La Napoli di Diego Alatriste

Arturo Pèrez-Reverte è un autore di successo in Spagna e Francia, ma ahinoi poco noto in Italia dove la sua serie più popolare, quella che meglio ha valorizzato la sua penna raffinata e dal vivace incedere, non ha che pochi affiatati seguaci. Parlo di “Le avventure del Capitano Alatriste”, sino ad ora un lotto di 7 libri dedicati a Diego Alatriste y Tenorio, personaggio, nato dalla fantasia dell’autore, che ha combattuto nelle Fiandre e nel Levante per la corona di Spagna ed ora tira a campare nella Madrid di fine Seicento prestando la sua spada al miglior offerente per agguati e vendette. 

Pèrez-Reverte ha dato vita a moderni romanzi di “cappa e spada” che trascinano il lettore nel secolo di Filippo IV, Ambrogio Espinola e Lope de Vega; storie di intrighi, amori e guerre all’Europa protestante ed al Mediterraneo musulmano che sono state condensate nella pellicola “Il destino di un guerriero” della 20th Century Fox, la seconda più costosa produzione cinematografica spagnola (24 milioni di euro superati solo da “Agora”), col noto attore Viggo Mortensen, già Aragorn de “Il Signore degli Anelli”, nella parte di Alatriste.

La nostra attenzione si sofferma sul sesto libro della serie, “Corsari di Levante”, in cui Alatriste giunge a Napoli “crogiolo del mondo”, “paraíso del soldado y baúl inagotable de las delicias de Italia”, città ricca di buone osterie, migliori taverne, donne provocanti e “tutto quello che poteva alleggerire un soldato del suo denaro”. Napoli fu nel Seicento città popolosa superata solo da Parigi e Londra; dotti, letterati e uomini di ingegno e cultura vi affluivano d’ogni angolo d’Europa; tra i suoi vicoli fiorivano accademie di filosofia, di diritto, di scienze sperimentali e botteghe di pittori, incisori, orefici, artigiani che realizzavano opere destinate alle corti reali d’Europa; Napoli col suo lusso, i suoi cavalli, i suoi tornei e le sfarzose feste religiose, era il soggetto di molti quadri, stampe, poemi, opere teatrali e in musica e canzoni. Pèrez-Reverte la descrive tinta di luce vermiglia con le barche sulla spiaggia, la collina di Pizzofalcone, l’alloggio militare di Monte Calvario, Via Speranzella, la Chiesa della Trinità, la fortezza di Castel dell’Ovo, le imponenti torri nere di Castel Nuovo.

Nonostante l’eruzione del 1631, la rivolta del 1647, la peste del 1656, il terremoto dell’1688, nella penisola Napoli svolgeva un ruolo centrale per quel che riguarda attività manifatturiere, commerciali e finanziarie; era la casa delle arti, Salvador Rosa ne incarnava l’anima cupa, Micco Spadaro quella popolare; era il mercato più grande ed importante del regno; una Napoli più spagnola della stessa Spagna, come ha dichiarato Vicente Rives. Nel romanzo c’è tutta la seduzione della città, c’è il mare, il vento, ci sono navi, arrembaggi e battaglie contro le galee turche e i giudizi di Pèrez-Reverte si modellano su quelli dei più noti letterati del tempo, uno su tutti quel Cervantes che scrisse di Napoli: “de Italia gloria y aun del mundo lustre, Pues de cuantas ciudades él encierra, Ninguna puede haber que así le ilustre; Apacible en la paz, dura en la guerra, Madre de la abundancia y la nobleza De elíseos campos y agradable sierra”.

 

Autore: Angelo D’Ambra

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