La Battaglia della Motta

La Battaglia della Motta è una delle sconfitte più pesanti patite da Venezia. Era il 1513 e le truppe della Repubblica di San Marco, guidate da Bartolomeo d’Alviano, provarono ad ostacolare quelle di Raimondo de Cardona, Vicerè di Napoli, generale di Spagna.

Anche se non avevano conquistato Padova, gli spagnoli erano penetrati profondamente nel territorio veneziano. Addirittura nel settembre di quell’anno, Raimondo de Cardona aveva tentato un bombardamento di Venezia abbandonandolo solo perché non aveva barche per attraversare la laguna e completare l’assedio. Il viceré puntò allora a rientrare in Lombardia.

Bartolomeo d’Alviano si mostrò impaziente e uscì da Padova per molestare la ritirata del nemico nel tentativo di chiudergli il passo verso Vicenza. Era convinto che gli spagnoli, a corto di vettovaglie, potessero essere facilmente battuti. Uscito dunque, si frappose sul loro cammino.

Fermatosi a quattro miglia dall’accampamento veneziano, de Cardona si consultò coi suoi capitani, Prospero Colonna, a capo della cavalleria, Ferdinando d’Avalos Marchese di Pescara, a capo della fanteria, e Jorge de Frundsberg, al comando dei tedeschi. C’era mancanza di viveri e sicura inferiorità numerica, ma il consiglio di guerra si risolse egualmente per l’attacco. L’obbiettivo era quello di aprirsi una via di fuga spada alla mano. Fu così che la fanteria spagnola, affiancata dall’intera cavalleria, avanzò in ordine di battaglia investendo le vedette del campo veneziano e venendone, però, respinta a colpi di cannone. Accolte dal fuoco dell’artiglieria, le truppe spagnole indietreggiarono.

Le acque si calmarono col sopraggiungere della notte, ma all’albeggiare del 7 ottobre del 1513, coperti dalla nebbia, gli spagnoli si rimisero in moto per tentare d’attraversare le montagne di Schio. Non avevano tende, né bagagli, avevano abbandonato tutto per avanzare più leggeri.

Bartolomeo d’Alviano li volle inseguire. Fece avanzare la cavalleria leggera con l’ordine d’attaccare i primi battaglioni e tenerli impegnati fino all’arrivo del grosso della fanteria veneziana, forte di diecimila uomini. L’ala sinistra dello schieramento fu affidata ad Antonio Pio, l’ala destra a Paolo Baglione a cui fu ordinato di superare la prima linea nemica affinché poi Antonio Pio potesse investire la retroguardia.

L’armata del Viceré non aveva percorso che due miglia e si trovava alla Motta di Costabissara, a nord di Vicenza. Molestati dalla cavalleria veneziana e vedendo oltre l’armata nemica che prendeva posizione, il de Cardona si decise alla battaglia. Contava oltre tremila lanzichenecchi ma appena mille cavalieri e quattromila fanti. La fanteria abbassò le picche per fermare l’impeto della cavalleria e riuscì persino a costringerli alla ritirata.

D’Alviano avvertito della risposta spagnola, aumentò il passo per andare a sostenere la cavalleria ma si ritrovò travolto dall’avanguardia nemica comandata da Prospero Colonna. Nello scontro ne ebbe ragione ma i veterani della fanteria spagnola piombarono sui veneziani mettendoli in fuga. Fu una totale disfatta. Caddero Andrea Loredan, Sacramoro Visconti, Ermete Bentivoglio, Costanzo Pio, Francesco Saccatello, Alfonso di Parma, Meleagro di Forlì, mentre furon fatti prigionieri Gianpaolo Malatesta, Ottone Visconti, Battista Savelli, Panfilo Bentivoglio ed Alessandro Fregoso.

Scrive Leon Galibert in Storia della Repubblica di Venezia: “Il Dimani a giorno, col favore di una folta nebbia presero senza rumore, per le montagne, il cammino di Bassano e di Trento; d’Alviano, che se ne accorse, mandò ad inseguirli il suo nipote Bernardo Antiniola, e quest’intrepido ufficiale, dopo d’avere molestato la cavalleria Alemanna, non fu arrestato che dall’infanteria di Pescara. In questo tempo gli Stradioti e migliaia di paesani, posti sui fianchi del nemico, fecero un fuoco il più micidiale di moschetteria. Quest’esercito sarebbe stato distrutto se si fosse seguito il consiglio d’Alviano, vale a dire, se si fosse limitato a semplici scaramucce; ma il provveditore Andrea Loredano voleva una vittoria decisiva, e il generale, distribuendo le sue truppe con tanta abilità e con altrettanta prontezza, s’inoltrò alla loro testa, coi fantaccini Romagnoli collocati in prima linea. Ricevuti dalla falange Spagnola col suo solito vigore, questi gettarono le loro picche e cominciarono a fuggire; il resto delle truppe officiali e generali fecero lo stesso; i bagagli, l’artiglieria, quattro mila morti rimasero sul campo di battaglia. D’Alviano tornò a rinchiudersi in Padova; molti dei fuggiti cercarono rifugio in Vicenza, le cui porte furono loro chiuse in faccia, e quasi tutti massacrati a pie’ delle mura o annegati nel Bacchiglione. Andrea Gritti non dovette la sua salute che allo zelo di alcuni de’ suoi amici che lo tirarono su dai bastioni coll’aiuto di una corta; il suo collega, Loredano, fu fatto a pezzi da coloro che si disputavano l’onore e specialmente il vantaggio di averlo fatto prigioniero. Baglioni e molti dei principali capi caddero vivi in potere degli spagnoli”.

Sarebbe potuta andar peggio se gli spagnoli avessero seguitato negli attacchi a Venezia, ma sopraffatti dalla stanchezza e dall’inverno che incombeva, si fermarono.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: S. Romanin, Storia Documentata di Venezia

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