Garibaldi nel 1848

Il 4 luglio 1848 Garibaldi giunge a Roverbella. Incontra Carlo Albero che è in guerra con l’Austria e gli offre la sua spada. Ottiene, però, un inaspettato rifiuto. Il re gli risponde: “Rivolgetevi ai miei ministri”. Garibaldi intuì le difficoltà del sogno unitario: “Lo vidi, conobbi diffidenza nell’accogliermi e deplorai nelle titubanze ed incertezze di quell’uomo il destino male affidato della nostra povera patria”. Ciononostante incontrò il Ministero dell’Interno, ma ricevette ancora parole severe: “Perchè non andate a Venezia? Lì è la repubblica. Potreste prendere il comando di qualche piccolo legno corsaro. Quello è il vostro posto”. Garibaldi è indignato. Tuttavia l’episodio è per noi importante: quando si legge di un mazziniano che nel 1860 tradisce l’ideale repubblicano per consegnare il Regno delle Due Sicilie a Casa Savoia, si risalga al 4 luglio del 1848 e si faccia memoria di tutto il pragmatismo di Garibaldi.

Disposto a combattere, deluso dai Savoia, si reca a Milano con Giacomo Medici, già il 15 di quel mese.  Lo accoglie una incredibile folla davanti all’albergo Bella Venezia. Dieci giorni dopo, con tremila volontari, parte per Bergamo. I suoi volontari in camicia rossa crescono ancora in numero. Quando arriva l’ordine del generale Olivieri, cui il governo provvisorio aveva rassegnato il comando della città, tutti esultano, è il momento di agire. Si legge: “Italia libera – Ministro della Guerra – Milano, 3 agosto 1848. Primo anno della Indipendenza Italiana – Al Generale Garibaldi. – L’esercito regio è concentrato sopra Milano: formerà un campo trincerato fuori delle mura della città sul lato della Porta Romana. Noi per conseguenza cerchiamo di concentrar tutte le forze di cui possiamo disporre, per resistere al nemico. Io nella mia qualità di rappresentante del re vi prego addirittura di dirigere tutte le truppe sotto i vostri ordini, verso Milano, ben sicuro che il gran talento militare che vi distingue vi suggerirà i mezzi migliori per molestare il nemico al fianco e alle spalle, visto che esso per ora molesta la nostra avanguardia sulle strade conducenti a Lodi. Il comandante generale: A. Olivieri”.

Il pontefice si era defilato, seguito dal Granduca di Toscana e da Ferdinando II delle Due Sicilie. Nonostante il sacrificio di Curtatone e Montanara e la presa di Peschiera, c’era stata Custoza le tragiche giornate del 23, 24 e 25 luglio. Garibaldi voleva continuare la guerra, voleva l’azione, voleva liberare la Lombardia dall’austriaco, Carlo Alberto pativa la disfatta e lo sconforto. La notte tra il 4 ed il 5 agosto fu inviato un messo al campo austriaco per chiedere un armistizio contro la volontà dei milanesi. Carlo Alberto fu costretto a confrontarsi col popolo: comparve al balcone di Palazzo Greppi e la folla lo contestò, furono sparati colpi di fucile, si assalì l’edificio, non si poteva accettare il suo tradimento. Garibaldi ebbe notizia dell’armistizio mentre era a Monza, in marcia con le sue truppe. Seppe pure che Carlo Alberto era stato posto in salvo dal generale La Marmora, portatosi a Palazzo Greppi con fanti, bersaglieri e carabinieri a cavallo, finanche un cannone, per sottrarlo all’ira popolare. Garibaldi non ne fu sorpreso e sentenziò: “Tutto ciò non mi riguarda; la guerra contro l’Austria continuerò finché ci sono italiani capaci e volenterosi di combatterla. Io ho chiesto di fare il mio dovere…”. Nel frattempo Radetzky entrava a Milano.

Garibaldi, con tremila volontari, si era ritirato da Monza a Como, a Camerlata. Aveva chiesto a Griffini, D’Apice, Manara, Arcioni, Durando e Dandolo di riunirsi e continuare la guerra, ma i primi due si erano rifugiati in Svizzera, gli altri in Piemonte. Aveva allora redatto un proclama nel quale parlò chiaro: “Se il Re di Sardegna ha una corona che conserva a forza di colpe e di viltà, io e i miei compagni non vogliamo conservare con infamia la nostra vita; non vogliamo, senza compiere il nostro sacrificio, abbandonare la sorte della nostra sacra terra al ludibrio di chi la soggioga e la manomette… Noi vagheremo sulla terra che è nostra, non ad osservare indifferenti la tracotanza dei traditori, né le straniere depredazioni, ma per dare alla infelice e delusa nostra patria l’ultimo respiro, combattendo senza tregua e da leoni la guerra santa, la guerra dell’Indipendenza italiana”. Poi, raggiunta Arona sul Lago Maggiore, si era impadronito dei piroscafi San Carlo e Verbano e con essi aveva trasportato i suoi volontari in Lombardia, a Luino. Soffriva di febbri, ma continuava ad arringare i suoi.

Alloggiò nell’albergo della Beccaccia, dove fu destato dalla notizia dell’arrivo degli austriaci. Nonostante la febbre, c’era una battaglia da guidare. Balzò a cavallo e dette ordini chiari. Spiegò una parte della colonna sulla strada e nei campi circostanti, appostò sulla sinistra la compagnia del Medici, lasciò approssimarsi il nemico e poi, scambiati i primi colpi, lo investì frontalmente e subito di fianco, sbaragliandolo. La battaglia di Luino costò agli austriaci centottanta uomini feriti e morti, ai garibaldini solo cinque morti e diciassette feriti. Quattro giorni dopo Garibaldi entrò a Varese, accolto in trionfo dalla popolazione. La città stava per essere assediata dai quindicimila soldati del generale D’Aspre, ma Garibaldi esce e va ad affrontarlo prendendolo di spalle a Morazzone. D’Aspre, avvisato dai contadini della manovra garibaldina, risponde irrompendo sugli italiani che scelgono di resistere, rispondono al nemico che passa a cannoneggiare. Alla fine si impone di riparare in Svizzera, poi a Nizza dove lo aiutano le cure di Anita e l’affetto dei figli.

L’eco è eclatante. Il corsaro, il rivoluzionario, il marinaio, ha tenuto in scacco truppe regolari superiori in numero, bene armate ed equipaggiate, accuratamente addestrate. D’Aspre annota dei piemontesi: “Avevano l’uomo che poteva vincere la guerra e non se ne servirono”.

Garibaldi però torna presto ad organizzare una nuova sollevazione. Il 26 settembre è a Genova, il 18 lancia un proclama agli italiani: Vienna combatte per la sua libertà, non avrebbero combattuto gli italiani per la loro? Il 24 si imbarca sul Pharamond per la Sicilia con settantatré compagni e Anita. Sull’isola chiedono il suo aiuto i comitati rivoluzionari, ma quando la nave fa scalo a Livorno, i liberali toscani lo implorano di restare lì per dar seguito alla loro sollevazione. Proprio in quei giorni, infatti, Leopoldo II aveva accettato un parlamento liberale. Garibaldi  non si fida, Giuseppe Montanelli e Francesco Guerrazzi, a capo del governo provvisorio, non lo convincono, si interroga, è dubbioso, cosa fare? Il problema della Legione è il costo del mantenimento, il rifornimento di cibo soprattutto. I suoi membri eran già saliti a trecentocinquanta. Nel frattempo giunge la notizia di una vittoriosa sortita di Forte Marghera, il 27 ottobre 1848, nella quale muore il napoletano Alessandro Poerio. Prende allora la sua decisione: porta la sua Legione a Firenze e poi marcia verso Venezia. Anita torna a Nizza, la marcia sui valichi appenninici, d’inverno, si prospetta disagevole. E’ in Romagna, a Cesena, quando il popolo di Roma insorge, accalcandosi al Quirinale e puntandovi contro un cannone. Pio IX crea un ministero liberale, ma otto giorni dopo fugge. Garibaldi cambia i piani, prima ancora che gli giunga una lettera dei romani che lo nominano tenente colonnello comandante del Corpo Volontario. Il 12 dicembre è a Roma.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Bibliografia: A. Pratta, Garibaldi; A. Scirocco, Giuseppe Garibaldi

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