Una visita a Diano d’Alba

Il paese di Diano d’Alba, posizionato ad un’altitudine di 496 m s.l.m è un balcone sulle Langhe, magnifiche colline a vocazione vitivinicola che nel 2014 insieme al Roero ed al Monferrato sono state iscritte dall’Unesco nella lista dei Patrimoni dell’Umanità.
Ai suoi piedi si ammirano Alba e il territorio delle Basse Langhe, composto da alture coltivate a vigneto, pacifici paesi e storici manieri nei quali dimorarono esponenti di illustri nobili casate. A levante si vede in lontananza l’Alta Langa, dove crescono i noccioleti dai quali si ottiene la celebre Tonda Gentile IGP, che rende famoso il nostro Paese in tutto il mondo. Nelle giornate serene lo sguardo spazia dal Monferrato al Roero fino alla grande Torino, il tutto coronato dalle bianche vette del Piemonte e della Valle d’Aosta.
Diano è divisa in tre zone: Diano Capoluogo, dove si trovano la Chiesa Parrocchiale e il Municipio, Frazione Valle Talloria, importante centro agricolo, dove hanno sede illustri cantine e Frazione Ricca, importante centro residenziale ed artigianale.
Questo piccolo paese è una meta ideale tutto l’anno: in primavera si ammira la natura che rinasce, d’estate le viuzze sono contornate da case con balconi fioriti, in autunno le viti regalano un meraviglioso spettacolo di colori e nelle strade aleggia un profumo di vino, mentre d’inverno al disotto dell’abitato si forma un mare di bianca nebbia dal quale emergono soltanto i castelli e i campanili delle chiese.

LA STORIA DI DIANO

Il Comune deve il nome a Diana, Dea della caccia venerata dai Romani, i quali la adoravano nei boschi sacri che ricoprivano questo territorio; una testimonianza di questo culto la troviamo nella dedica a Diana “quae fuerat, quondam, hic esulta sacello”, nel tempietto situato all’ingresso del paese.
Risparmiata dalle angherie dei Visigoti, sconfitti nel 402 a Pollenzo dal generale Stilicone, nel 640 per volere di re Rotari dei Longobardi, Diano diventò sede dell’amministrazione locale, a scapito di Alba. Quest’ultima si riprese il suo ruolo sotto il regno di Carlo Magno, ma la zona fino a dopo l’anno mille continuò a chiamarsi “Comitato Dianese”.
Questo territorio visse un periodo di prosperità economica e commerciale durante il periodo della Marca Arduinica Torinese.
Olderico Manfredi II donò Diano al vescovo Oberto di Alba: i prelati esercitavano il loro potere attraverso la figura del visdomino e resero il castello che domina l’abitato, edificato intorno all’anno mille, una delle fortezze più potenti della zona.

Nel 1046 Adelaide, figlia ed erede di Olderico Manfredi, sposò in terze nozze Oddone di Savoia, quartogenito del conte Umberto I “Biancamano”, il fondatore della Dinastia Sabauda, portandogli in dote il Marchesato di Susa, il Passo del Moncenisio, la Contea di Torino, la Valle d’Aosta, le Contee di Albenga e Ventimiglia e molti territori e castelli nelle Langhe. Alla sua morte nel 1091 le Langhe entrarono a far parte dei possedimenti del marchese Bonifacio Del Vasto, figlio di sua sorella Berta e di Otto di Savona. Bonifacio ebbe diversi figli, dai quali trassero origine illustri casate piemontesi: Manfredo fu il capostipite dei marchesi di SaluzzoGuglielmo di quelli di Busca, da Anselmo ebbero origine i marchesi di Ceva e Clavesana e da Enrico i marchesi Del Carretto. Nel 1125, alla morte di Bonifacio, molti paesi delle Langhe, tra i quali Grinzane, passarono al figlio Guglielmo.
Diano d’Alba continuò ad essere sotto la giurisdizione dei vescovi di Alba, i quali si dimostrarono tiranni ed intransigenti nei confronti della popolazione, che l’8 dicembre 1292 si ribellò contro il vescovo Bonifacio III Del Carretto dei marchesi di Santa Giulia: il clericale ebbe la meglio e i dianesi furono obbligati a ricostruire il muro abbattuto del castello e a sottomettersi al prelato il primo luglio 1293.
Nel 1361 Diano venne occupata da una compagnia di ventura inglese appoggiata dai Visconti, che venne cacciata nel 1373 dal marchese Manfredo di Busca, appoggiato dal conte Amedeo VI di Savoia. Manfredo si insediò nel maniero come nuovo feudatario del paese, ma il vescovo Ludovico Del Carretto rivendicò la proprietà del castello, facendo intervenire Papa Gregorio XI, il quale incaricò Amedeo VI di risolvere la questione di Diano. Nel 1381 l’antipapa Clemente VII, con bolla pontificia separò il paese dalla proprietà vescovile confermando la proprietà dei Savoia ed il dominio del marchese Manfredo di Busca. Il nobile si rivelò più severo dei clericali e nel 1412 la popolazione si ribellò all’atto di insediamento di suo figlio Raimondo. La rivolta, iniziata dai contadini, fu appoggiata dal marchese Teodoro II Paleologo del Monferrato, con il supporto del vescovo Francesco II Del Carretto e dei Gonzaga di Mantova. Raimondo fu sconfitto e Diano venne così data in gestione al conte Ottone Roero di Monticello. I Savoia, non contenti di perdere questo feudo, organizzarono una pesante controffensiva, guidata dal capitano Enrico Colombier. Raimondo di Busca poté riprendersi il paese, ma i contadini per protesta abbandonarono il borgo, distruggendo i mulini e provocando la desertificazione della Castellania di Diano. Il 12 febbraio 1416 il cattivo feudatario, dopo aver ottenuto dal conte Amedeo VIII di Savoia un censo perpetuo di 400 Fiorini annui e diversi possedimenti ubicati nella zona di Chieri, decise di abbandonare il castello dianese. Il sovrano sabaudo decise di determinare con precisione il valore del feudo di Diano e nominò un perito d’eccezione: il marchese Briancio di Romagnano. Il nobile si installò nel paese per tre anni ed elaborò una dettagliata documentazione. Il risultato del suo lavoro è una pergamena di 43 metri formata da 67 fogli, custodita oggi presso l’Archivio di Stato di Torino. Egli nel 1418 disegnò una mappa del castello e descrisse l’attività agricola del tempo per la riscossione delle decime, che consistevano in 1/20 del raccolto. Briancio fu molto amato dai contadini, i quali tornarono nelle loro terre. Nel febbraio 1420 il buon perito ricevette da Amedeo VIII, nel frattempo diventato duca, l’ordine di lasciare Diano, feudo che passò pacificamente ai Gonzaga grazie ad un matrimonio: quello tra Giovanna di Savoia, sorella di Amedeo e il marchese Gian Giacomo Paleologo del Monferrato. Queste nozze portarono finalmente una pace duratura per Diano e i Gonzaga, attraverso i principi del Monferrato, governarono il paese per due secoli.
Nel 1627, con la morte di Vincenzo II Gonzaga, si estinse il ramo diretto dei Gonzaga di Mantova. Iniziò allora una vera e propria guerra che vide schierati da un lato Ducato di SavoiaSacro Romano Impero e Spagna e dall’altro Francia e Repubblica di Venezia, che appoggiavano le pretese di Carlo I di Gonzaga-Nevers, esponente di un ramo cadetto del casato. Vittorio Amedeo I di Savoia fece valere le sue pretese su Diano, feudo che con il Trattato di pace di Cherasco, siglato il 6 aprile 1631, passò definitivamente ai sabaudi.
Un gruppo di dianesi fedeli ai principi del Monferrato si ribellarono ai nuovi proprietari e Vittorio Amedeo I ordinò di distruggere il castello come atto di forza per evitare futuri insediamenti di feudatari ribelli. La piccola chiesetta del maniero, dedicata a San Giovanni Battista, si salvò miracolosamente e venne dichiarata di proprietà della Parrocchia.
Il sovrano con Lettere Patenti del 16-X-1631, cedette il feudo a Ottavio Ruffino, primo conte di Castiglione Falletto.  L’atto di acquisto comprendeva parecchi terreni in Diano d’Alba, i resti e le macerie del castello distrutto e una casa, che diventerò la sua dimora dianese. Con i resti del castello i Ruffino nel Settecento ristrutturarono la loro residenza, costruendo l’edificio che dal 1856, anno della loro estinzione, è sede del Municipio.

IL CASTELLO DI DIANO

Il cuore di Diano d’Alba sono le vestigia dell’antico castello, edificato intorno all’anno mille come difesa dalle scorrerie dei saraceni, i quali avevano distrutto ed incendiato molte città del Piemonte ed in particolare Alba. Del maniero purtroppo rimane solo un antico muro e si vede ancora la scuderia seminterrata, un tempo adibita a stallaggio.
L’edificio era quadrilatero di forma irregolare con una superficie di 300 metri quadri, che seguiva la conformazione della piccola collina, con 4 torri agli angoli. Entro le sue mura c’era la piccola chiesetta, originariamente dedicata alla Madonna d’Oriente e successivamente, dopo il Concilio di Trento, a San Giovanni Battista. Alcune case adiacenti formavano il “borgo castellero”, avente una superficie di 7620 metri quadri, che confinava con l’odierna Piazza Trento e Trieste e Via Re Umberto I, dove vi era il ponte levatoio.
Nel piano seminterrato c’erano un ricovero carri e attrezzature, il granaio, il deposito delle materie prime e la cantina, dove sono documentate le vinificazioni delle uve dolcetto nelle annate 1418 e 1419. Nel cortile si batteva il grano ricavato dai terreni in proprietà e proveniente dalla decima da parte dei sudditi.
Un primo grande danneggiamento il maniero lo subì a inizio Quattrocento, quando su ordine del conte Amedeo VIII di Savoia, il capitano Enrico Colombier assalì l’edificio, distruggendo una torre. L’azione partì dalla collina in seguito ribattezzata “Monte Colombetto”.
Nel 1631 il maniero venne distrutto per ordine del duca Vittorio Amedeo I, timoroso che nella rocca si stabilissero feudatari ribelli. La piccola chiesetta di servizio al castello si salvò miracolosamente dai bombardamenti, partiti come due secoli prima da Monte Colombetto.
Le macerie del castello vennero utilizzate nel Settecento per edificare l’attuale campanile e il Palazzo del Municipio, allora dimora della nobile famiglia Ruffino.
Dopo secoli di semi abbandono questo luogo è stato rivalutato con la creazione di un parco, un monumento ai Caduti nelle guerre e un belvedere sul castello alto, dal quale si può ammirare uno splendido panorama.

LA CHIESA PARROCCHIALE E IL CAMPANILE

Il gioiello di Diano è la Chiesa Parrocchiale, definita la “regina delle chiese della Langa”. In stile barocco piemontese con evidenti influssi juvarriani, ad un’unica navata con volta a tutto sesto senza chiavi, ha un’altezza di 16 metri, una lunghezza di 30 e una larghezza di 9,5. Questa chiesa sorge dove c’era la chiesetta di servizio al castello, dedicata a San Giovanni Battista. La sua costruzione, opera dell’architetto Carlo Francesco Rangone, è iniziata nel 1763 e si è conclusa nel 1773.
L’edificio di culto vanta sei cappelle laterali ed è ricco di pregevoli opere d’arte.
Nella Cappella della Madonna di Pompei, ubicata entrando a destra, la statua della Vergine è del 1898, mentre gli undici ex voto dipinti su lastre di zinco risalgono ad un arco temporale compreso tra il 1890 ed il 1903.
La cappella dedicata a Sant’Antonio da Padova, poi diventata Battistero, custodisce un’acquasantiera del 1577 proveniente dalla vecchia chiesetta del castello. Il magnifico dipinto che rappresenta San Giovanni Battista è stato realizzato nel 1765 Claudio Francesco Beaumont, pittore che aveva già eseguito il grande ovale dietro l’altare, dove è raffigurato il Battista che battezza Gesù.
Nel 1888 è stato installato il nuovo grande organo della ditta Francesco Vittino di Centallo, composto da 1400 canne.
I dipinti sulle pareti e la volta sono stati eseguiti da Rodolfo Morgari e Fedele Finati tra il 1894 e il 1896 su commissione del parroco Mons. Giuseppe Falletti.
Tre quadri seicenteschi sono stati donati dal conte Ruffino: la “Predica di Vincenzo Ferreri” e il “Martirio di San Biagio”, capolavori di Giovanni Claret e l’“Ostensione della Sindone del 1630 a Torino” opera di Antonio Tempesta.
Il conte Ruffino ha donato anche le quattro tele denominate i “Dottori della Chiesa” eseguite dal Claret nel 1630 ed oggi posizione in alto ai quattro lati del presbiterio. Esse raffigurano Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Girolamo e San Gregorio Magno. Restaurate dalla Fondazione Ferrero, sono divise in due parti: quella superiore risale al 1630 e quella inferiore, meno pregiata è stata eseguita da Rodolfo Morgari a fine Ottocento per adeguarle a questa nuova posizione.
Di grande pregio la Via crucis in legno opera unica della bottega Delago della Val Gardena.
Il campanile della chiesa, alto 42 metri, ha una storia particolare: dopo la distruzione del castello nel 1631, come sopraccitato rimase in piedi la chiesetta di servizio, che divenuta la chiesa parrocchiale verso la metà del Seicento, venne dotata di un campanile alto 9 metri, il quale nel 1729 venne abbattuto per costruirne uno nuovo, su progetto dell’architetto Gallina di Alba. I lavori durarono dal 1732 al 1738, vi partecipò finanziariamente il conte Enrico Ruffino e vennero utilizzate le macerie dell’antico maniero.
Il campanile ha quattro campane: quella grande in bronzo suona il fa, pesa 670 kg ed ha diametro di 105 cm. All’atto della sua realizzazione Silvia Dal Pozzo Buschetti, consorte del conte Enrico, gettò medaglie d’argento nel bronzo che veniva fuso; esse danno alla campana un suono intenso e squillante. Napoleone voleva impossessarsene per realizzare monete, ma i dianesi finsero difficoltà nelle operazioni di smontaggio e così riuscirono a salvarla. La popolazione dovette però pagare all’invasore 510 kg di rame.
La seconda campana suona il la, pesa 340 kg, ha un diametro di 84 cm ed è dedicata a San Luigi Gonzaga; la terza suona il do pesa 200 kg, ha un diametro 70 cm, ed è dedicata alla Madonna regina della pace; la quarta suona il re, pesa 140 kg ed ha un diametro di 63 cm.

IL BORGO

Accanto alla Chiesa Parrocchiale sorge il settecentesco Palazzo Ruffino, abitato dalla nobile famiglia fino al 1856 ed oggi sede del Municipio. I suoi ambienti sono finemente decorati ed il vero gioiello è la Sala Consigliare, arredata da preziosi mobili, dove sono custodite le carte napoleoniche. Poco distante, in Piazza Trento e Trieste, si ammira il seicentesco palazzo denominato “La porta rossa”, antica dimora di importanti personaggi dianesi. Nella parte nord del paese, precisamente nel Borgo di Remondato, sorge il palazzo del conte Rangone, ricavato da un monastero dei Padri Agostiniani, del quale si può ancora ammirare il pregevole chiostro.
Il Museo della Vite e della Civiltà Contadina, allestito in Via Guido Cane 24, presso Cascina Rossa, condotta dalla famiglia Veglio, che coltiva la vite dal 1899, attraverso vecchie attrezzature e fotografie in bianco e nero, permette di scoprire e approfondire la vita agricola delle Basse Langhe.
Tra le stradine di Diano il grande maestro Raimondo, nella sua cecità totale, ebbe l’ispirazione per le sue famose canzoni, fra le quali spicca la celebre “Piemontesina”.
Ogni anno in occasione delle Festività Natalizie, nella parte sottostante la casa canonica, in Via Umberto I 11, viene allestito un bellissimo presepe meccanico.

IL DOLCETTO DI DIANO D’ALBA

Diano D’Alba è conosciuto come “Paese dei Sörì”, ossia i migliori vigneti con la migliore esposizione al sole, dai quali si ottiene il Dolcetto di Diano d’Alba, un vino d’eccellenza prodotto solo nel territorio comunale, che nel 1974 ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata (D.O.C.) e nel 2010 la Denominazione di Origine Controllata e Garantita. Il vino, prodotto in 76 Sorì, ha un colore rosso rubino intenso con giovanili riflessi violacei, profumo fragrante e fruttato, marcato di ciliegia marasca e a volte di mora o confettura, sapore secco, nervoso, asciutto, piacevolmente influenzato da un retrogusto varietale di mandorla amara che stimola il palato. Viene sottoposto a 10 mesi di invecchiamento. In base alla gradazione alcolica si divide in versione “base” (12% vol.) e “superiore” (almeno 12,5% vol.). Mentre il Dolcetto di Diano d’Alba “base” può essere immesso al consumo dal primo gennaio dell’anno successivo alla vendemmia, quello superiore solo dal primo settembre seguente. Si abbina con i primi piatti di pasta ripiena, arricchiti con sughi o condimenti di carne e con gli agnolotti piemontesi. Le versioni superiori sono ottime per accompagnare carni bianche saporite, carni rosse e formaggi di media stagionatura.
Al Dolcetto di Diano d’Alba è dedicata una sagra che si tiene ogni anno nel mese di giugno.

 

Autore articolo: Andrea Carnino, laureato in Economia Aziendale, giornalista e studioso di Case Reali

Andrea Carnino

Andrea Carnino, laureato in Economia Aziendale, è giornalista e studioso di Case Reali, impegnato a far conoscere le dimore storiche piemontesi.

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