La relazione ufficiale della strage di Cefalonia

Nel settembre 1943, sull’isola di Cefalonia si consumò il più grande massacro di soldati italiani della Seconda Guerra Mondiale.

L’isola era stata occupata nel 1941 dalla Divisione Acqui. Dopo l’8 settembre 1943 il presidio tedesco dell’isola intimò all’Acqui di arrendersi, ma gli italiani rifiutarono la resta e la intimarono invece ai tedeschi che in risposta fu un violento attacco. Pur combattendo con valore, perdendo 55 ufficiali e oltre 3.000 militari, gli italiani dovettero chiedere la resa. Ad essa fecero seguito massacri e rappresaglie. Furono fucilati 4.800 soldati e 341 ufficiali, compreso il comandante della divisione. I superstiti furono quasi tutti deportati verso il continente su navi che finirono su mine subacquee o furono silurate: altri 2.000 militari persero la vita. L’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio dei Ministri del governo presieduto da Ferruccio Parri diramò il 13 settembre 1945 il seguente comunicato.

 

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Appena oggi, in base alle documentate relazioni dei pochi superstiti e della diligente inchiesta condotta dall’ Ufficio informazioni del Ministero della Guerra, si è in grado di fornire le prime notizie ufficiali circa l’eroica resistenza opposta nell’isola di Cefalonia ai tedeschi dalla Divisione Fanteria “Acqui” nel settembre 1943. Un laconico comunicato straordinario tedesco emesso in data 24 settembre 1943 diceva: La Divisione “Acqui”, che presidiava l’isola di Cefalonia, dopo il tradimento di Badoglio, aveva rifiutato di deporre le armi e aveva aperto le ostilità. Dopo azione di preparazione svolta dall’arma aerea, le truppe tedesche sono passate al contrattacco e hanno conquistato la città portuale di Argostoli. Oltre 4000 uomini hanno deposto le armi. Il resto della Divisione ribelle, compreso lo Stato Maggiore di essa, è stato annientato in combattimento. In quel periodo la “Acqui”, forte di 11.000 uomini di truppa e 525 ufficiali, unitamente ad effettivi della Regia Marina, presidiava l’isola di Cefalonia (Grecia). L’annuncio dell’armistizio risvegliava nei soldati i loro veri sentimenti che si manifestavano nella decisione di dar guerra al tedesco. Il 13 settembre 1943, mentre il Generale Antonio Gandin, Comandante la Divisione, continuava ancora le trattative con il presidio tedesco dell’isola, forte di 3.000 uomini, una iniziativa traduceva in atto l’eroica e ferma volontà dei soldati della “Acqui”, creando il “fattaccio compiuto”: tre batterie, la 1a, la 3 a, la 5 a del 33° artiglieria, aprivano il fuoco contro i tedeschi al grido di “Viva l’Italia”. Ad esse si affiancavano due batterie della marina ed alcuni reparti minori della fanteria. Il 14 settembre giungeva anche dal Comando Supremo italiano l’ordine di opporsi colle armi ai tedeschi. La battaglia, iniziatasi ufficialmente il 15, si protraeva con alterne vicende fino al 22 settembre. Fanti, artiglieri, marinai, carabinieri si prodigarono a gara in atti di valore; interi reparti si facevano annientare sul posto pur di mantenere le posizioni assegnate. Alcuni Ufficiali si toglievano la vita piuttosto di cadere in mano al nemico. Due intimazioni di resa non venivano neppure prese in considerazione, nonostante che la seconda, firmata dal generale Lanz, concludesse “Chi verrà fatto prigioniero non potrà più ritornare in Patria”. Dal mattino del 21 settembre alle prime ore del pomeriggio del 22, tutti i reparti o militari isolati che cadevano in mano al nemico, venivano immediatamente passati per le armi mediante esecuzioni sommarie. Lasciavano in tal modo la vita: 4750 uomini di truppa, 155 ufficiali. Alle ore 16 del 22 settembre, veniva firmata ufficialmente la resa. Il mattino del 24 settembre, dalle ore nove alle tredici e trenta, venivano fucilati presso capo S. Teodoro, mediante regolari plotoni di esecuzione, gli ultimi 260 Ufficiali superstiti. Gli Ufficiali affrontarono la morte con superba dignità e fermezza. Nel trasporto dei soldati prigionieri dall’isola al continente greco, tre navi urtavano su mine e colavano a picco. I tedeschi mitragliavano i naufraghi. Perivano in tal modo altri 3000 uomini di truppa. Totale delle perdite inflitte al nemico: uomini di truppa 1500, aerei 19, mezzi di sbarco 17. Totale delle perdite subite: uomini 9000, ufficiali 406. Il Comando tedesco proibiva di dar sepoltura ai caduti, perché “. i ribelli e traditori non hanno diritto a sepoltura”. La “Acqui” rappresenta la continuità tra l’epopea della prima guerra mondiale e quella dell’attuale guerra di liberazione: fedele al suo retaggio di gloria ed onore si è silenziosamente immolata a Cefalonia ed a Corfù. Si addita la divisione “Acqui” con i suoi 9000 caduti e con i suoi gloriosi superstiti alla riconoscenza della nazione”.

 

 

Fonte foto: Angelo D’Ambra

 

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