Luigi Settembrini e l’amore paterno

Vinto il concorso per la cattedra di retorica e lingua greca nel Liceo di Catanzaro, nel 1835, Luigi Settembrini fu di lì a poco arrestato come cospiratore. Era sposato da qualche anno e aveva un figlio, Raffaele. Patì lunghi anni di detenzione nelle galere borboniche e lasciò drammatica testimonianza della sua vita nelle Ricordanze. Pregne di nobili ideali e puri affetti d’uomo, le pagine che scrisse esaltano spesso i sentimenti familiari più profondi, con una prosa piana e commossa, come quando ricorda quella volta in cui sua moglie e suo figlio si recarono al carcere a fargli visita, ma furono respinti: “Ero già in quel carcere da trentadue giorni che avevo contati ad uno ad uno, ad ora ad ora, e non sapevo nulla di mia moglie e del mio figliuolo rimasti in Catanzaro. Venne il custode e disse:

Vostra moglie è venuta, e vi attende sopra.

Come, è venuta?

Sissignore, e attende il Commissario per vedervi.

Ed ha condotto mio figlio?

L’ha condotto.

Dunque io la vedrò.

Se viene il Commissario.

E verrà il Commissario?

La signora dice che gliel’ha promesso. Verrà o manderà persona con suo ordine. Intanto preparatevi e state di buon animo.

Andando via il custode, io salii su la finestrella, e posi gli occhi su quel pezzetto di via che di là si vedeva, e che mena al carcere. Guardai fiso fiso per tre ore con un’angoscia mortale, e non iscorsi mai persona che paresse il Commissario: dopo tre ore vidi una donna con un bambino, che andando via levarono gli occhi in alto. Li riconobbi, cacciai la mano fuori i cancelli e salutai: ella mi salutò con la mano, il bimbo andava guardando e salutava con la manina: la sentinella si avanzò; essi andarono via. Io mi gettai sul farto e piansi amaramente. Dopo un pezzo venne il custode a dirmi che ella se n’era andata perché non era venuto né il Commissario né un suo ordine”.

Era il maggio del 1839 quando entrò in carcere, separandosi da moglie e figlio. Condannato a morte, pena commutata in quella dell’ergastolo, i suoi sentimenti non mutarono. Le Ricordanze continuano a lasciarci immagini vivide e commoventi, dolcissime, dettate dall’amor paterno: “Ora qui è cominciato il passaggio degli uccelli: e quasi ogni dì io vedo in quello spazio di cielo che ricopre l’ergastolo passare stuolo di grandi e di piccoli uccelli. Oh quanto io invidio le ali ad una rondine, ad una lodoletta, ad una tortorella! Se io avessi le ali, io volerei senza stancarmi mai, e saprei ritrovare la nave che porta il figliuolo mio diletto, mi poserei sovra un’antenna e lo riguarderei. Vorrei vedere quanto è cresciuto, come ha abbronzata la faccia al sole ed al mare, vorrei udirlo parlare, guardarlo negli occhi per sapere che fa e che pensa e che sente.

Spesso, quando il tramonto è sereno ed io con gli altri sette, che son meco nello stesso covile, sono chiuso, mi siedo e volgo gli occhi alla piccola e bassa finestra ferrata. A quest’ora io taccio, e malinconicamente guardo il cielo a traverso ferri, e nel cielo vedo una stella bellissima e lucente, nella quale io fisso lo sguardo, e il pensiero, e l’anima. Parmi talora che io voli a lei, e talora che ella venga a me, che io le parli, che ella mi sorrida col sorriso del mio Raffaele; è Raffaele mio che mi parla; così vivi, così lucenti splendevano gli occhi suoi. Quante cose io dico a quella stella, al mio Raffaele, il quale parmi che mi si avvicini, prenda i ferri con la mano, e mi dica: – Beneditemi, o padre mio: – ed io lo benedico. La stella tramonta, s’accende il lume, si chiude la finestra, ed io scrivo quello che vado fantasticando dolorosamente”.

Consumò il suo ergastolo a Porto Santo Stefano, una delle isole pontine. Suo figlio Raffaele – ecco la spiegazione di quella “nave che porta il figliuolo mio diletto” – dopo la condanna del padre, si era recato in Inghilterra, arruolandosi nella marina britannica. Anni dopo, al principio del 1859, avrebbe eroicamente soccorso il padre, mentre questi, con altri sessantacinque condannati, veniva tratto dal carcere e avviato nelle Americhe su un bastimento. Raffaele, allora, salito in incognito sul legno, come cameriere, costrinse il capitano della nave, con la violenza, a dirottare verso le coste inglesi, portando in salvo il padre e i suoi infelici compagni.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

 

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