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Pasquale Villari

Fu storico, sociologo, insegnante e patriota. Pasquale Villari, il celebre autore delle “Lettere Meridionali”, prestò sempre la propria opera a qualcosa che riteneva più alto, il progresso della società civile italiana.

Quasi tutti i suoi lavori ebbero, infatti, un carattere precettistico, ma siffatti intendimenti sono evidentissimi in “La scuola e la quistione sociale in Italia” e soprattutto nello studio della questione sociale nel Meridione. Analizzò la camorra, la mafia, il brigantaggio, lo fece anche in “La Sicilia e il Socialismo”, del 1896. Il malessere delle campagne, la povertà dei contadini, in ogni sua disamina, sembra essere il grande male del Sud, in particolare in Sicilia dove la questione del latifondo condizionava tutto. Ancora nel 1893, di fronte agli scandali bancari ed ai moti siciliani pubblicò l’articolo Dove andiamo?, in Nuova Antologia, denunciando la mancanza di unione, la carenza di senso civico e amore nazionale, l’assenza di una moderna legislazione sociale. Evidentemente certe speranze giovanili erano naufragate.

Celebre fu la sua denuncia: “Noi abbiamo cacciato lo straniero, conquistate le libertà politiche, unificata la patria: ma a chi prima soffriva per la fame, per la pellagra, per la malaria: a chi languiva nei fondachi, a chi era martoriato nelle solfare, la libertà e l’unità che vantaggio han recato? C’è il caso che, forse, senza avvedersene, abbiamo pensato a noi soli? Quando Stefano Jacini nel 1856 pubblicò quelle sue inchieste sulle infelicissime condizioni dei contadini lombardi, fu un grido d’orrore: ma dopo il 59 ci siamo noi ricordati di loro? Chiamare il contadino e il proletario a scuola, dove imparano a leggere libri e giornali e sentono parlare di doveri e di diritti: chiamarli nell’esercito, dove imparano, sì, a rispettare gli altri, ma anche a sentire e a rispettare la propria dignità, e poi farli tornare a una vita che spesso + simile a una vita di schiavi, non è un rinnegare la storia, l’esperienza e la ragione e un preparare gravi pericoli per l’avvenire?”.

In generale Villari fu sempre mosso da un convinto patriottismo. Aveva ventun anni quando la rivoluzione del 1848 fu soffocata tra le strade di Napoli. Vi prese parte con Domenico Morelli e Luigi La Vista, che cadde in combattimento. Dovette andare esule prima a Roma, poi a Firenze ed allora elesse quella città come sua seconda patria. Si concentrò sull’animata storia fiorentina con diversi scritti. Anzitutto “La storia di Girolamo Savonarola e de’ suoi tempi”, dedicata a quella figura che “aprì le vie dello spirito” come Colombo aprì quelle dei mari. Seguirono poi “I primi due secoli della storia di Firenze” e soprattutto i tre volumi su Machiavelli, forse la sua opera principale. Il celebre fiorentino era accusato di avere normalizzato l’immoralità politica, preoccupandosi esclusivamente di raggiungere lo scopo pregissato, ma Villari riuscì a collocare Macchiavelli nei suoi tempi, quando non si vedevano altri mezzi per fare l’Italia se non quelli indicati nel Principe.

Ancora da patriota e irredentista – nonché in veste di presidente della Società Dante Alighieri – levò la sua voce contro l’Inghilterra in un discorso pronunciato ad Udine coi modi che lo contraddistinsero sempre, il 24 settembre del 1903: “In verità, il volere che a Malta il popolo non apprenda a leggere, scrivere e parlare l’italiano, che è la lingua della borghesia, del clero, dei tribunali, la sola lingua per cultura che da molti secoli ebbe il paese, è cosa certamente strana…”. Il suo patriottismo fu sincero, genuino, forse ingenuo.

Fu professore di propedeutica storica nell’Istituto superiore di Firenze, membro dell’Accademia dei Lincei e della Crusca, presidente dell’Istituto Storico Italiano, ministro della Pubblica Istruzione, vice-presidente del Senato e cavaliere dell’Annunziata. Avvolto in mille impegni non trascurò mai la sua famiglia, la moglie Linda White, che tradusse in inglese il suo volume “Le invasioni barbariche”, come sua sorella Virginia, che sposò Domenico Morelli.

Si spense a 91 anni, il 7 dicembre 1917. È sepolto nel cimitero monumentale delle Porte Sante in Firenze.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

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