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Acciaio ad Oriente (Racconto breve)

Fuoco e acciaio imperversano ad Oriente, nella terra nota come Manciuria, in quella che diverrà nota come Guerra Russo-Giapponese. Ma questa non è la Guerra Russo-Giapponese che conosciamo, per il semplice fatto che ad essa partecipa, per uno scherzo del destino, un personaggio che ebbe un ruolo cruciale nella storia del paese più esteso del mondo.

 

***

 

Ormai erano gli ultimi momenti della battaglia.

Le truppe russe stavano resistendo più che potevano, ma non c’era più niente da fare, il loro destino era stato scritto.

Da quel giorno in poi, il nome Mukden sarebbe stato associato ad una disfatta per l’Impero Russo, almeno per quel poco tempo che gli rimaneva.

A combattere tra le ultime linee organizzate russe c’era il giovane Tenente Oleg Vladimirovič Vaganov, che stava disperatamente cercando di tenere unito il suo reparto, falcidiato dall’artiglieria e dalle cariche giapponesi.

“Forza! Ricompattiamoci di nuovo! Si stanno preparando per una nuova carica!”, urlò il Tenente.

Nonostante il fragore della battaglia, riusciva a distinguere quasi con chiarezza le esultanze e le invocazioni all’Imperatore provenienti dalle linee giapponesi.

L’assalto nipponico non si fece attendere.

Nonostante fossero esausti, gli uomini di Vaganov combatterono come delle furie dai loro trinceramenti per provare a far demordere i soldati del Sol Levante.

Nel bel mezzo dello scontro però, dalle retrovie si palesò un Sottufficiale: “Chi comanda qui? Chi è il comandante di questa unità?”, chiese.

“Credo di essere io, Sottufficiale”, rispose il Tenente Vaganov, “il Maggiore Školnik è irreperibile dalla scorsa notte, un tiratore scelto nemico ha centrato ha centrato in piena fronte il Capitano Telepnev e così via.

Mi sa tanto che dovrà riferire a me”.

“Tenente, è appena arrivato l’ordine di ritirata! Tutte le unità impegnate nell’area di combattimento devono sganciarsi e ritirarsi verso il confine russo”.

“E come dovrei ritirarmi? Lo vedete in che situazione mi trovo? Sono sotto pesante pressione! Non posso mollare tutto così e andarmene, la mia ritirata rischierebbe di trasformarsi in una rotta!” Il Sottufficiale che stava fungendo da messaggero, però, scrollò le spalle e disse: “Con tutto il rispetto, Signor Tenente, ma ambasciator non porta pena.

Il mio lavoro l’ho fatto, gli ordini li ho trasmessi, come li eseguirete non mi riguarda, adesso se permettete corro ad avvertire le altre unità… Ammesso che ce ne siano rimaste altre”.

Il Sottufficiale si dileguò come era comparso, e il Tenente, con un senso di rabbia che gli cresceva dentro, tornò a rivolgere la sua attenzione alla battaglia in corso.

“Avete sentito, uomini? Dobbiamo ritirarci! Proveremo ad approfittare della prossima pausa nell’attacco dei Giapponesi per andare via da qui! Continuate a sparare e tenetevi pronti a evacuare le trincee!” Ma qualcuno non era d’accordo con il piano dell’ufficiale: “No, Tenente! Dobbiamo fuggire adesso!” Vaganov non poté che rispondere interdetto: “Cosa?! Non se ne parla! Per quale motivo dovremmo scappare adesso? Sarebbe un disastro! Qui stiamo rasentando l’insubordinazione!” “Ma i Giapponesi hanno già sfondato le retrovie! Ci hanno accerchiati! Presto ci travolgeranno da tutti i lati! Non possiamo rimanere qui!” Vaganov provò a controbattere, ma venne nuovamente interrotto da un altro soldato: “Tenente guardi! Alla nostra destra!” Vaganov sfoderò il binocolo dalla sua custodia e osservò la situazione nella direzione lui indicatagli.

Una grossa nuvola di polvere rivelò la ritirata di un grosso contingente russo.

Il Tenente trasse da sé le proprie conclusioni: “Ma quella è la cavalleria del Generale von Rennenkampf! Sta abbandonando il campo di battaglia! Così rimarremo senza copertura!” Dopo un altro sguardo a quella zona Vaganov capì che anche le altre unità di fanteria stavano gettando la spugna.

“Dannazione! Il fronte sta cedendo! Ormai è il panico! Va bene, uomini! Ce ne andiamo di qui!” I soldati rimasti non se lo fecero ripetere due volte.

Il fuggi fuggi generale dei Russi venne facilitato da un improvviso e insperato arresto dell’attacco nipponico.

“Correte! Correte! Non fermatevi per nessun motivo! Accidenti, ma perché quei maledetti non ci inseguono?” La risposta arrivò subito sotto forma di boati ed esplosioni.

“Ci attaccano con l’artiglieria! Continuate a muovervi verso nord, ma cercate dei ripari!” Fu l’ultima cosa che disse il Tenente Vaganov.

Un sasso fatto schizzare via dall’esplosione di un proietto dell’artiglieria nipponica lo colpì alla testa e gli fece perdere conoscenza.

Vaganov non seppe per quanto tempo rimase in questo stato, steso a pancia a terra circondato dai cadaveri di quelli che un tempo erano i suoi commilitoni e sottoposti.

Fu la presenza di qualcuno vicino a lui a farlo rinvenire.

La battaglia era terminata verso sera, e adesso si intravedevano le prime luci dell’alba.

Vaganov rimase in silenzio sperando che colui che gli stava accanto lo scambiasse per morto, ma dato che non sentiva altri rumori se non il frugare nel tascapane che portava a tracolla, capì che si trattava di una sola persona.

Quando lo sconosciuto passò a frugare le tasche dei pantaloni del Tenente, questi, con uno scatto che gli costò parecchi sforzi, gli sferrò una gomitata in pieno volto, facendolo prorompere in un urlo di dolore misto a stupore: “Aaaah, maledetto bastardo, ma tu sei ancora vivo!” “Sei russo!”, disse uno stupito e al tempo stesso sollevato Vaganov.

Lo sconosciuto, massaggiandosi la mascella offesa, esclamò, con un pesante accento che il Tenente non riuscì ad identificare: “Ebbene sì, sono russo”.

“Che cosa ci fai qui?” “E che cosa ci dovrei fare, secondo te? Nella confusione mi sono perso e mi sono trovato separato dalla mia unità.

E adesso cerco di scappare a nord, come credo che dovresti fare anche tu adesso”.

“Ah, sì? Ed è così che si “scappa”? Prendendosi tutto il tempo per fare sciacallaggio a discapito dei tuoi poveri camerati defunti?” “Beh? Niente mi impedisce di raccattare un po’ di cosine interessanti strada facendo.

Dove alcuni perdono altri vincono, guarda un po’ cosa ho arraffato, infatti!” Il soldato misterioso, ridendo sotto i folti baffi che portava, tirò fuori dalla sua giacca tre orologi da tasca d’argento marcati Pavel Buhre, ma appena li vide Vaganov glieli strappò di mano indispettito.

“Ehi, quelli sono miei!”, provò a protestare il milite, ma il Tenente Vaganov rispose adirato: “Col cav9lo che sono tuoi! Guarda qua, dietro ci sono le incisioni dei loro legittimi proprietari… Štabs-kapitan Alekseev, questo qui lo conoscevo anche…” Il soldato però era visibilmente furioso: “Ascoltami bene, amico, faresti meglio a restituirmi quegli orologi, mi ci vuole un attimo per farti secco”.

“Rischiando di attirare i Giapponesi? Non credo proprio! E poi potrei benissimo restituirti la cortesia, anche io sono armato”.

Il Tenente disse queste ultime parole estraendo il suo revolver d’ordinanza dalla fondina.

“E va bene amico, mi arrendo, hai scoperto le mie carte, tieniti pure quei cipolloni, tanto erano pure rotti.

Ma adesso che si fa?”, chiese il soldato.

“Semplice”, disse Vaganov alzandosi lentamente, “continuiamo ad andare verso nord, sperando di non incontrare pattuglie giapponesi.

Suggerirei di attraversare le colline e stare lontani da strade, ferrovie e centri abitati.

Ah, a proposito, giusto per mettere i puntini sulle i, non pensarci nemmeno di riavere indietro il maltolto, perché lo restituiremo alle famiglie degli sventurati legittimi proprietari”.

“Ah, sì? In base a quale autorità?” “La mia”.

“In che senso, amico?” “Cos’è, non ti sei ancora accorto che sono un ufficiale? Sono il Tenente Oleg Vladimirovič Vaganov, 148° Reggimento, 37a Divisione di Fanteria, 1a Armata della Manciuria.

Di conseguenza ti pregherei di smetterla di chiamarmi “amico” e di rivolgerti a me col dovuto rispetto”.

Il soldato emise versi di disappunto, subito interrotti dalle parole del giovane ufficiale: “Forza, mettiamoci in cammino, abbiamo già perso troppo tempo”.

Vaganov fece seguire subito i fatti alle parole, e il soldato non poté fare altro che accodarsi a lui: “Tenente! Ehi, Tenente! Non se la sarà mica presa per tutto quello che è successo prima! Sa com’è, lei era mezzo ricoperto di terra, e il fango sulle spalline non mi ha aiutato a capire che lei era un ufficiale.

Vaganov però lo liquidò freddamente: “Sì, sì, certo, come no, però adesso muoviamoci, d’accordo?” “Sì, sicuro, andiamo, ma almeno, Tenente, ha un’idea di dove dovremmo andare?” “Beh, la città più vicina dove potrebbero rifugiarsi le forze russe è Tieling, ma ho sentito che in caso di sconfitta c’erano piani per creare una nuova linea difensiva a Ssupingkai.

Credo proprio che troveremo lì i nostri compatrioti”.

“Sa come arrivarci, Tenente?” “Certo, ho delle mappe nel mio tascapane, sempre ammesso che qualche mano troppo lunga non se ne sia impossessata…” “Eh, eh, no Signor Tenente, quelle non mi interessavano e le ho lasciate lì dove erano”.

Vaganov, si fermò un attimo, verificò che fosse così, estrasse le mappe e le esaminò per farsi un’idea di dove si trovasse e tracciare un itinerario.

Dopo un po’ disse: “Bene, possiamo procedere, si va a Tieling”.

“Sempre che il Generale Kuropatkin non abbia fatto un macello e a quest’ora non siano tutti a Chabarovsk o peggio ancora.

Che sia maledetto quell’incompetente e chi lo ha messo al suo posto”.

“Anche se si trattasse dello Zar in persona?”, disse Vaganov con un sorriso beffardo.

“Soprattutto se si è trattato dello Zar in persona.

La sconfitta è quello che si merita, il modo in cui si è conclusa ed è stata condotta questa guerra del cavolo è un altro chiodo nel coperchio della sua bara che sta ormai per chiudersi.

Il giorno in cui lo appenderemo per i piedi e noi proletari ci divertiremo a prenderlo a bastonate a turno nella Piazza del Palazzo è sempre più vicino”.

“Basta, ma che razza di discorsi sono questi? Dovrei consegnarti alle autorità per lesa maestà appena arrivati.

Non sarai mica un Marxista?” “Eh, eh, colpevole come da accusa, vostro onore!” “Ma che diavolo ci fa uno come te in questo carnaio?” “Semplice, Signor Tenente, sono qui contro la mia volontà.

Ne ho fatta una di troppo, e così, visto che c’era in corso questa bella guerra, il giudice ha pensato bene di offrirmi, in alternativa ai lavori forzati, la possibilità di redimermi arruolandomi”.

“Ah, stupendo, adesso accettiamo anche i rivoluzionari nell’esercito? Forse non dovrei stupirmi più di tanto se abbiamo perso.

E poi come fai a dire che sei qui contro la tua volontà? Potevi benissimo scegliere i lavori forzati”.

“Sa com’è, Tenente, mi ritengo un uomo d’azione.

Spaccare pietre per dieci anni con una palla al piede non mi si addiceva per niente”.

“Bah, ci rinuncio.

Forza, andiamo, la strada è lunga”.

I due si avviarono continuando verso nord, seguendo le tracce dell’esercito russo, la cui ritirata si era davvero trasformata in una rotta disordinata.

Arrivarono su un’altura nei pressi di Tieling, scampando per due volte ad uno spiacevole incontro con i soldati giapponesi, impegnati a ripulire le retrovie e ad inseguire i Russi.

Con loro gran disappunto, scoprirono che la città era stata data alle fiamme.

“Dannati Giapponesi!”, esclamò il soldato, ma Vaganov lo contraddisse di nuovo: “No, non sono stati loro.

Credo che Kuropatkin abbia ordinato di darla alle fiamme per paura che i Giapponesi avanzassero ancora.

Guarda tu stesso”.

Il Tenente porse il suo binocolo al soldato.

“Che cosa dovrei guardare?”, chiese questi.

“Le truppe giapponesi nei dintorni di Tieling, e quel polverone in lontananza verso nord sono i nostri soldati che stanno andando verso Ssupingkai”.

Il soldato constatò che quello che diceva Vaganov era vero.

“Quanto è lontana da qui Ssupingkai, Tenente?” “Dieci giorni di marcia”.

“Ma riusciremo a raggiungere il grosso delle forze russe?” “Solo se non ci fermiamo mai e se la fortuna continuerà ad assisterci impedendoci di fare brutti incontri”.

“Allora dobbiamo prima di tutto superare Tieling senza che ci vedano, Tenente”.

“Per una volta da quella bocca esce qualcosa di sensato, mio baffuto amico.

Per fortuna ho visto una piccola foresta che potrebbe fare al caso nostro.

Forza, rimettiamoci in cammino”.

E infatti la fortuna li assistette.

I due attraversarono la foresta e superarono quello che rimaneva di Tieling senza essere infastiditi.

Dopo un po’ il soldato si rivolse di nuovo a Vaganov: “Tenente, riguardo a poco fa, la avviso che se io non posso chiamarla “amico”, neanche lei può usare quel termine nei miei confronti.

Soprattutto perché io non sono certo amico dei borghesi come lei”.

“Suvvia, non essere così fiscale.

E poi scommetto che se mi conoscessi meglio scopriresti che non sono affatto così malvagio come mi dipinge la tua propaganda.

Ah, e per tua informazione, gli operai delle fabbriche che possiede mio padre vengono trattati con i guanti”.

“E questo che c’entra?” “E poi scusa, ma da quando ci siamo incontrati non mi hai ancora neanche detto come ti chiami, come dovrei… Fermo! Arriva qualcuno alle nostre spalle! A cavallo!” I due si fermarono e si girarono, mentre Vaganov utilizzava di nuovo il suo binocolo per capire chi fossero i cavalieri che si stavano avvicinando dalle posizioni giapponesi.

“Honghuzi”, sentenziò Vaganov.

“Come? Tungusi?” “No, Honghuzi, banditi cinesi al soldo dei Giapponesi.

Non fare niente di avventato, mi raccomando”.

“Quanti sono?” “Cinque”.

I razziatori cinesi raggiunsero in poco tempo i due dispersi russi e iniziarono a minacciarli: “ 你,你停在哪裡!” “現在您將與我們一起!” “Ma andate tutti al diavolo!” Il soldato estrasse una rivoltella e una semiautomatica giapponesi dalla sua giacca e aprì il fuoco contro gli Honghuzi, colpendone due.

Il Tenente Vaganov, colto di sorpresa, non poté fare altro che sfoderare il suo revolver Nagant e colpire un terzo predone.

Gli altri due, colti dal panico, iniziarono a tornare al galoppo verso le linee nipponiche, ma con un altro colpo di semiautomatica Nambu il soldato riuscì a colpire un quarto malvivente.

Vaganov sparò un altro colpo contro il quinto, ma ormai era troppo lontano.

Il Tenente si rivolse furioso al soldato, che intanto stava afferrando al volo per le briglie due dei cavalli dei Cinesi prima che potessero allontanarsi troppo: “Che diavolo ti è saltato in mente?! Avevo detto niente azioni avventate!” “Appunto, mi sono accorto che solo uno di loro era armato di fucile, ho calcolato il rischio e adesso abbiamo due cavalli.

Con questi potremo raggiungere i nostri compagni in men che non si dica”.

Il soldato porse a Vaganov le briglie di uno dei cavalli, e questi commentò: “Spero per te che siano freschissimi, perché dovremo correre come se avessimo il diavolo alle calcagna.

Se quell’Honghuzi che è scappato riesce ad avvisare i suoi compari giapponesi siamo spacciati”.

“E allora che stiamo aspettando, Tenente?”, disse il soldato, che era già saltato in sella, “Andiamo via di qui!” Il soldato partì al galoppo in direzione dei Russi in ritirata, e il Tenente Vaganov si affrettò a seguire il suo esempio.

Grazie al fatto di non essere più appiedati, le linee amiche si stavano facendo sempre più vicine, e presto i due sarebbero arrivati in vista della retroguardia russa.

Per stemperare la tensione, Vaganov si avvicinò al soldato e si complimentò con lui: “Te la sei cavata bene con quelle pistole”.

“Grazie, Tenente, non è la prima volta che sventolo pistole in faccia qualcuno…” La conversazione venne interrotta dal sibilare di un proiettile.

“E quello da dove diavolo veniva!?” “Lassù, Tenente! Quella collinetta alla nostra destra!” Vaganov si voltò, e vide con orrore una squadra della cavalleria giapponese che scendeva di gran carriera lungo il pendio dell’altura indicata dal soldato.

“Come diavolo abbiamo fatto a non accorgercene? Eppure dovevamo aspettarcelo!” “Inutile recriminare, Tenente! Se vogliamo scamparla dobbiamo combattere, e sperare al contempo che i nostri non siano troppo lontani.

Quanti colpi le sono rimasti?” “Pochi, quando è arrivato l’ordine di ritirarsi da Mukden ero già quasi a secco, oltre ai quattro che ho nel tamburo me ne sono rimasti solo altri sei”.

“Allora dovremo arrangiarci, ho preso un bel po’ di munizioni dai Giapponesi a Mukden, per un po’ posso rispondere al fuoco ma sarebbe meglio non perdere tempo a farlo”.

“Già, pensiamo a correre piuttosto e affidiamoci al buon Dio”.

“Non esiste nessun Dio, Tenente”.

“Riparliamone quando saremo in salvo!” I due galopparono a testa bassa verso le linee russe, mentre i cavalieri nipponici continuavano a sparare contro di loro con tutto quello che avevano, infastiditi da sporadici colpi di pistola del soldato.

Ormai però la distanza tra di loro si stava riducendo sempre di più, ma alla fine il miracolo avvenne: una squadra di Cosacchi russi a cavallo impegnata in azioni di retroguardia, attirata dal trambusto, arrivò in soccorso di Vaganov e del suo compagno, mettendo in fuga la cavalleria giapponese dopo un breve scontro a fuoco.

Dopo aver constatato di essere finalmente al sicuro, il Tenente si voltò verso il soldato: “Hai visto? Ce l’abbiamo fatta! Adesso… Oh”.

Vaganov si accorse che il soldato si era accasciato sul cavallo.

Una delle ultime pallottole sparate dai militari del Sol Levante lo aveva colpito al petto e si era rivelata fatale per lui.

I Cosacchi fecero scendere da cavallo il corpo esanime del povero soldato, mentre il comandante del drappello di soccorritori si presentò a Vaganov: “Mi dispiace per il suo amico, Tenente.

Comunque sia mi presento: sono il Wachtmeister Makovskij dei Cosacchi dell’Ussuri.

Non si preoccupi, gli altri soldati sono più avanti, diretti verso Ssupingkai, dove il Generale Kuropatkin sta organizzando una nuova linea difensiva contro l’avanzata giapponese, la farò scortare da due dei miei uomini.

Se posso chiedere, chi era l’uomo che l’accompagnava?” “Se devo essere sincero, non lo so.

Mi ha trovato mentre ero privo di conoscenza sul campo di battaglia di Mukden, e mi ha seguito fino a qui”.

“Beh, le ha salvato la vita, Tenente, una promozione postuma a Efrejtor non gliela toglie nessuno”.

“Sì, concordo, in fondo senza di lui non sarei mai riuscito a ricongiungermi al resto dell’esercito”.

Uno dei Cosacchi del plotone si avvicinò ai due superiori: “Signore, abbiamo trovato i suoi documenti… Oltre a parecchia roba che sembra abbia trafugato ai cadaveri di amici e nemici… Sembra che quel soldato fosse georgiano.

Non riesco a pronunciare bene il suo nome, ma credo che fosse Iosif Vissarionovič Džugašvili”.

 

 

 

 

 

Autore: Raffaele Ucci

Fonte foto: dalla rete

 

Raffaele Ucci, classe 1989, è nato e cresciuto in provincia di Caserta, dove coltiva la sua passione per la storia alternativa e lavora in una farmacia locale.

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