L’ultima “chiacchiarata” tra Lo Cuorpo de Napole e lo Sebbeto

Il 25 giugno del 1860 Francesco II riportò in vigore la costituzione del 1848, di conseguenza fu ristabilita la libertà di stampa. Lo Cuorpo de Napole e lo Sebbeto fu uno dei primi giornali ad organizzarsi. Il suo primo numero, anzi la prima “chiacchiarata” tra Lo Cuorpo de Napole e lo Sebbeto risale al 9 luglio.
Tale giornale durante i suoi otto anni di attività, si caratterizzò per l’uso esclusivo del napoletano, anche per scopi didascalici, poiché sulle sue colonne, veniva spiegato il funzionamento della monarchia costituzionale. Il foglio fondato da Ernesto Del Preite era di tendenze liberali, garibaldine e favorevole all’unificazione italiana sotto casa Savoia. Mentre a Napoli ancora regnava Francesco II, Lo Cuorpo offrì ai suoi lettori la biografia di “Peppe Galubarde”. Naturalmente Del Preite e i suoi collaboratori accolsero con entusiasmo gli eventi bellici e politici del 1860-61 che stravolsero l’antico assetto della penisola italiana.

Ma Lo Cuorpo de Napole non fu acriticamente dalla parte del governo sabaudo, anzi ben presto, per la precisione il 26 “ottombre” 1860, apparve la rubrica aperiodica “Cose Storte”.

I redattori di tale rubrica usavano degli pseudomini, ciò caratterizzava quasi tutti gli articoli del giornale, tra i quali spicca Chiuvitiello. E’ molto propabile che tale pseudonimo fosse usato da Luigi Chiurazzi, poeta, editore e libraio, che lo utilizzerà soprattutto nel decennio successivo, in particolare sulle colonne de Lo Spassatiempo, settimanale da lui fondato.

Attraverso la rubrica Cose Storte ben presto ci si scagliò contro il governo torinese reo di trascurare Napoli e l’ex regno in favore dell’Alta Italia. In particolare veniva contestata la svendita e il ridimensionamento di Pietrarsa e dell’Arsenale di Napoli, nel contempo si suggeriva il temporaneo spostamento della capitale d’Italia da Torino a Napoli, per frenare la propaganda reazionaria e il malcontento dei napoletani. In sostanza le denunce e le proposte del quotidiano fondato da Del Preite non si discostavano troppo dalla linea adottata dagli altri fogli napoletani dei primi anni postunitari o dalla celebre interpellanza parlamentare del duca di Maddaloni.

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Purtuttavia Lo Cuorpo de Napole e lo Sebbeto non tornò mai borbonico come il duca, anzi rimase saldamente garibaldino. Nonostante le sue vibranti proteste, il foglio di Del Preite non conobbe mai i rigori del fisco, né la sua sede fu mai vandalizzata dalla camorra come capitò a moltissimi fogli filoborbonici. Ma le cose cambiarono nel 1867 quando il giornale fu più volte sequestrato per le sue campagne contro l’eccessiva tassazione nazionale e municipale.

Inoltre i redattori di tale quotidiano dovettero amaramente constatare che la nuova Italia aveva un peso internazionale trascurabile, si veda a tal proposito l’articolo “Lo primato dell’Italia” pubblicato l’11 marzo del 1867.

Vogliamo riportare alcuni stralci dell’ultima “chiacchiarata” tra il Lo Cuorpo de Napole e lo Sebbeto, risalente al 31 dicembre del 1867. E’ l’addio disincantato dopo otto anni di attività.

C. […] Nnante a l’uocchie nuoste non sta autro che la Verità, e chesta è chella che avimmo da fa trionfà sempe.
S. Gnorsì, stammo dicenno da ott’anne sta verità, ma ntanto che ne avimmo cacciate? E comme non avessemo parlate.
C. Chi te l’à ditto? Pare che non avimmo cacciato niente, ma le pparole fanno sempre l’effetto lloro – Lo governo non nce à voluto sentì peggio pe isso – E ndubitaato che si apprimma aveva tutto lo popolo vascio pe amico, ogge chisto l’è contrario – Non se po di che cosa aspetta, ma mperò è certo che lo bene le voleva na vota, mo è fernuto.
S. Autro ch’è fernuto! Ogge chello che no juorno era bene è odio.
C. Embè non vide che chesta è la forza de chella verità che lo governo non à voluto sentì, isso fa recchie de campane, lo peggio è lo ssujo. Lo popolo è vero po rummanè spogliato de chello che aveva, ma mperò nisciuno à la forza de poterle levà li deritte suoje – e de sti deritte isso è padrone de poterne disporre quanno le pare e piace.
S. Compà, che vaje parlanno ccchiù de deritto? Non vide che ccà nce ànno avvelite de na mananera che non avimmo manco la forza de parla? Ccà l’unico deritto è la forza, e nfi a quanno chesta non se mette mpratteca, li popole perdono sempe.
C. Nò lo deritto de la forza è fernuto: è la forza de lo deritto chella che va nnante – Co la ragione se arriva assaje cchiù priesto.
S. E’ vero, ma chesto fuorze sarrà a quacche autra parte, ma non già dinto a l’Italia – Ccà li ministre se so abituate da na tale manera, chè non vonno sentì cchiù nè forza de lo deritto nè forza de la ragione – Governano comme lo popolo non ce stesse, e fanno scacamarrune ncopp’ a scacamarrune, comme governassero na mmorra de pecore.

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore: Vincenzo D’Amico, editore, bibliofilo, studioso di giornali napoletani di fine Ottocento

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