel 1974 dalla famiglia Calvo. La nobildonna durante il primo conflitto mondiale acquistò diverse macchine da cucire per dare lavoro alle donne di Robella: esse realizzavano abiti per i prigionieri austro ungarici detenuti nel Castello di Frinco. Uno di questi, una volta tornato libero, per ringraziarla le regalò una tabacchiera intagliata a mano.

LA FAMIGLIA CALVO

Armanda Graglia sposò Giuseppe Rolfo, il cui padre Giacinto, viticoltore di antica generazione, nel 1908 fu invitato a Londra, dove, in occasione dei Giochi della IV Olimpiade, fu organizzata un’esposizione internazionale. Esso presentò il suo prodotto d’eccellenza: il vino “chiaret“, frutto di una miscellanea di uve autoctone del Monferrato ora scomparse. Il vino ricevette il diploma di benemerenza e la medaglia d’oro con l’effige del sovrano inglese Edoardo VII. I Savoia, venuti a conoscenza del fatto, l’anno successivo vollero premiare Giacinto ed esso fu insignito del brevetto reale di Savoia dalla regina madre Margherita nella Palazzina di Caccia di Stupinigi. Da quel momento la famiglia Rolfo ebbe la facoltà di esporre l’arme della regina vedova di Umberto I, su tutte le etichette di vino. Il torchio manuale a pressa verticale del 1870 usato per produrre quel vino, si può ammirare oggi all’entrata del casale.
Giuseppe e Armanda ebbero una figlia, Silvana, che sposò Guido Calvo; essi hanno avuto due figli: Pierangelo e Paolo Calvo, attuali proprietari del casale. Guido nel 1974 acquistò l’edificio da Camilla Musso Cambiano di Robilant e lo ristrutturò. Il complesso non è più abitato dal 1989, anno della morte di Armanda. Casale Armanda ospita oggi l’ecomuseo contadino, un’esposizione permanente che occupa 23 locali. Il percorso di visita comprende camera da letto, biblioteca, salone, cucina, e cantine. Il visitatore ammira mobilio e vestiti d’epoca e tutti gli utensili necessari per la coltivazione della vite, la raccolta dell’uva e la distillazione del vino, immergendosi nell’atmosfera di una casa di inizio Novecento, quando queste stanze erano abitate da Camilla Musso Cambiano di Robilant, la famiglia di Armanda e gli stagionali che venivano a giugno per la mietitura ed in autunno per la vendemmia. Il casale è immerso in un bellissimo parco e gode di un panorama mozzafiato che comprende le verdi colline, l’arco alpino ed il Monviso.

La famiglia Calvo commercializza ancora oggi vino a Volpiano ed in occasione dei 200 anni dalla nascita di Vittorio Emanuele II, il “Padre della Patria”, ha donato diverse bottiglie al principe Sergio di Jugoslavia e all’arciduca Martino d’Asburgo, entrambi discendenti dal primo re d’Italia.

UNA VISITA A CASALE

Domenica 17 ottobre 2021 ho visitato Casale Armanda insieme a Pierangelo Calvo. Le magnifiche stanze sono state impreziosite dalle performance del Gruppo Storico Principi dal Pozzo della Cisterna di Reano e della Val Sangone.

All’ingresso del casale, Giuseppe Morra, Assessore alla Cultura del Comune di Reano e dell’Unione Comuni Montani Valsangone, nelle vesti di Costantino Nigra, ha introdotto le esibizioni e aperto il portone d’ingresso dell’edificio come una “porta magica del tempo”.
Sono quindi entrato nella parte seicentesca ed insieme agli altri visitatori mi sono trovato davanti re Vittorio Emanuele II, interpretato da Angelo Troja, mentre fumava il sigaro e parlava in dialetto piemontese della cena con la cacciagione fatta preparare per il suo amico Carlo Felice Nicolis, Successivamente è entrato in scena Valter Perozzo, che impersonava il vignettista Casimiro Teja. L’illustratore ha chiesto al sovrano il permesso di pubblicare sul settimanale satirico “il Pasquino” una vignetta sulla caduta del monarca durante una sua battuta di caccia in Valle d’Aosta. Nella sala ho potuto ammirare due decreti di Vittorio Emanuele II, uno come re di Sardegna e l’altro come re d’Italia, un decreto di Cavour quando era ministro delle finanze del Regno di Sardegna ed una lettera firmata da Garibaldi. In questa sala sono esposte le copie originali del brevetto reale e del diploma dell’esposizione internazionale di Londra, molte fotografie d’epoca e tre bottiglie di Giacinto Rolfo: una del 1888, una del 1899 ed una del 1901.

Nella Sala fotografica, sono esposti ritratti e fotografie delle persone che hanno abitato il casale. Qui ho potuto ammirare un decreto di re Carlo Alberto, la prima copia di “Le mie prigioni” di Silvio Pellico ed una lettera di Elisabetta di Sassonia, madre della regina Margherita, indirizzata al biologo Piero Giacosa.
Serena Florio e Bruno Ronco hanno impersonato la marchesa Pallavicini ed il conte Gualberto Gromis di Trana, che discutevano delle conquiste femminili del re in Valle d’Aosta, regione dove il sovrano possedeva la Riserva Reale di Caccia del Gran Paradiso.

Il mio percorso è proseguito nella Bibliotechina, dove sono custoditi due documenti del 1734 che sono gli ultimi atti alla divisione dei beni dei conti Radicati, due lettere scritte dal poeta Giosuè Carducci ed indirizzate ad Adele Bergamini ed un mantello dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, uno dei più antichi al mondo, guidato oggi da Vittorio Emanuele di Savoia.

Qui Laura Di Muro e Gisella Favro, vice presidente e presidente della compagnia, hanno rispettivamente vestito i panni di Françoise de Merode e Anne de Rochechouart-Mortemart, zie materne della principessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna. Le due nobildonne hanno parlato dell’amore del re per la montagna e della sua grande passione per la caccia e le belle donne. Valeria Motto Ros, ha interpretato la contessina Adele, ragazza che era stata invitata da Cinzano, il tuttofare del re, ad uno strano indirizzo. Meglio non fidarsi…

Nella stanza successiva, vicino ad un magnifico letto d’epoca, Antonella Massa e Irene Pacchiardo, hanno impersonato la baronessa di Villanova e la marchesa di Cortense. mentre spettegolavano sulle numerose amanti del sovrano e sul fatto che alla cena sarebbero state presenti due sue favorite: le attrici Laurentine de Brécourt ed Emma Ivon.

Il percorso al primo piano termina nel grande salone, ubicato nell’ala chiusa nel 1942 in seguito alla morte di Giovanni, figlio dell’ultima nobildonna proprietaria. Laurentine de Brécourt ed Emma Ivon, impersonate da Laura Mazzetti e Sonia Bagagiolo, si sono raccontate delle rispettive storie d’amore con il re. Nella sala erano presenti anche le due cameriere del sovrano, interpretate da Elsa Picco e Annamaria Martinasso.

Qui sono custodite molte meraviglie, tra le quali quattro libri del robellese Enrico Martini, cognato di Camilla Musso Cambiano di Robilant. Enrico ad inizio Novecento a Torino inventò il pronto soccorso; quest’uomo, nato in una povera famiglia di agricoltori, si laureò in medicina e vedendo che il sistema ospedaliero torinese era totalmente impreparato al soccorso immediato per gli incidenti sul lavoro, istituì nel 1911 a sue spese in Borgo San Paolo un’astanteria, ovvero un luogo di cura in attesa del successivo ricovero, con l’obiettivo di dare un pronto soccorso a tutti coloro che ne avessero bisogno. La struttura divenne l’Ospedale Martini e rimase in funzione fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando fu gravemente danneggiata dai bombardamenti. Oggi la nuova struttura che sorge a ricordo di questo ospedale è situata in via Tofane ed è conosciuta come il “Martini nuovo”. Enrico Martini fece costruire a sue spese anche l’Astanteria Municipale Martini, inaugurata nel 1923 in via Cigna. La struttura, conosciuta in seguito come Ospedale Luigi Einaudi, dal 2003 è in disuso.

In questo salone sono custoditi anche quattro documenti della famiglia di Papa Francesco, originaria proprio di Robella. Le carte risalgono al 1578, 1589, 1611 e 1730. I Bergoglio nel 1763 si trasferirono a Schierano, un altro feudo dei Radicati per poi spostarsi nei primi anni dell’Ottocento a Portacomaro ed emigrare in seguito in Argentina.

Dopo aver ammirato le meraviglie del pian terreno, accompagnato da Pierangelo Calvo, sono sceso al piano inferiore, dove Fabio Niceto e Renzo Prelato, nei panni dei cuochi di corte, hanno accolto le persone nelle storiche cucine, dove una tavola apparecchiata, circondata da sedie in legno con seduta in paglia sembrava attendere l’arrivo dei mezzadri. Nella cucina erano presenti vari accessori come caraffe, bacinelle e pentole ed una piccola fisarmonica per allietare le feste, tutti testimoni della vita quotidiana di un tempo. Nella stanza seguente le macchine da cucire sono la testimonianza degli anni bui della Prima Guerra Mondiale, quando la nobildonna Camilla, per sfamare la popolazione, dava un impiego alle donne facendo loro cucire abiti per i prigionieri austro ungarici detenuti nel Castello di Frinco. Il percorso è proseguito nell’ecomuseo contadino, dove un’antica macchina per sgranare il mais, bilance, cesti in vimini e cesoie per potare le viti. Dopo aver ammirato le bottiglie ottocentesche custodite nelle cantine, ho terminato la mia visita  nell’antica cantina di fermentazione, ubicata nella parte ottocentesca e mai terminata del casale. Questo spazio è stato adibito a museo dove sono custodititi molti tesori. Tra questi un documento catastale del 1845 dove sono indicate tutte le proprietà del conte Radicati di Robella, una delle più grandi collezioni al mondo di cartoline di Casa Savoia, diverse lettere scritte in un periodo compreso tra il 1820 ed il 1830, quando non esistevano ancora i francobolli, alcuni spartiti musicali risorgimentali ed una lettera scritta a Casale Monferrato il 16 marzo 1861, quando la cittadina faceva parte del Regno di Sardegna e giunta a Torino il giorno seguente, quando era nato il Regno d’Italia. Ho avuto occasione di ammirare la prima cartolina stampata in Europa, creata in Austria nel 1869 e la prima stampata in Italia, creata nel 1874.
Casale Armanda è uno scrigno di tesori, che consiglio a tutti di visitare. Pierangelo Calvo, con la sua simpatia e la sua disponibilità, saprà accompagnare ogni visitatore alla scoperta di queste meraviglie.

 

 

 

 

 

 

Autore articolo e foto: Andrea Carnino, laureato in Economia Aziendale, giornalista e studioso di Case Reali

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