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Galeotto Marzio alla corte di Mattia Corvino

Nell’Ungheria di Mattia Corvino l’influenza della cultura italiana ebbe un fiero radicamento. L’umanesimo fiorentino prosperò sino a quelle regioni, protetto dal sovrano, amatissimo a corte. Buda, in quel finire del secolo XV, conobbe così artisti, poeti e scienziati le cui vicende sono spesso confuse come quelle di Galeotto Marzio seppure è certa la sua influenza sul mondo culturale ungherese nell’età corviniana.

Nato a Narni nel 1427, discendente della famiglia dei Marzii cui si faceva risalire Anco Marzio, fin dalla sua giovinezza fu affascinato dalla letteratura e dall’antichità classica. Prestò servizio come soldato per un breve periodo, poi, recatosi a Ferrara nel 1447, seguì l’umanistà Guarino Veronese e divenne amico di Janus Pannonius, dal quale imparò la lingua greca.

Studiò medicina a Padova e nella stessa università insegnò lettere. A Padova sposò una ragazza veneta o lombarda, dalla quale nacquero un figlio di nome Giovanni e diverse figlie. Viaggiò molto, sia nell’Europa orientale che in quella d’Occidente, fu in Ungheria nel 1461, poi in Francia, in Inghilterra e in Spagna. Ritornato in Italia riprese ad insegnare letteratura latina all’Università di Bologna. Nei sui interessi compaiono l’astronomia e la filosofia e così finì pure incarcerato dall’Inquisizione nel 1478, come sostenitore di tesi pre-copernicane. Lo liberò Lorenzo de’ Medici per interessamento proprio del re ungherese Mattia Corvino, alla corte del quale rimase fino al 1480, per tornarvi più volte. Altri studiosi collocano la sua detenzione più in là nel tempo, conseguenza della pubblicazione del De incognitis vulgo, in cui aveva affermato la dottrina eretica secondo cui chi vive secondo le leggi del buon senso e della natura riceve l’eterna salvezza. Le sue proprietà furono confiscate, anche sua moglie fu incarcerata, a lui invece toccò l’esposizione su una colonna del mercato di Venezia dove dovette rinnegare pubblicamente gli insegnamenti contenuti nel suo libro che nel frattempo veniva dato alle fiamme. Ad ogni modo è vero che Lorenzo de’ Medici riuscì a convincere Papa Sisto IV a liberarlo e ad assolverlo dall’accusa di eresia per poi inviarlo in Ungheria.

Il paese magiaro restava un ambiente aperto all’umanesimo e soprattutto distante da Roma. Sotto la protezzione del re, in un clima così fertile, sorse la famosa Biblioteca Corviniana, una delle più famose del mondo rinascimentale, seconda solo alla Libreria Vaticana. Quì Mattia Corvino accolse più di trecento pregevoli manoscritti fatti giungere dall’Italia e poi circa mille codici, per suo espresso desiderio, rilegati in velluto, ornati di fermagli d’oro e d’argento e decorati da miniaturisti italiani come Attavante Attavanti, Gherardo di Giovanni di Miniato o Francesco d’Antonio del Chierico. Custode e direttore di questa istituzione fu un italiano, l’umbro Galeotto Marzio.

Ma l’accusa di epicureo non abbandonò mai Galeotto Marzio, anzi gli causo altri guai pure a Buda. Pare che sia stato incarcerato per aver pestato un domenicano ed è certo che lo storiografo di corte Antonio Bonfini e l’intera cerchia della regina Beatrice di Napoli, lo detestassero per la sua vita dissoluta e libertina.

Si spense nel 1492, più vecchio di quanto non dovesse esserlo per la sua età, forse in Francia, dove aveva cercato un pò di tranquillità alla corte di Carlo VII.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

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