Uno degli espedienti utilizzati da certuni per cercare di danneggiare l’immagine di Giuseppe Garibaldi è la diffusione di una versione letteralmente incredibile della morte di Anita, secondo cui la moglie sarebbe stata strangolata dal consorte, oppure sepolta viva.
Si tratta naturalmente di un falso storico grossolano, che è stato spacciato giocando su di una relazione della polizia pontificia.

I poliziotti del papa, quando rinvennero il cadavere di Anita dopo la prima sepoltura nella sabbia, trovarono sul collo segni che parevano di strangolamento. Ma in seguito ad un’accurata indagine giudiziaria delle autorità pontificie, esse finirono col prosciogliere completamente i Ravaglia (la famiglia presso cui Anita, moribonda, aveva trovato riparo) da ogni accusa sia d’assassinio, sia di furto.
I medici legali stessi, pontifici, dichiararono dopo esame del corpo che Anita era morta per cause naturali. Qui appresso può vedersi come furono spiegati i segni che le si trovarono sul corpo.

«Estratto dal giornale il Ravennate, n. 114, del giorno 14 giugno 1882, esistente nell’Archivio di Stato di Bologna, fascicolo XXIV, nel 1849. (Archivio Pontificio Commissariato straordinario):
1. – Rapporto del Presidente del Tribunale collegiale di Ravenna al Dicastero di Grazia e Giustizia in Roma (8 ottobre 1849).
2. – Lettera scritta dal Presidente sullo stesso argomento in data del 6 novembre 1849».

Intorno alla morte di Anita, il rapporto dice: «Fu allora mandato a chiamare dalla boaria Giuseppe Ravaglia, ed essendo stato deciso di dare ricovero a quella donna, fu intrapreso il di lei trasporto per adagiarla in un letto esistente sul piano superiore, sul quale però non poté essere posata viva, perché su per le scale fu investita da una specie di convulsione che la tolse da’ viventi».
Intorno ai segni che parvero di strangolamento, il rapporto recita: «E quei guasti nel sudetto cadavere riscontrati iI 1 agosto, non derivano che dall’ effetto della inoltrata putrefazione, la quale avendo agito meno nella parte anteriore del collo, perché il mento lo aveva maggiormente difeso dal calore tramandato dalla sabbia, le aveva lasciato un cerchio come di depressione, nel che convenne poscia lo stesso fisico in successivo esame sostenuto».

Sulla morte di Anita esiste anche il rapporto del commissario pontificio, quindi dell’alto funzionario di uno stato che dava la caccia a Garibaldi per arrestarlo, processarlo e fucilarlo:

«Oggetto: Appendice al rapporto sul rinvenimento d’ignoto cadavere ritenuto la donna che seguiva il Garibaldi.

Faccio seguito al precedente mio rispettoso foglio dei 12 corrente con egual numero, sottoponendo all’Eccellentissima Vostra reverendissima, che col mezzo delle indagini pratticate dalla polizia, e con segreti confidenti da me posti in giro ho potuto venire nella chiara e precisa conoscenza dei fatti relativi al rinvenimento dell’ignoto cadavere di donna. Non vi ha in oggi più dubbio, che il sudetto cadavere non sia della donna, che seguiva il Garibaldi. Fu dessa condotta moriente su di un birroccino da Garibaldi stesso alla casa colonica dei fratelli Ravaglia fattori del marchese Guiccioli in una di lui proprietà alle Mandriole. La donna era invasa da febbre perniciosa, siccome espresse il medico Nannini di S. Alberto, che trovatosi presente colà casualmente all’arrivo di essa le tastò il polso. Asportata in una camera, e adagiata su di un letto, le fu apprestato il soccorso di un bicchiero di acqua, ma non appena ne sorbì pochi sorsi cessò di vivere. Eravi presente il Garibaldi, il quale si sfogò in atti d’inconsolabile dolore per tale disgrazia, e poco dopo si diede in fuga, raccomandando a quella famiglia di dare onorata sepoltura al cadavere. Questi fatti avvenivano il sabbato 4 corrente verso la sera alla presenza di piucché venti persone, essendosi colà riuniti gl’inservienti di quella fattoria per essere pagati della mercede delle opere prestate nel corso della settimana.

Monsignor Commissario Pontificio straordinario
/Bologna/

[p. 1 v]: Ho subito spedito sul luogo un impiegato di polizia per procedere all’arresto dei fratelli Ravaglia, lo che è già stato eseguito, ed il tribunale sta ora costruendo l’analogo incarto. Si vede fin d’ora che li sudetti coloni compressi da timore di essere rimasti esposti a grave responsabilità per il ricovero dato momentaneamente al Garibaldi, e per la morte avvenuta in loro casa della di lui moglie si appigliarono al partito di occultare l’avvenimento, e quindi s’indussero a sotterrare in campagna quel cadavere.
Sarà mio dovere informarla delle risultanze del processo; ed intanto con perfetta stima, e profondo rispetto ho l’onore di confermarmi.
Di Vostra Eccellenza Reverendissima
Ravenna li 15 agosto 1849
Devotissimo Obbligatissimo Servitore
[A Locatelli] Delegato».

Una copia di questi documenti ufficiali si trova (od almeno si trovava anni fa) nel Museo del Risorgimento di Bologna, fra i manoscritti intitolati «Garibaldi (Anita Ribeyras)», serie B, dono del prof. Raffaele Belluzzi.

Coloro che hanno accusato Garibaldi di aver strangolato Anita hanno quindi diffuso una “voce” del tutto falsa, contraddetta sia dai testimoni del decesso, sia dall’esame autoptico del cadavere. Ancora, neppure le autorità pontificie, che pure vedevano in Garibaldi un arcinemico, gli imputarono mai un’accusa del genere. L’ipotesi dell’uccisione di Anita è quindi totalmente priva di fondamento.

 

 

 

 

Autore articolo: Luigia Maria de Stefano

Fonte foto: dalla rete