I combattimenti di Caiazzo del settembre 1860

Per Garibaldi “l’operazione di Caiazzo fu più di un’imprudenza, fu una mancanza di tatto militare da parte di chi la comandava”. Perchè l’Eroe dei Due Mondi il generale espresse un giudizio così critico?

Aveva raccomandato al generale Sirtori di portare avanti esclusivamente operazioni di distrubo contro le linee nemiche per conoscere le mosse dei borbonici in vista di una battaglia decisiva. Invece concretizzarsi un vero e proprio attacco, azzardato perchè Caiazzo era sulla riva destra del Volturno, quella controllata dal nemico, sconsiderato perchè l’azione fu effettuata senza un’adeguata preparazione, contro una città vicina alla piazzaforte borbonica di Capua. Il piano studiato da Stefano Turr e dal colonnello Wilhelm Rustov, previde una concomitante azione contro Capua, ma essa non andò a buon fine. Proprio qui, infatti, il 19 settembre, mentre a Napoli avveniva il miracolo di San Gennaro, un paio di migliaia di volontari, privi dell’appoggio dell’artiglierie, fu respinto, con gravi perdite, da diecimila borbonici. Nel frattempo Caiazzo era venuta in possesso dei garibaldini che restavano così isolati.

“Le giornate 19 e 21 settembre 1860 a Caiazzo”, opera del sottotenente Attilio Cattabeni, presente ai combattimenti e cugino del maggiore Giovan Battista Cattabeni, comandante dei Cacciatori Bolognesi, inizialmente inviati, soli, alla conquista di Caiazzo, è una preziosa fonte dei fatti.

I Cacciatori Bolognesi furono informati del fatto che i borbonici avevano lasciato quel paese per affrettarsi a Capua, ma la notizia si rivelò falsa. Il battaglione, formato appena da 400 uomini, armati di soli fucili e reduci da una marcia faticosa da Marcianise, dove malfattori avevano messo al sacco il paese approfittando del disordine politico, non aveva guide, nè vettovaglie e guadò il Volturno senza imbarcazioni, nei pressi della cittadina di Amorosi. I Cacciatori Bolognesi entrarono nel paese con lo squillo delle trombe, accolti con osanna dai liberali locali, e nel frattempo le sentinelle diedero l’allarme. Furono travolti dal drappello di borbonici. Nel corpo a corpo che nacque, ebbero la meglio, ricacciando il nemico, ma intanto i filoborbonici del posto, armati di sassi e accette, si abbandonarono a violenze brutali, costringendo le camicie rosse a trincerarsi nelle case dei liberali e ad erigere sbarramente nelle strade. Fu necessario richiedere rinforzi per sedare la reazione, ma il violento temporale del giorno dopo gonfiò il Volturno rendendolo invalicabile, così gli uomini di Cattabeni li ricevettero solo il giorno 21, proprio quando 7.000 borbonici, dotati di artiglieria, attaccarono il paese.

Nocevento garibaldini male armati contro settemila borbonici dotati di cannoni. Fu una carneficina, un incessante grandine di colpi. I cannoni spazzarono via le barricate, morti e feriti crebbero nel giro di un’ora. I garibaldini si asserragliarono nel vescovato, accolti e protetti dal vescovo Luigi Riccio, mentre in tutta la città si scatenavano violenze contro i cittadini filo-unitari. Alla fine diedero segno di resa, facendo sventolare un lenzuolo bianco, ma i borbonici irruppero nell’edificio, sparando, minacciando ed infierendo sui feriti, nonostante il vescovo di Caiazzo, brandendo un crocefisso, tentasse di proteggerli. Trafissero con le baionette i garibaldini arresisi, lo stesso comandante Giovan Battista Cattabeni, già ferito negli scontri, fu colpito in pieno petto da una baionetta. Solo un alfiere borbonico, Giovanni Afan de Rivera, rimproverò i suoi commilitoni e poi, col generale brigadiere Matteo Negri, fornì protezione ai feriti.

Quel giorno le camicie rosse persero 250 uomini, appena un centinaio i borbonici. Intanto Caiazzo subì il saccheggio dei soldati di Francesco II.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

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