L’esercito napoletano nel 1813

Il 19 ottobre 1813 a Lipsia Napoleone Bonaparte conobbe la prima vera grande sconfitta in una battaglia campale. Quello che sembrava impossibile solo fino ad un paio di anni prima, dopo la disastrosa campagna di Russia era divenuta per l’imperatore una drammatica realtà, grazie all’impegno simultaneo di tutte le grandi potenze europee.

Malgrado potessero schierare quasi il doppio degli effettivi di Napoleone, l’esito di questo scontro per gli Alleati fu tutt’altro che scontato soprattutto dopo le vittorie napoleoniche di Lutzen (2 maggio 1813) e Bautzen (20-21 maggio 1813), e lo scontro che di fatto spezzava l’assedio alleato a Dresda (26-27 agosto 1813). Il leone era ferito ma continuava a ruggire. Per questo motivo gli austriaci, che a questa campagna si erano uniti solo in un secondo momento (11 agosto1813), tentarono attrarre nel loro campo uno dei più importanti luogotenenti dell’Imperatore che a più riprese aveva mostrato contrarietà rispetto alla scelta di Napoleone di proseguire la guerra senza nemmeno provare a trovare un accordo con la controparte. Gioacchino Murat, re di Napoli, aveva dovuto fare i conti con l’intransigenza del cognato, ed ora temeva per la sorte del suo regno. Era stato uno dei più attivi nei combattimenti alle porte di Lipsia guidando circa diecimila cavalieri francesi in cariche impetuose contro le linee nemiche, ma il 24 ottobre ad Erfurt, dopo aver tentato ancora una volta di convincere il cognato a trattare la pace, decise di lasciare l’Armée e rientrare nel proprio regno. A Napoleone disse di voler quanto prima riorganizzare il suo esercito per mettere in sicurezza le coste dalla minaccia inglese e allo stesso tempo organizzare una spedizione al nord dove Eugenio di Beauharnais, con le truppe italo-francesi del Regno d’Italia, stava fronteggiando gli austriaci.

Sappiamo che Murat continuò a mantenere un canale diplomatico aperto con l’Austria da prima che questa dichiarasse guerra alla Francia e soprattutto prima ancora che lo stesso Gioacchino si unisse all’esercito di Napoleone e che malgrado stesse di fatto combattendo contro di loro, i diplomatici austriaci a Napoli venivano ricevuti a corte con ogni riguardo dalla reggente, la regina Carolina.

Senza addentrarci nel complesso ginepraio politico-diplomatico che portò Murat nel 1814 ad abbandonare il fronte francese, quando Gioacchino dismise i panni del maresciallo di Francia per indossare nuovamente quelli del re di Napoli, la partita sul futuro del suo regno e su quale destino avrebbe seguito era ancora aperta.

Murat, doveva dimostrare a Napoleone da un lato e agli austriaci dall’altro di poter contare su un esercito che avrebbe potuto fare la differenza sul fronte italiano.

L’esercito era uno dei pilastri sul quale si sarebbe dovuto reggere l’edificio del nuovo Stato che Murat stava edificando sulle fondamenta del secolare Regno di Napoli. Eversione della feudalità, istruzione pubblica, da un lato, e riforma dell’esercito dall’altro avrebbero dovuto fondare il nuovo cittadino napoletano, ma sopra ogni cosa a Murat premeva avere una forza militare tale da garantire autonomia al suo Stato oltre alla possibilità di inserirsi ambiziosamente nella partita risorgimentale che proprio allora muoveva i suoi primi passi.

Ma qual era la situazione delle truppe napoletane nell’ottobre del 1813? Gioacchino poteva davvero ambire a diventare l’ago della bilancia nella Penisola?

Un indizio interessante in tal senso è senz’altro il documento scovato da Maurice Henry Weil nell’Archivio di Stato di Napoli, Sezione Guerra, 1051, Situazione Generale degli Armi 1812-1814, ed inserito nella sua monumentale opera Le Prince Eugène et Murat 1813-1814, pubblicata in cinque volumi nel 1902, che presenta l’organigramma dell’esercito alla data del 15 ottobre 1813.

Scopriamo così che l’esercito napoletano si componeva di tre divisioni di fanteria, una di cavalleria, una di riserva e la Guardia reale. Il resto delle truppe era impiegato nel controllo del territorio.

Il comando era affidato, in qualità di Capo di Stato Maggiore, al generale francese Charles Jean Louis Aymé uno di quegli uomini che avevano costruito la propria fortuna durante tutte le maggiori campagne napoleoniche partendo da capitano nel 1796 e che nel 1809 era stato aggregato all’esercito napoletano di Murat.

Il colonnello Gabriele Pedrinelli, per l’occasione promosso Maresciallo di Campo, aveva il comando delle artiglierie, mentre Pietro Colletta, con lo stesso grado, veniva posto al comando del Genio.

Completavano il quadro dello Stato Maggiore i luogotenenti generali Gentili e Dagambs, rispettivamente al comando della Gendarmeria e dell’ispettorato generale di fanteria.

La 1° divisione (fanteria) era posta sotto il comando del palermitano Michele Carrascosa. Marescialli di campo erano Andrea Pignatelli di Cerchiara e Giuseppe Rossaroll. La divisione era costituita dal 1°, 3° e 5° reggimenti di linea, dal 2° rgt. di fanteria leggera e da un reparto di artiglieria a piedi. In totale contava circa 8000 uomini.

La 2° divisione (fanteria) era invece comandata dal Luogotenente generale Francesco Pignatelli, principe di Strongoli, supportato dai marescialli di campo, Luigi Antonio d’Aquino e Guglielmo Pepe. Composta dal 2°, 6°, 8° reggimenti di linea e dal 3° di fanteria leggera, oltre all’artiglieria. Questa divisione era dunque forte di circa 6000 uomini.

La 3° divisione (fanteria) in questo documento non presenta il nominativo del comandante ma solo dei suoi Marescialli di campo, nella fattispecie Soize e Carlo Filangieri. A differenza delle altre può contare su un reparto di zappatori-minatori di 762 uomini, oltre al 7° e 9° reggimenti di linea, al 4° fanteria leggera e all’artiglieria, per un totale di poco più di 5000 uomini.

La 4° divisione (cavalleria leggera) era comandata dal francese Luogotenente generale Jean Siméon Domon. Francesi erano anche i marescialli di campo Pierre Gaston Henry de Livron, e Jenardi. Si componeva di due reggimenti di cavalleria leggera, 1° e 2°, per un totale di circa 1200 cavalieri.

La 5° divisione rappresentava la Riserva. Anche in questo caso sono presenti unicamente i nominativi dei marescialli di campo, il francese Larroque e ed il napoletano Carafa che comandavano circa 4000 uomini.

Altra importante unità era la Guardia reale affidata al comando del Generale Armand-Louis-Amélie Millet de Villeneuve, capitano delle Guardie. Comandante della Guardia era invece il Maresciallo di Campo Pierre-Auguste Berthémy, aiutante di campo del re. La fanteria della Guardia era composta da un reggimento di granatieri, uno di cacciatori veliti e uno di veliti. La cavalleria invece era formata dal reggimento Guardia d’onore, da un reggimento di corazzieri, uno di ussari e da un reggimento di cavalleggeri. In totale 3351 fanti e 2186 cavalieri. Completavano il quadro della Guardia l’artiglieria a piedi ed a cavallo per la quale erano impiegati circa 400 artiglieri, e un’unità di marina di 270 uomini.

Dal documento apprendiamo che la difesa ed il controllo di Napoli erano affidati ancora ad un francese, il Maresciallo Pérignon che per la verità qualche tempo prima Murat aveva tentato di rimuovere salvo poi doversi rimangiare la decisione a seguito delle veementi proteste di Napoleone. Pérignon a capo del governatorato di Napoli contava su circa 4000 uomini stanziati tra la capitale, Castellammare e Capri.

Altri importanti contingenti presidiavano le province. In Terra di Lavoro, tra Capua e Gaeta era stanziata la 1° divisione dell’interno di circa 5000 uomini comprendenti unità di fanteria di linea, fanteria leggera, cavalleria leggera, zappatori e artiglieria. La comandava da Capua in qualità di Luogotenente generale Louis-Fursy-Henri Compère, coadiuvato dai Marescialli di campo Giovanni Battista Caracciolo di Vietri e il còrso Luigi Bernardino Cattaneo.

La 2° divisione dell’interno sottodimensionata in quel momento non raggiungeva gli 800 uomini stanziati tra Salerno e Nocera, comandata dal maresciallo di campo Nicolas-Philibert Desvernois col supporto dell’Aiutante generale Corrado Malaspina di Fosdinovo.

Tra Chieti, L’Aquila e Teramo vi era la 3° divisione dell’interno che contava poco più di 500 uomini comandati dal Maresciallo di campo Amato e dall’Aiutante generale Fabio Crivelli.

Un migliaio di uomini presidiava invece le Puglie tra Foggia, Otranto e Taranto, con la 4° divisione dell’interno comandata dall’Aiutante generale Chambéry.

Altri numeri invece costava l’impegno per controllare le Calabrie, ove solo nel 1811 le truppe franco-napoletane erano riuscite ad avere la meglio sui capimassa sobillati dagli inglesi, e dove la minaccia della flotta britannica ancorata in Sicilia era sempre costante. Qui operava la 5° divisione interno comandata dal carismatico trentaseienne Charles Antoine Manhès, Luogotenente generale francese che di fatto con i suoi metodi di controinsurrezione aveva neutralizzato il brigantaggio calabrese. Lo sostenevano il Maresciallo di Campo Anne-Jacques-Jean-Louis Galdemar e il parigrado Arcovito. In totale circa 5000 uomini erano stanziati di base tra la città di Campo, nei pressi di Villa San Giovanni, Cosenza e Monte Leone (odierna Vibo Valentia).

Nel complesso dunque, al momento del suo rientro a Napoli dopo la battaglia di Lipsia, il re Gioacchino Murat aveva sotto il suo comando un esercito di circa 50.000 uomini. Di questi però soltanto la metà apparteneva a reparti operativi, cioè a quelle divisioni che potevano essere impiegate in combattimento, mentre le rimanenti erano truppe di presidio.

Le divisioni attive contavano dunque circa 24 mila fanti e 1700 cavalieri. In più c’erano i 3351 fanti e 2186 cavalieri della Guardia.

Un esercito di tutto rispetto anche se lontano da quei 50.000 uomini che Murat affermava di poter schierare lungo il Po. Non mentiva però al cognato quando sosteneva di poter mettere in marcia 30.000 uomini alla testa dei quali intendeva rivendicare un ruolo di primo piano sullo scacchiere italiano.

Il vero problema di Murat era il vulnus dei quadri di comando, oltre ovviamente a quello relativo alla mancanza di mezzi, rappresentata di fatto dalla scarsezza di fucili per i quali aveva già minacciato di rivolgersi agli inglesi se da Parigi non fossero arrivati.

Murat non aveva ancora abbastanza ufficiali all’altezza di quelli francesi che ora impiegava nel suo esercito e che con ogni probabilità non lo avrebbero seguito se le sue scelte lo avessero allontanato dal fronte imperiale. Emblematica la situazione della cavalleria che, come si può notare dal summenzionato documento, era completamente comandata da ufficiali d’oltralpe. Non che non si fosse impegnato a formare nuovi quadri, ma il processo avrebbe richiesto ancora altro tempo e le riforme delle scuole militari erano di fatto partite solo nel 1811. La borbonica Nunziatella ad esempio, venne riorganizzata sul modello della scuola politecnica francese puntando alla formazione dei giovani ufficiali nelle armi moderne ed implementando lo studio delle scienze matematiche. Una nuova leva di ufficiali di fanteria e cavalleria, ma soprattutto di artiglieria e Genio, bene istruiti e preparati, avrebbero dovuto rimpiazzare i francesi al comando delle truppe napoletane, per trasformare finalmente l’esercito in un’armata nazionale moderna e funzionale. Questo era il sogno del re Gioacchino, un sogno che schiacciato tra le esigenze della Francia imperiale e gli obiettivi della rinascente potenza austriaca che dopo anni di sconfitte allungava ora di nuovo la sua ombra sulla Penisola, dovette di lì a poco fare i conti con una amara realtà.

 

 

 

Autore articolo: Giuseppe De Simone, laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, presso la Sapienza – Università di Roma, con una tesi in Storia Militare su “L’esercito francese e la Guerra d’Algeria”, è studioso di storia del Mezzogiorno d’Italia.

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia:  M. H. Weil, Le Prince Eugène et Murat 1813-1814, 2, Albert Fontemoig Editeur, Paris, 1902.

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