Vincenzo Cuoco descritto da Gabriele Pepe

Vincenzo Cuoco è ricordato da Gabriele Pepe nella necrologia che l’ufficiale napoletano scrisse per il “Sannita – Giornale della Provincia di Molise”, pubblicato a Campobasso, con parole di grande affetto e stima.

 

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L’ eversione della feudalità dettata da principii saggi, giusti, filantropici, non parve di facile esecuzione al Cuoco quando giudicar si volle delle proprietà controverse fra baroni e Comuni, con quella medesima precipitazione con cui poterono abolirsi i puri dritti baronali. Cuoco che plaudendo aveva votato 1′ abolizione di questi, opinò che dovesse essere meno precipitoso il giudizio su di quelle. Un tal voto non fu gradito. Questo sfavore crebbe allorebè, solo, oppugnò in Consiglio di Stato il progetto di legge sul Pubblico Insegnamelito, presentato dal ministero. Cuoco proponevane un’ aUro, in cui i conoscitori ravvisarono metodo, e scrie d’istituzioni più congrue al progressivo sviluppo della intelligenza della gioventù. Comunque sia, quel voto motivato da principi di cquità e rettitudine, e questa contesa tutta letteraria anziché personale, furon di ostacolo alla sua innocente, e, diremo ancora, giusta ambizione. Aspirava egti a dirìgere l’istruzione pubblica, ove esser poteva efficacemente utile alle scienze, alla diffusione dei lumi, alla gioventù, alla patria; fu in cambio nominato a Direttore del Tesoro, ufficio estraneo, avverso al suo ingegno ed ai suoi studi, per quanto 1′ arida e meccanica arie dei computisti è avversa alle favorite speculazioni di uno scienziato. Era Apollo negli ovili di Admeto.

L’ assidua attenzione ad un ufficio si ingrato, e per lui si repulsivo, congiunta ai dissapori che provò in esso, fece più frequenti le Aere emicranie che solevano affligerlo fin dall’ adolescenza, alterò notabilmente la sua salute, e contribuì forse ad infievolirgli lo spirito. Nella vicenda civile del 1815 diede egli i primi patenti sintomi d’intellettuale stravolgimento. Nè i congiunti nò gli amici lasciarono mezzo intentato per ricondurlo nel rotto uso della ragione; ma ogni cura dell’ arte e dell’ affetto andò vana. Fu allora che in un parosismo di delirio consegnò alle fiamme tutt’ i suoi manoscritti. In tal modo perderonsi i materiali raccolti per elevare ad opera quei filosofici pensamenti inseriti nell’ appendice al Platone. Deplorabile perdita per le lettere non men che per l’Italia cui nuovo lustro sarebbe venuto ove V autore avesse, qual ei promise, conversa in dimostrazione, l’ ardita ipotesi che i poemi omerici sono opere italiche, e non greche! In uno stato sì miserando toccò anche a lui di subire quel fato che sembra riserbato a chiunque si illustra e si eleva sull’ altezza comune. La calunnia la quale là più si compiace di addentare ove più rifulge merito e virtù, divulgò qual finzione quella follia; e tale è il mondo che una voce sì fatua, sì falsa, sì ingiusta trovò non pochi credenti.

Cuoco aveva l’ingegno sì ardito, che spesso nell’ impeto delle sue idee non soffermavasi alla verità ma trascorreva oltre. Ed a questa indole del suo spirito devesi quella fisonomia paradossale di talune sue opinioni in lui. ravvisata dai dotti. Dotato di memoria prodigiosa, avevasi fatto ampio tesoro di cognizioni con una immensa lettura. La sua mente era chiara come il suo stile, il quale sebbene alcun poco negletto invita soavemente alla lettura.

Alla modestia del suo sapere, alla urbana dolcezza dei suoi modi e costumi, accoppiava egli un’ anima virtuosa. Non mai malefico con chicchessia, fu anzi sempre largo di sovvenimenti ai miseri, e sovente più assai di quel che le sue domestiche facoltà gliel permettessero. Il senso della beneficenza sopravvisse alla sua ragione. Allietavasi quando beneficava; epperò ad allietarlo nel suo mentale indebolimento, i pietosi congiunti creavangli occasioni ad esser sovente benefico in ispecie verso gli antichi suoi compagni d’ infortuni.

Cuoco aveva l’ animo indipendente. Quando si avvide dello sfavore di cui femmo già cenno, egli non punto transigè coi suoi principi, nè prepose la sua fortuna alla sua rettitudine.

Cuoco fu illibatamente integro. Null’ostante le eminenti cariche da lui occupate, visse impcrtanto misero nella sua mentale sciagura, ed è morto in una povertà gloriosa.

Cuoco sopravisse quasi due lustri alla morte della sua ragione. La vita intellettuale se gli estinse nel 45.° anno, la fisica al cinquantesimo quarto.

 

 

 

 

Fonte foto: dalla rete

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