Il Trasformismo

Mario Vinciguerra, in I partiti italiani dai 1818 al 1955, edito a Roma nel 1956, si soffermò con acume sul trasformismo, il tentativo di fusione di tutte le forze dello Stato liberale per poter proseguire sulla via delle riforme facendo fronte alle opposizioni che scuotevano più il Paese che il parlamento.

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Il rassestamento parlamentare compiuto da Depretis negli anni 1881-1883 è passato sotto il nome di “trasformismo”, diventato infamante per riflusso delle accese polemiche del tempo, male o punto vagliate dagli storici posteriori. Solo da poco tempo la grande fatica, quasi in segreto compiuta da quell’uomo per il consolidamento dello stato italiano, comincia ad essere guardata con maggiore equanimità. Anche in questi nuovi giudizi però (da quello di Giolitti, nelle “Memorie”, a quello di Croce, nella “Storia d’Italia”, di Bonomi ne “La politica italiana”, e di altri) si trova piuttosto una giustificazione che un riconoscimento del valore intrinseco dell’opera. Si dice, in sostanza, che Depretis non poteva fare altro, data la situazione già creata al di fuori di lui; oppure che egli non inventò il “trasformismo”, ma lo trovò, ne prese atto e gli dette una forma; fu, si potrebbe dire, il notaio che omologò l’avvenimento, senza aggiungervi una sua iniziativa personale.

Questa ricerca di irresponsabilità diminuisce la persona e non risponde ai fatti. L’iniziativa di Depretis mi pare risulti chiara dalla esposizione precedente; fu, anzi, una iniziativa energica e coraggiosa, poiché egli ritornò sui suoi passi. Insieme col suo nuovo partito egli aveva preso a battere la strada opposta, quella del governo “di colore”; ma di fronte allo spettacolo di confusione, di lotta intestina e di anchilosi governativa, si decise per il ritorno alla tradizione parlamentare italiana della maggioranza di governo, e lo preparò con cura, come un piano politico e non come un espediente momentaneo. Il risultato fu, nel complesso, favorevole, tenendo conto delle deficienze esistenti nella vita pubblica. Un particolare merito va attribuito a Depretis per aver compreso che una causa importantissima dell’infiacchimento del governo consisteva nel rapido anemizzamento della classe di governo. La vecchia classe politica scompariva, e non ancora si poteva contare su una più giovane, poiché non erano ad essa offerte le condizioni per formarsi e prendere consistenza. La lotta politica minacciava di trasformarsi e perdersi in tante consistenze personali. A questo sparpagliamento di energie Depretis reagì fruttuosamente, offrendo alle nuove ambizioni un terreno abbastanza solido, su cui svolgere una carriera politica. Lo spirito di continuità fu la caratteristica più spiccata dei ministeri Depretis, e tale criterio ha mantenuto il primato in tutta la nostra storia parlamentare. Giolitti comprenderà tutta l’importanza di questo fattore politico, e cercherà di seguire il metodo Depretis, ma senza raggiungere la perfezione. Dal 1881 al 1887, attraverso quattro gabinetti, i quattro ministeri fondamentali (Interi, Esteri, Finanze con interim del Tesoro, non cambiarono di mano): Depretis agli Interni, Mancini agli Esteri, Magliani alle Finanze-Tesoro. Ma anche negli altri ministeri si trovarono consolidati alcuni nomi: quelli di Baccelli e Coppino, alla Istruzione Pubblica; quelli di Berti e Grimaldi all’Agricoltura; quelli di Acton e Brian alla Marina, di Ferrero e Ricotti alla Guerra. Nel settimo ministero Mancini, mortalmente ammalato, fu sostituito dal Generale Carlo di Robilant, ambasciatore a Vienna, ed anche per questo, desiderato dalla corte, in vista del rinnovamento della Triplice Alleanza. Nell’ottavo e ultimo Depretis prese lui quel portafogli.

Questo lungo periodo di consolidamento, sulla base di una nuova maggioranza di governo, rinsanguò la vita parlamentare, esausta dopo il ’70, e rese possibile gli sviluppi ulteriori. Del resto la dimostrazione che il “trasformismo” (nel senso di partito di governo) non fu una trovata diabolica di Depretis, ma rispondeva, oltre che ad alcune necessità, ad una lunga consuetudine passata nel sangue dei nostri parlamentari, è offerta dalla constatazione che i tre gruppi di opposizione, i quali potevano aspirare ad una successione al governo (i radicali allora erano fuori competizione, all’opposizione di principio), erano sullo stesso piano dell’avversario. Se si esaminano i nomi dei componenti il gruppo dei “dissidenti”, si trovano riuniti insieme, senza essere presi da scrupoli, uomini di destra come Rudinì e Chimirri, di centro come Sonnino, di sinistra come Giolitti, Lacava, Pelloux. Questo gruppo rispecchiava in piccolo la medesima situazione della maggioranza; era una maggioranza potenziale, in attesa. Quanto alla Pentarchia*, che s’era allontanata, avvolgendo la teta nella toga per non vedere tanti scandali, essa aveva nel suo seno Nicotera, che era entrato in rapporti con la destra intransigente - la quale però era disposta a transigere, renitente il solo Spaventa, su di una combinazione di governo Sella-Nicotera. Ed anche la successiva politica parlamentare di Crispi sarà l’esempio della più aperta contraddizione coi proclamati principi della Pentarchia.

 

 

*Era chiamata Pentarchia l’unione di cinque uomini politici della Sinistra (Cairoli, Crispi, Baccarini, Nicotera, Zanardelli) fautori di una politica più audacemente progressista rispetto a quella di Depretis.

 

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