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Veronica Franco, poetessa e cortigiana

“Guardate a quel che si dice, e non vogliate servirvi nelle cose, che appartengono alla vita, e alla salvezza dell’anima dell’altrui esempio, non sostenete, che non pur le carni della misera vostra figliuola si squarcino, e si vendano, ma d’esserne voi stessa il macellaio”. Non conosciamo la data precisa in cui Veronica Franco scrisse queste parole, né il nome della destinataria. Sappiamo però che quest’ultima era una madre, adirata con Veronica perché si era rifiutata di aiutarla ad avviare la figlia alla carriera di cortigiana.

Far prostituire la propria figlia può sembrare una decisione orrenda, per la sensibilità moderna, ma non era inconsueto nella Venezia del XVI secolo.

L’attività di “cortigiana onesta” rappresentava infatti per molte ragazze l’unica alternativa alla monacazione o ad un matrimonio combinato.

Così era stato anche per Veronica, figlia di Francesco Franco e Paola Fracassa, prostituta anch’essa. Apparteneva per nascita ai “cittadini originari”, cioè a quel gruppo di persone abilitate a lavorare nell’amministrazione dove potevano occupare qualsiasi carica ad eccezione di quelle Governative.

Le notizie sulla sua vita non sono molte, l’anno stesso di nascita, 1546, è ricavato dall’annotazione funeraria, in cui è indicata l’età al momento della morte.

Aveva tre fratelli, Girolamo, Orazio e Serafino, relativamente a quest’ultimo, nel suo testamento del 1570, lo definisce “prigioniero dei Turchi” testando di lasciare duecento ducati affinché fosse riscattato.

Dal suo testamento del 1564, invece, sappiamo che era sposata con un certo Paolo Panizza, medico, ma dal contesto è evidente che non convivevano e che all’epoca già praticava la prostituzione.

Sicuramente la madre le faceva da ruffiana, informazione confermata dal “Catalogo di tutte le principali e più onorate cortigiane di Venezia”, edito a Venezia 1570, dove veniva indicata come “Vero. Franca a Santa Mar. Formo. Pieza so mare. Scudi 2”.

Confrontata con quella di altre ragazze nel “Catalogo” la tariffa di Veronica può sembrare bassa ma bisogna ricordare che con uno scudo si pagava una giornata di lavoro ad una squadra di sette uomini.

Comunque Veronica si fece presto notare e questo le consentì di alzare i prezzi a sei scudi per un “bacio” e a cinquanta scudi per una, usando il termine del filoso francese Montaigne, “nègociation entière”.

Il 1574 fu l’anno in cui la carriera di Veronica raggiunse lo zenith. Abbandonato il trono polacco, Enrico III d’Angiò doveva recarsi in Francia per cingere quella corona e, durante il viaggio, ne approfittò per fermarsi alcuni giorni in visita nella Dominante. Il Governo Marciano accolse degnamente l’illustre ospite, con una splendida teoria di feste, regate, pranzi e danze, ma i cronisti dell’epoca riferiscono che Enrico, all’epoca ventitreenne, si mostrava più interessato a girare per la città, a piedi o in gondola, per visitare le botteghe ed intrattenersi con le ragazze. Una di queste fu proprio Veronica.

La Franco fece ottima impressione sul regale cliente, tanto che questi, dopo aver consumato, non volle lasciarla se non dopo aver ricevuto un suo ritratto in dono.

“Mangiar con l’altrui bocca, dormir con gli altrui occhi, muoversi secondo l’altrui desiderio, correndo in manifesto naufragio sempre della facoltà e della vita: qual maggior miseria?”, questo, scriveva Veronica, era il lavoro di cortigiana, lavoro che, a volte, poteva condurre ad arricchirsi. In realtà non era il denaro ad interessarla. Le sue vere passioni, e credo l’unico motivo per cui accettava la sua vita, erano la musica e la poesia.

Nelle sue “Lettere Familiari” infatti scrive: “Voi sapete benissimo, che tra tutti coloro, che pretendono di poter insinuarsi nel mio amore, a me sono estremamente cari quei, che s’affatican nell’esercitio delle discipline, & dell’arti ingenue, delle quali (se ben donna di poco sapere, rispetto, massimamente alla mia inclinatione, & al mio desiderio) io sono tanto vaga, & con tanto mio diletto converso con coloro, che sanno, per haver occasione ancora d’imparare, che, se la mia fortuna il comportasse, io farei tutta la mia vitta, & spenderei tutto’l mio tempo dolcemente nell’Academie degli huomini virtuosi”.

Purtroppo se Veronica all’apice della fama poteva contare su un gruppo nutrito di amici ed estimatori, non le mancavano tuttavia nemici pronti a dileggiarla per il suo essere cortigiana. Tra questi il più feroce fu Maffio Venier, poeta, politico e religioso, che nel 1575, forse dopo essere stato respinto, l’attaccò con questi, orribili, versi:

“Veronica, ver unica puttana,

Franca, idest furba, fina, fiappa e frola,

E muffa e magra e marza e pi mariola,

Che si’ tra Castel, Ghetto e la Doàna,

Donna reduta mostro in carne umana,

Stucco, zesso, carton, curàme e tola,

Fantasma lodesana, orca varuola,

Cocodrilo, ipogrifo, struzzo, alfana.

Ghe vorria centenara de concetti

E maïara de penne e caramàli

E un numero infinito de Poeti

Chi volesse cantar tutti i to mali,

Tutte le to caie, tutti i difetti,

Spettativa de ponti de ospedali.

Fronte verde, occhi zalli,

Naso rovan, maselle crespe e guanze,

Recchie d’ogni ora carghe de buganze

Bocca piena de zanze.

Fià spuzolente, denti bianchi e dei

A pàr e delle cégie e dei cavéi”.

 

Parole orribili rivolte ad una ragazza che così amava descriversi:

“Così dolce e gustevole divento

Quando mi trovo con persona in letto

Da cui amata et gradita mi sento,

Che quel piacer mio vince ogni diletto,

Sicché quel che strettissimo parea

Nodo dell’altrui amor, divien più stretto”.

L’epidemia di peste del 1575/1576 la costrinse a lasciare la città per rifugiarsi in terraferma, rientrata nel 1577 si trovò a doversi prendere cura di alcuni nipoti rimasti orfani a causa della pestilenza. È presumibile che abbia abbandonato l’attività di meretrice sia per l’età che iniziava ad aumentare sia per alcuni problemi di salute da lei denunciati nel 1580.

Le traversie di Veronica, tuttavia, non erano ancora finite, nel maggio del 1580 lamentava il furto di un paio di forbici con fodero in argento ed il 22 dello stesso mese si rivolse alle autorità per ottenere dal Patriarca un’ingiunzione di consegna. Ottenne invece di essere denunciata al Santo Uffizio da Rodolfo Vanitelli, già precettore di suo figlio Achilletto, denuncia rafforzata delle testimonianze di Dona Bortola e Giovanni Vendelino Tedesco, già suoi servitori. Le accuse erano: essere ricorsa a magie ed invocazioni diaboliche per ritrovare le forbici; tenere in casa giochi proibiti; non recarsi mai a messa; non mangiare di magro nei giorni comandati; aver invocato il demonio per far innamorare alcuni Tedeschi.

Istruita da Domenico Venier, suo antico protettore ed amante, su come rispondere alle domande del Santo Uffizio, nell’ottobre del 1580 Veronica si difese molto bene dichiarandosi innocente in quanto “la più timida dona del mondo de demonii et de morti” riuscendo infine ad essere assolta, forse anche per l’intervento di uomini politici veneziani.

È verosimile che Veronica in gioventù non fosse stata molto attenta nella gestione del suo denaro. Risale al 1580, infatti, una sua supplica, successivamente non presentata, in cui implorava le venisse concesso un sussidio di cinquecento ducati l’anno poiché essa si trovava “in povero stato”. Sicuramente il suo tenore di vita non era più alto quello di dieci anni prima, ma non la si può comunque considerare ridotta in stato d’indigenza, infatti nella sua dichiarazione del 1582, diretta ai Dieci Savi sopra le decime, oltre a definirsi vedova di Paolo Panizza, indicava i suoi redditi annui in ventiquattro ducati a cui andava aggiunto un livello che le fruttava annualmente dieci staia veneziane di frumento.

Complessivamente Veronica poteva contare quindi su un reddito annuo di circa 45:9 ducati, cifra non enorme ma comunque interessante dato che in quel periodo lo stipendio annuo di un operaio nella città di Venezia era di circa trenta ducati.

Mi piace comunque pensare che quello sia stato il periodo più felice della sua vita, libera da una professione che detestava e libera di occuparsi soltanto di ciò che amava, la poesia.

“Ite pensier fallaci, e vana spene,

Ciechi ingordi desir, acerbe voglie,

Ite sospiri ardenti, amare doglie,

Compagni sempre alle mie eterne pene!

Ite memorie dolci, aspre catene

Al cor, che alfin da voi pur si discioglie,

E il fren della ragion tutto raccoglie,

Smarrito un tempo, e in libertà pur viene!

E tu pure, Alma, intanti affanni avvolta,

Slegati omai, e al tuo Signor divino

Leggiadramente i tuoi pensier rivolta;

Sforza animosamente il tuo destino,

E i lacci rompi, e poi leggiadra e sciolta

Drizza i tuoi passi a piu secur cammino”.

Prova ne sia, oltre a questo sonetto, la lettera che Muzio Manfredi le scrisse dalla Francia il 30 oOttobre del 1591. Il poeta, oltre a ringraziarla per i complimenti rivolti alla tragedia “Semiramide”, le augurava “sanità e otio da dar l’ultima mano al suo Poema Epico”. Purtroppo Veronica non poté mai leggere l’affettuoso invito del suo corrispondente, né noi sapere se sia riuscita a completare il suo ultimo lavoro.Vinta da 20 giorni di febbre, Veronica si spegneva il 22 luglio del 1591, nella Parrocchia di San Moisé.

“Ma s’allegrar mai si dè’ la mente,

cui de la vita l’aspro carcere tiene,

ciò guardando si faccia solamente

ch’a posar dai travagli un dí si viene.

D’ogni travaglio il termine è la morte”.

 

Penso che il modo migliore di chiudere questa chiacchierata sia cedere direttamente la parola a Veronica, riportando i versi con cui, ironicamente, aveva ribattuto alle orrende ingiurie di Maffio Venier:

“«Ver unica» e ‘l restante mi chiamaste,

alludendo a Veronica mio nome,

ed al vostro discorso mi biasmaste;

ma al mio dizzionario io non so come

«unica» alcuna cosa propriamente

in mala parte ed in biasmar si nome.

Forse che si direbbe impropriamente,

ma l’anfibologia non quadra in cosa

qual mostrar voi volete espressamente.

Quella di cui la fama è gloriosa,

e che ‘n bellezza od in valor eccelle,

senza par di gran lunga virtuosa,

«unica» a gran ragion vien che s’appelle”.

Aveva ragione, è stata realmente unica.

 

 

 

Nota Metrologica

 

La valuta della Repubblica di Venezia era la Lira Veneta, nome completo Lira Veneta di Piccoli, divisa in 20 Soldi da 12 Piccoli o Bagatini, la contabilità invece si teneva in Ducati Correnti, moneta di Conto divisa in 24 Grossi.

Il tasso di cambio tra Lira Veneta, reale, e Ducato Corrente era fissato in 31:5, cioè 31 Lire corrispondevano a 5 Ducati Correnti.

Negli anni ’70 del XVI secolo lo Scudo era una moneta d’oro tariffata a 7 Lire.

Nella città di Venezia il grano si vendeva a Stara da 83,32 litri.

Per il prezzo del grano, non disponendo di quelli relativi al mercato realtino, mi sono basato sul lavoro di Gabriele Lombardini “Pane e denaro a Bassano” mentre per gli stipendi nello stesso periodo sul contributo di Andrea Zannini “L’economia Veneta nel Seicento. Oltre il paradigma della ‘crisi generale’”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Enrico Pizzo, classe ’74, residente sui Colli Euganei. Appassionato di storia veneta e storia dei sistemi monetari preunitari.

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Andrea Zannini, “L’economia Veneta nel Seicento. Oltre il paradigma della ‘crisi generale’”, 1999; Gabriele Lombardini, “Pane e denaro a Bassano”, 1963; Giuseppe Tassino, “Veronica Franco – Celebre poetessa e cortigiana del XVI secolo”, 1888; Valeria Palumbo, “Veronica Franco la cortigiana poetessa”, 2011; Veronica Franco, “Terze Rime di Veronica Franca al Serenissimo Signor Duca di Mantova e del Monferrato”, 1575; Veronica Franco, “Lettere Familiari a Diversi della. S. Veronica Franca all’Illustriss. et Reverendiss. Monsig. Luigi d’Este Cardinale”, 1580; Vittorio Piva, “Manuale di Metrologia delle tre Venezia e della Lombardia”, 1935

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