L’accoglienza di Zanzibar

Morto il sultano Sayyid Khalid bin Barghash, il re d’Italia scrisse di suo pugno una lettera di condoglianze a suo fratello Khalifa bin Said ora nuovo sovrano di Zanzibar. Quando il console Vincenzo Filonardi s’apprestò a consegnare la missiva, però, accadde un fatto increscioso. Khalifa bin Said si rifiutò di riceverlo e precisò che l’avrebbe incontrato “quando gli fosse stato comodo”. Roma non tollerò l’insolenza e inviò a Zanzibar tre legni da guerra. I monsoni dell’Oceano Indiano fermarono il Provana, ma l’effetto dato dalle restanti navi della spedizione, il Dogali e l’Archimede, non fu da meno. Alla fine l’Italia ottenne il saluto alla nostra bandiera, il ricevimento solenne del suo inviato, l’esploratore Antonio Cecchi, e una lettera di scuse per l’accaduto. Evidentemente Sir Charles Euan-Smith, capo della missione consolare inglese, aveva provato ad incrinare i rapporti tra i due paesi… L’Illustrazione italiana così descrisse il sontuoso ricevimento dell’emissario italiano.

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Il giorno in cui l’inviato italiano fece la sua visita solenne al Sultano, – e fu il 18 dicembre, – nell’asta innanzi al palazzo imperiale sventolava la nostra bandiera, e le artiglierie delle corvette e una batteria della banchina del porto, la salutavano rumorosamente.
Delle due bande militari del Sultano, una era collocata presso il Consolato d’Italia, l’altra innanzi al palazzo imperiale.
Per le vie dove i rappresentanti d’Italia dovevano passare, era schierata la truppa, facendo ala su due file. Le truppe del Sultano portano la tunica di tela bianca, pantalone europeo, pure bianco e, cosa inaudita! scarpe ai piedi!!!… In testa il fez musulmano.
Una folla enorme, di arabi, africani, indiani, schiavi sudanesi, e molti europei, si stendeva per le vie, nei costumi più originali, e più svariati.
Presso il palazzo imperiale, incominciavano a far ala le guardie del corpo, alcune delle quali in turbante rosso, alcune altre coll’antico morione dei granatieri francesi… Nulla di più goffo di quei pezzi di carbone, in leggero uniforme bianco e morione di pelo!…
Dalla casa Consolare, condotti da un mastro di cerimonie, l’inviato straordinario Cecchi, e il console Filonardi in uniforme, mossero seguiti dai loro interpreti, e circondati dai giannizzeri del Consolato in ricche monture, con scimitarra al fianco e revolver.
Le bande suonavano la marcia reale italiana tanto bene che l’interprete del Cecchi domandò all’altro del Filonardi se quello fosse l’inno zanzibarese.
Il Sultano, circondato dai principi, fratelli e cugini e dagli alti funzionari degli Stati, attendeva l’inviato d’Italia a piè dello scalone.
Said Kalifa è un arabo quasi bianco di circa 40 anni, grasso, barbuto, panciuto, goffo anziché no, ma dalla faccia intelligente, dai denti magnifici e dagli occhi vivissimi, sotto gli occhiali, e con mani e piedi da far sospirare una donnina.
Aveva in testa uno splendido turbante, tutto arabeschi d’oro con frange pur d’oro che gli scendevano sulla sinistra, vagamente annodate.
Supra il pantalone arabo, in damasco bianco arabescato d’oro, ed un gilet simile con bottoni di rubini, portava una zimarra di stoffa cinese di seta bleu, ricamata in oro e tempestata di rubini, smeraldi e perle. Aveva i sandali in marocchino rosso, teneva innanzi un pugnale d’oro e smeraldi, e la spada al fianco, con impugnatura tempestata di gemme, col suo sigillo in testa, impresso in un enorme zaffiro.
All’indice delle due mani, teneva due enormi brillanti di valore inestimabile, esageratamente grossi. Sul gilet dondolava una catena da orologio schiettamente europea. Gli altri principi vestivano pure ricchi costumi, e così pure i funzionari, ma tutti erano eclissati da quello veramente meraviglioso del Sultano.
Non appena i rappresentanti d’Italia comparvero sulla porta, innanzi alla quale era disteso un gran tappeto di Persia, l’imperatore si mosse a stendere loro la mano, e quindi tenendoli così cortesemente, e in mezzo ad essi, salì la scala e li introdusse nel gran salone che tiene quasi tutta la facciata del palazzo.
Questa sala è adorna degli specchi e delle lumiere di Murano, donati al defunto Sultano dal Re Vittorio Emanuele e dal Re Umberto. In terra sono distesi enormi tappeti persiani, turchi e giapponesi, sovrapposti l’uno all’altro, sicchè non uno si vede intero.
In fondo alla sala stava il trono del Sultano, qualche cosa delle mille e una notti… oro e gemme. Lo fiancheggiavano due stupende poltrone, per i nostri rappresentanti. Intorno intorno al salone, in altre poltrone, presero posto i principi al seguito.
Quivi il Sultano ad alta voce manifestò il piacere (!) di quella visita e promise di contraccambiarla senza ritardo.

 

 

 

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