Ventimiglia contro Genova (1140-1221)

Ventimiglia sorge sulla foce del Roia e si specchia nel mare con un piccolo porto. Un castello fortificato torreggia sulla città ed è di fatti uno degli ultimi baluardi d’Italia perché è posto proprio al confine col Principato di Monaco e col Contado di Nizza. Ciò ne fa “la porta occidentale d’Italia”.

Questo castello fu eretto dalla Repubblica di Genova nel 1140 in sostituzione di uno più antico, oggi scomparso che ospitava i Conti di Ventimiglia.

Nello scomparso maniero, assistiti dai loro giudici, i Conti di Ventimiglia pronunciavano i placiti per le università del loro contado. Nelle grandi solennità, dalla torre più alta, sventolava una bandiera con lo scudo di sangue al capo d’oro ed il motto Prae militibus unus, lo stemma dei Lascaris. L’origine di questa famiglia è avvolta nelle nebbie. I più antichi documenti risalgono all’anno mille e numerosi studiosi ne fanno risalire i natali alle terre greche. I Lascaris di Ventimiglia dominarono diversi borghi e villaggi della Riviera di ponente, sino a Briga, Saorgio, Triora. Tali castelli erano retti da visconti e castellani come a Penna, Dolceacqua, Castellaro e Sant’Agnes. Nel 1091 i Lascaris ottennero la signoria della Valle del Maro ed è così che iniziò a prospettarsi l’inimicizia di Genova.

I genovesi pretendevano di dominare le due riviere e già nel 1130 eressero una torre a Sanremo mal tollerata dai Lascaris. La Repubblica di Genova, dopo aver conquistato l’intera riviera di levante e parte del ponente ligure, si spinse sempre più verso Ventimiglia, dando il via, nel 1140, ad un vero e proprio assedio.

I genovesi allestirono un accampamento prossimo a Ventimiglia, all’epoca sotto la signoria del Conte Oberto, ed iniziarono a saccheggiare le campagne ottenendo, in poche settimane, la conquista dell’intero contado. Molti furono i prigionieri, per il riscatto dei quali, Ventimiglia donò il corpo dell’eremita San Amepeglio, condotto nella Chiesa di San Stefano a Sanremo. Il Conte Oberto Lascaris fu privato del feudo e nella città fu eretto il forte di cui parlavamo – Castel d’Appio – sotto il controllo di Genova. Sei anni dopo il conte si sottomise alla repubblica pur di rientrare in possesso dei suoi feudi.

L’atto non fu ben accettato dai ventimigliesi e nei decenni a seguire il comune fu protagonista di un lento e aspro percorso di emancipazione dai suoi signori. Ventimiglia si dotò di solide mura, di numerose galee e si dispose a respingere le incursioni barbaresche. Già nel 1147, aveva partecipato alla squadra di ventidue galee e sei navi da battaglia che Genova aveva inviato ad Almeria. La cosa si era ripetuta l’anno seguente a Tortosa e Genova, volendo premiare i ventimigliesi, li esonerò dal pagamento di dazi nei commerci.

Ventimiglia aveva così temprato il suo carattere fiero ed un sistema difensivo solido. Il rapporto con Genova e coi Lascaris era però tutt’altro che amorevole. Nel 1157, confidando nella protezione di Federico Barbarossa, i ventimigliesi insorsero e distrussero la fortezza eretta dai genovesi. Con Albenga e Savona, Ventimiglia si schierò dunque con l’imperatore contro i comuni della Lega Lombarda. Dopo la Pace di Costanza, il Conte Guido Guerra fu riammesso a Ventimiglia ma come semplice cittadino. Fu suo fratello Ottone a rivendicare, nel 1184, i suoi diritti di signore feudale e ne nacque una guerra.

Nel settembre del 1185 un’armata ventimigliese capitanata dai consoli Roderico Borsa e Gandolfo Cassolo, assaltò i castelli di Roccabruna e Sant’Agnes dove alloggiava la famiglia di Ottone. Occuparono il primo, tennero d’assedio il secondo dove s’era rinchiuso Enrico, figlio d’Ottone. Dopo giorni in cui la fortezza fu bombardata da macigni e frecce, Enrico fuggì riparando nel castello di Dolceacqua. Inseguito anche qui, Enrico fuggi ancora lasciando il castello in mano ai ventimigliesi. Il Conte Ottone fu costretto a parlamentare la sua resa, l’8 settembre del 1185.

Genova però aveva sottomesso Albenga nel 1179, Porto Maurizio nel 1184 e poi Diano. Solo Ventimiglia le si opponeva, così nel 1196 inviò un’armata di terra e di mare. Due mesi d’assedio non servirono ad aver ragione delle mura di Ventimiglia. Fallì pure un complotto dei De Giudici, famiglia ventimigliese filogenovese, ed allora avviarono un rigido accerchiamento diplomatico e commerciale della città irriducibile. Nel trattato di Albenga del 23 settembre del 1199, in quello di Diano del 24, di Lingueglia e di Oneglia del 29 e nei trattati di Sanremo del 16 ottobre e di Porto Maurizio del 24 gennaio del 1200, Genova inserì una clausola precisa: “guerram vivam contra Vintimilienses faciemus, nec mercatum ei dabimus, nec dari faciemus, nec consentiemus”.

Strozzata dai commerci e da un territorio che s’andava sempre più assottigliando, Ventimiglia vide, nel giugno del 1200, il podestà genovese Rolandino de’ Malimpresi capeggiare una folta schiera di cavalieri, fanti e balestrieri. Facendo appello alle sue scorte, si rinchiuse nelle porte lasciando al nemico solo la possibilità di saccheggiare la valle circonstante sino al Nervia.

Caddero solo con un tranello, l’anno dopo, quando una lor galea fu inseguita sino in Spagna dai genovesi che poi sparsero la voce d’averla catturata. Non era vero, ma i consoli di Ventimiglia entrarono in Genova a piedi scalzi, trascinando croci, pur di riavere la galea. Caduti nel tranello giurarono fedeltà ed obbedienza alla Repubblica.

Ventimiglia continuava però ad agognare la libertà e i suoi legati si presentarono al Conte di Provenza stabilendo patti di amicizia contro Genova. Nel frattempo consegnarono ad un emissario di Pisa una richiesta di protezione che finì però nelle mani dei genovesi. Prospettandosi nuovi venti di guerra che avrebbero colto Ventimiglia impreparata, i consoli cittadini tornarono a sottomettersi a Genova ma stavolta le condizioni furono però inaccettabili. Si chiedeva che Ventimiglia facesse guerra quando, come e con chi volesse il podestà di Genova, che le navi ventimigliesi non si spingessero oltre la Sardegna e Barcellona, che tutti gli accordi coi nemici di Genova, anzitutto quello col Conte Sanzio, fossero sciolti, che fosse fatta pace con tutti i comuni amici di Genova e che, annualmente, Ventimiglia le giurasse fedeltà. I consoli indugiarono, rientrarono in città senza firmare l’accordo ma sul finire dell’anno, quando Genova riportò le sue galee nel porto di Ventimiglia, l’accordo fu firmato ed Oberto Spinola fu investito della signoria ventimigliese.

I Curlo, antica famiglia di Ventimiglia, non accettarono l’accordo ed appena le galee di Genova salparono, corsero a togliere la bandiera della Repubblica di San Giorgio dal campanile del palazzo comunale. Genova allora tornò all’assedio di Ventimiglia.

I genovesi saccheggiarono le campagne, catturarono vascelli carichi di grano, bloccarono il porto, ma non ottennero altro. I ventimigliesi invece portarono la guerra ovunque catturando navi genovesi nelle acque di Sicilia, Sardegna e Tunisi. Genova allora chiamò in suo soccorso Federico II. Ventimiglia rispose facendo uscire dalla città un’agguerrita armata che attaccò i castelli del contado e, quando i nemici ne ebbero ragione, si presentò in sua difesa il Conte di Provenza Raimondo Berengario Quinto con un gran numero di armati. Quest’arrivo corrispose con quello del podestà genovese Lotaringo di Martinengo al comando di un nuovo esercito.

Ventimiglia visse l’ennesimo assedio, i genovesi non ottennero grandi risultati come in passato, ma Berengario ne fu stanco e lasciò la città. Lotaringo di Martinengo allora avanzò da Sanremo. Dopo una lunga e aspra lotta, nella quale la città subì continui bombardamenti dalle alture di San Giacomo, Maure e Siestro e l’impaludamento del porto-canale alla foce del Roia, Ventimiglia fu conquistata, diventando per la Repubblica di Genova un’importante base strategica fortificata di frontiera.

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: R. Rossi, Storia della città di Ventimiglia

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