Il Medoacus minor, un fiume scomparso

Chi consulta una cartina geografica del Veneto nota subito due cose, il fiume Brenta (che, pressappoco all’altezza di Stra, piega verso Sud per finire in mare poco sotto Chioggia) e la presenza di un numeroso gruppo di Ville Venete situate lungo un canale chiamato Naviglio del Brenta. Se incuriosito da questa denominazione, prova ad approfondire viene a conoscenza che il Naviglio era in passato la parte finale dell’alveo del Brenta, fiume successivamente deviato tra il XIV ed il XVII secolo per evitare l’interramento della laguna.

Se decide di scavare ulteriormente apprende che non solo il nome latino del Brenta era Medoaco, ma anche che Plinio parla chiaramente di “duo medoaci”, descrivendo quindi una foce a delta, mentre la “Tabula Peutingeriana” indica lungo la via Popilia, tra le altre, le stazioni di sosta di Mino Medoaco, odierna Lova, e Maio Medoaco, Sanbruson.

Se affascinato da questo fiume scomparso prova a cercare, in letteratura o in rete, la descrizione del percorso è probabile che si imbatta in quella fatta dal Gloria, “attraverso Camino, Saonara, Legnaro del Vescovo, Arzarello, Arzergrande, Vallonga, Rosara non lungi da Corte, fino alla laguna“. Il Gloria non sbaglia, perché il percorso da lui indicato corrisponde ad un dosso, uno degli undici che occupano la cuspide deltizia avente come vertici approssimativamente Padova, Fusina e Chioggia, e che sono stati negli ultimi millenni le direttrici di deflusso del brenta in epoca protostorica, ma questo però non vuol dire che il “Minor” descritto dal Gloria sia lo stesso di cui parlava Plinio.

Questo perché i fiumi veneti, prima ancora che intervenisse l’uomo ad alterarne il percorso, erano già soggetti a modifiche di origine naturale a causa della scarsa pendenza della pianura padano-veneta. Ciò infatti porta all’accumulo di sabbia e detriti nel letto del fiume, fenomeno che non solo lo rende pensile ma porta in pochi secoli, tra i 10 e 15, all’interramento.

In letteratura il deflusso del Minor per Saonara, località Brentasecca, è confermato almeno fino al X, XI secolo d.C. e consultando le carte stradali della zona, o più semplicemente google maps, si nota che Brentasecca non è solo un nome di località, ma anche quello di una strada dall’andamento sinuoso.

Il prolungamento di via Brentasecca è via Costantina, alla cui altezza il tracciato stradale inizia ad essere affiancato da un piccolo corso d’acqua, il Cornio. Questo successivamente affianca via Celeseo e poi via Cornio, fino alla Cunetta, dove il fiume piega bruscamente seguendo il percorso di questa. La deviazione non è significativa, perché la Cunetta è stata scavata recentemente, controllando alla sinistra idrografica di questa si trovano via Celestia, che poi prosegue come via Cornio, sempre affiancata dal canale, fino a Campagna Lupia, località Lazzareto.

Il Cornio prosegue poi fino a Lova, dove sottopassa, tramite una botte, la Brenta Novissima e l’attuale sede della SS309 per poi terminare il suo percorso in laguna. A monte di Saonara il percorso diventa illeggibile, dato che attraversa aree che oggi sono fortemente urbanizzate, ma è “indovinabile” grazie al fatto che le località di Noventa, Camin e Saonara, ma anche Saonara, Campagna Lupia e Lova, sono collegate tra di loro da uno degli 11 dossi protostorici del Brenta.

Ci sono altri elementi che rendono plausibile l’ipotesi del Cornio come ultima direttrice di deflusso meridionale del Brenta, tra quelle originatesi in modo naturale, in tempi storici.

Primo elemento, l’attuale Naviglio non è naturale, non tutto almeno, ma creato artificialmente dai padovani nel 1143 tagliando l’argine, alla sinistra idrografica, più o meno all’altezza di Dolo.

Tra le motivazioni di questo intervento c’era la volontà da parte dei padovani di poter avere una via navigabile più diretta verso Venezia.

Secondo elemento, il collegamento tra Padova ed il Brenta, il canale Piovego, risale al 1209. Cosa volevano navigare i padovani se non c’era ancora il canale?

Terzo elemento, il Brenta fino al 600 d. C. percorreva come ho detto il centro di Padova, per poi dirigersi verso Dolo tramite un percorso che parzialmente si sovrapponeva a quello del Piovego, niente ci proibisce di pensare che i padovani nel 1209 non abbiano scavato ex-novo il Piovego, ma piuttosto riattivato e rettificato un tracciato presistente che sfruttava parte delle acque del Bacchiglione, fiume che dopo il Seicento ha sostituito il Brenta nell’attraversamentodel centro di Padova.

Quarto elemento, in letteratura è riportato che nel 1142 i padovani deviarono “le acque del Minor nel Maior” per avere una migliore navigazione.

Ritengo probabile che il Bacchiglione, che dopo il Seicento ha preso il posto del Brenta come fiume padovano, abbia continuato ad utilizzarne in parte le direttrici di deflusso. Quella in direzione di Dolo era utile ai padovani, perché li metteva in collegamento con la laguna, ma nel tratto tra Noventa e Stra doveva essere scarsissima d’acque a causa della “presa” del Minor.

Ecco quindi l’intervento padovano con la chiusura di questa, e conseguente uccisione del fiume ridotto ad un canale di scolo delle acque meteoriche, in modo da cercare di riattivare il tratto Noventa-Stra. Riattivazione che sarà possibile solo nel 1209, tramite un esteso lavoro idraulico.

 

 

 

 

Autore articolo: Enrico Pizzo, classe ’74, residente sui Colli Euganei. Appassionato di storia veneta e storia dei sistemi monetari preunitari.

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Andrea Gloria, Il territorio Padovano illustrato; Antonio Bellamio, Campagna Lupia, la sua terra la sua gente; Bondesan et alii, Il Brenta; Bosio et alii, Il delta del Po

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