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Violenze naziste a Roma

Per 271 giorni Roma restò occupata dai nazisti. Nove mesi duri e violenti, di fame, di deportazioni, di angherie che però non spezzarono la volontà dei romani di opporsi e resistere. Nei piani tedeschi, la città doveva essere una base militare ed una preziosa retrovia del fronte.

A garantire questo progetto si affiancarono le azioni di alcune bande fasciste come la Koch, la Bardi-Pollastrini, la Cialli-Mezzaroma. Come i nazisti, queste bande non esitarono a sparare sulla popolazione, su donne e ragazzi che cercavano di portare aiuto ai feriti, nei combattimenti dell’8 e 9 settembre del 1943, alla Magliana, alla Montagnola, a Porta San Paolo. In totale si contarono oltre quattrocento civili che persero la vita nei combattimenti in tutta la città. Fu solo l’inizio.

In tutta Roma mancava cibo, i razionamenti di pane scarseggiavano, la denutrizione è certificata dai registri degli ospedali. I rastrellamenti erano continui, si prelevavano giovani e uomini per destinarli al lavoro coatto e chi veniva sorpreso a nascondersi spesso conosceva la morte. I combattimenti e le rappresaglie non scemarono ed un compito doloroso per le donne romane divenne quello di ricercare i corpi dei propri figli e mariti, vittime delle torture, delle condanne a morte, delle esecuzioni sommarie. I nazisti, oltre a tentare di controllare la città, dovevano pure trovare braccia per il lavoro nelle loro fabbriche, così i proclami del feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante della Wehrmacht in Italia, si fecero più minacciosi. Tuttavia dei ventimila romani attesi, se ne presentarono solo 315 ed allora i rastrellamenti ripresero.

Il 7 ottobre una guardia repubblicana uccise Rosa Guarnieri Carducci, una madre che cercava di non far arrestare il figlio che si nascondeva per non rispondere alla precettazione al lavoro. Il 27 furono restrellati i quartieri di Montesacro, Tufello e Valmelania con l’arresto di 346 uomini. Il 7 novembre fu reastrellata la zona di piazza Mazzini. L’11 novembre ebbe luogo la prima deportazione in Germania. Riguardò 900 ufficiali italiani che si rifiutarono di impegnarsi a non combattere i tedeschi. Il 14 ed il 19 si susseguirono ancora rastrellamenti. La città era piombata nell’orrore, nell’angoscia.

Il 4 gennaio 1944 circa trecento uomini, colpevoli di opposizione al regime, vittime di delazioni ed ebrei, lasciarono il carcere di Regina Coeli per finire nel campo di Mauthausen ed in quello di Dachau. Qualcuno scomparve: nei documenti i conti non tornano, gli immatricolati sono 257, ne dovrebbero essere 292. Forse fuggirono. Sopravvissero solo una sessantina di essi. In uno dei processi celebrati a fine guerra si seppe che molti detenuti malati furono fatti morire con iniezioni di fenolo e benzolo, presso il Castello di Hartheim.

Di tutti i rastrellamenti nessuno però è paragonabile all’imponente operazione che la Wehrmacht e la Guardia Nazionale Repubblicana, sotto la guida del tenente colonnello delle SS, Herbert Kappler, scatenarono il 31 gennaio 1944. Tutta la città fu bloccata da blindati e presidi, in poche ore furono catturati 2000 romani e rinchiusi nella Caserma Macao di Castro Pretorio. In ottocento furono inviati, una parte al lavoro coatto sul fronte di Anzio, un’altra in Germania, nelle fabbriche del circondario di Hannover.

La città pativa fame e disperazione ma resisteva. Ai sessantamila militari si unirono migliaia di civili, donne, uomini, ragazzi. Rubavano le armi nelle caserme abbandonate per poter combattere anche loro. I GAP, i Gruppi di Azione Patriottica, attaccavano i fascisti e i tedeschi con agguati, imboscate, inaspettati lanci di bombe. Tra gli uomini coinvolti nella resistenza ci fu pure Don Giuseppe Morosini che con un compagno, Marcello Bucchi, fu segnalato da Dante Bruna e venduto ai nazisti. Arrestato con le accuse di possesso di pistola e di aver passato agli Alleati la copia della mappa del settore difensivo tedesco davanti a Cassino, il prete fu torturato e poi fucilato a Forte Bravetta il 3 aprile del 1944, Bucchi invece finì nelle Fosse Ardeatine. Qui 335 vite umane furono trucidate come rappresaglia di un attentato partigiano compiuto il 23 marzo a via Rasella da membri dei GAP in cui erano rimasti uccisi 33 soldati del reggimento “Bozen” appartenente alla Ordnungspolizei dell’esercito tedesco.

Intanto le forze alleate sfondano le linee tedesche a Cassino, i romani potevano sentire la libertà più vicina. Il 4 e il 5 giugno 1944 le truppe americane del generale Mark Wayne Clark riuscirono a superare le ultime linee difensive dell’esercito tedesco ed entrarono nella città senza incontrare resistenza, ricevendo l’entusiastica accoglienza della popolazione romana. Kesselring preferì ripiegare verso nord senza impegnare un combattimento all’interno dell’insidiosa area urbana di Roma.

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: A. Pavia, A. Tiburzi, I Giorni del Sole Nero

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