La nota biografica del grande navigatore Giovanni da Verrazzano è tratta dalla rivista “Lega Navale” del 30 settembre del 1913.

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Giovanni da Verrazzano fu veramente un martire della scienza. Fino a pochi anni fa venne considerato come un marinaio di ventura. Oggi, invece – dice Bach – è una delle menti più colte, uno degli spiriti più arditi della prima metà del cinquecento; un navigatore esperto, un osservatore mirabile, un geografo perfetto; uno scrittore concettoso, un politico avveduto, un felice divinatore della futura colonizzazione e grandezza degli Stati Uniti.

Dei quattro grandi esploratori italiani più rappresentativi Colombo è il mistico, Caboto l’avventuriero, Vespucci l’uomo d’affari, Verrazzano l’umanista. A ciascuno di essi devono le prime scoperte e il primo impulso le quattro Potenze che dettero origine ai moderni Stati americani: gli spagnoli a un genovese, Cristoforo Colombo, i portoghesi a un fiorentino, Amerigo Vespucci, gli inglesi a un veneziano, Giovanni Caboto, i francesi ancora a un toscano, Giovanni da Verrazzano.

Ma seguiamo con ordine la storia dei suoi viaggi nella narrazione accurata dello stesso Bach: Il suo primo grande viaggio gloriosamente compiuto dopo infiniti stenti gli dette i più amari disinganni. Come aveva egli concepito l’audace disegno? Quando nel settembre 1522 fece ritorno ai lidi di Spagna, la Victoria di Magellano, mezzo sconquassata dai venti e dalle onde di tutti i mari, dopo avere voltata tutta la rotondità del globo terrestre, fu grande la meraviglia di tutti. Ma il passaggio dall’Atlantico al Pacifico era stato trovato a latitudine così meridionale che niuno pensava potesse diventar la via più opportuna per gli scambi tra l’Europa e l’Asia Orientale. Perché non si sarebbe trovato l’agognato passo più a Nord, per esempio, nell’esplorato tratto fra la Florida scoperta da Ponce de Leon e il Labrador a Terranova? Ecco il problema chiaro e semplice che si propose il cosmo grafo Verrazzano che si trovava a Dieppe ai servigi degli Ardigò, capi di un poderoso consorzio di mercanti ed arma tori normanni.

Francesco I e il suo favorito Guglielmo Gouffier, detto Bonnivet, grande ammiraglio, accolsero con gioia il piano di una spedizione, che iniziò in Francia i viaggi di Stato. Appena cinque mesi dopo il ritorno della Victoria di Magellano, nel porto di Dieppe fervevano segretamente i preparativi. La brama di Verrazzano, al quale la fortuna e la gloria del con cittadino Amerigo Vespucci turbavano i sonni, s’era incontrata con quella del Re avventuroso, improvvisamente infiammato dal proposito di por fine al monopolio iberico nelle terre d’oltre mare. Verso la metà del 1523 le quattro navi erano già pronte. Ma da allora cominciarono gli ostacoli.

Una tempesta rapì al Verrazzano due navi, poi le altre due furono inviate dal Bonnivet a molestare il commercio spagnuolo nel Golfo di Guascogna, infine ne fu concessa una sola, la Delfina, per il viaggio oltre Oceano. Il 17 gennaio 1524 il nostro navigatore, giunto segretamente con la sua nave, equipaggiata di 50 uomini e vettovagliata per otto mesi, a uno scoglio deserto presso Madera, faceva vela verso il misterioso occidente. Superata il 24 febbraio una tempesta, vide terra il 7 marzo nei dintorni di Capo Fear. Era il primo approdo europeo sulle rive atlantiche degli odierni Stati Uniti. Costeggiata la Carolina, la Virginia, il Maryland, il Delaware, il New Yersey, la Delfina entra nelle baie di New York e di Newport, passa tra le isole del Maine, quindi, venendo a mancar le provviste, volge la prora per la nota via seguita dai pescatori bretoni e normanni e ritorna a Dieppe nei primi di luglio.

Il Verrazzano, pieno di fede e di ardimento, scrive in fretta la sua relazione per il Re e traccia il piano per una seconda spedizione. Fu l’unico istante di gioia, cui seguì una lunga serie di dolori. Francesco I, infatti, aveva ora ben altro per il capo. La Provenza era in fiamme, il Connestabile di Borbone ribelle e alleato di Carlo V, Marsiglia assediata, la Spagna pronta ad una guerra decisiva. Indarno il comandante della Delfina si avvia a Lione per raggiungere il Re. Questi prepara la spedizione d’Italia, che termina di lì a pochi mesi in Pavia con la clamorosa sconfitta della Francia; il Bonnivet, il Pallavicino, il Sanseverino, tutti i protettori ed amici del Verrazzano son caduti eroicamente sul campo. Carlo d’Alençon, altro suo mecenate è fuggito vilmente e il Re è fatto prigioniero, restano Luisa di Savoia e Margherita di Valois, madre e sorella di Francesco I; ma in quei frangenti quale aiuto potranno recare all’inquieto esploratore le due povere donne?

È lo sfacelo di tutte le speranze. E la disdetta continua. Manda in patria memorie geografiche e nautiche, e, come dice il Ramufio, l’assedio di Firenze gliele distrugge; contribuisce personalmente con una egregia somma alle spese della sua seconda spedizione del 1528 e non solo vi perderà la vita, ma, tre secoli e mezzo dopo, avrà taccia di avventuriero senza arte né parte, impostore, fanfarone, finito sopra una forca per ordine di Carlo V!

Niuno ne difende la fama: non gl’italiani perché era a servizio della Francia, non i francesi, perché quest’italiano poteva offuscare la gloria del suo fortunato successore Jacques Cartier. Solo ai giorni nostri, una serena critica gli ha reso giustizia. Gli archivi di Portogallo hanno dimostrato luminosamente che è falsa l’identificazione del Verrazzano con il pirata francese Jean Florin de la Rochelle, giustiziato dagli spagnuoli, e una copia in parte autografa della sua celebre relazione a Francesco I serbata da Paolo Giovio, amico del Verrazzano, e rimasta fino al 1909 inedita, ha posto in luce l’uomo, il quale non solo toccò tanta importante parte incognita del Nuovo Mondo, ma per il primo intuì che l’America era un vasto continente senza alcuna congiunzione né con l’Europa, né con l’Asia e divinò che quello era il grande campo nei secoli futuri per la colonizzazione europea.

E non è forse utile ricordare che il Verrazzano compì le sue imprese marinare in un’epoca in cui la navigazione, limitata alla sola vela, era ben lungi dal possedere gli apparecchi di precisione di cui oggi abbonda? Ci voleva ai suoi tempi una esperienza nautica straordinaria per guidare una piccola caravella. Della longitudine si usava allora il metodo grossolano di determinarla in un luogo col riferirla a quella di un altro ed era “cosa più difficile che per pochi si può conoscere”, scriveva il Vespucci da Capo Verde a Firenze, “salvo per chi molto vegghia e guarda la congiunzione della luna coi pianeti: per causa della detta longitudine io ho perduti molti sonni e ho abbreviato la mia vita di dieci anni”.

 

 

 

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