La Monarchia Cattolica nel Governo degli Stati Italiani

Quello che colpisce ed attira, prima di ogni altra cosa, quando si ha un libro nuovo tra le mani, è il titolo. Quello che ora si sta esaminando ha una dicitura molto impegnativa e complessa: “La Monarchia cattolica nel governo degli Stati italiani” di Vittorio Ricci. Molto significativo ed esplicativo è anche il sottotitolo: “il ruolo dei fratelli Luis De Requesens e Juan De Zuniga, cavalieri di Santiago”.

Un titolo così prestigioso – riguardo al libro del prof. Vittorio Ricci – ha bisogno di un necessario approfondimento e una altrettanto attenta delucidazione.

La monarchia cattolica si riferisce all’imperatore Carlo V, che a ragione si potrebbe definire un missionario itinerante nelle vie del suo vasto impero, insieme al controllo serrato che esercitò sui suoi altrettanto vasti possedimenti il figlio Filippo II che, in effetti, sarà un integerrimo burocrate, amministrando le varie provincie, di cui era composto il vasto regno, dal suo palazzo dell’Escorial, attraverso una ampia rete di diplomatici, persone di sicura fiducia, corrieri vari.

Davanti a questo progetto di “monarchia cattolica” sorge spontanea una domanda: era il tentativo di restaurare la Città di Dio in terra ?

A primo colpo le premesse portano a pensare a questo, perché circostanze fortuite avevano voluto che sulle spalle di Carlo V ricadesse un immenso coacervo di nazionalità e di uomini : Impero – Spagna – Italia – Americhe: “un regno su cui non tramontava mai il sole”.

A questo lo aveva destinato una convergenza di alleanze matrimoniali: dal matrimonio tra Maria di Borgogna e l’imperatore Massimiliano d’Austria era nato il padre Filippo il Bello; e dal matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona era nata la madre, Giovanna la Pazza.

Carlo V divenne il paladino di una sintesi di garanzie civili e religiose che, nel suo disegno imperiale, voleva si congiungessero insieme.

Un nuovo Costantino o un redivivo Carlo Magno?

Nessuna delle due cose, oppure tutte e due insieme, con un vago e irrealizzabile piano di tradurre in atto il suo ambizioso progetto.

Era il garante della saldezza, della autenticità, della sicurezza umana, ma fondamentalmente cristiana delle sue popolazioni attaccate e disorientate nella unità religiosa dai Protestanti; osteggiate violentemente dai Turchi; ostacolate e scandalizzate dalle trame del Papato, perché i Papi del tempo, erano intenti a favorire e parteggiare per i loro parenti o familiari, per interessi molto privati !!! Si narra che Leone X, nel momento della sua elezione avesse esclamato: “Adesso godiamoci il pontificato!”. Oppure gli epiteti coniati per i Papi Alessandro VI: Papa Venere; Giulio II: Papa Marte ; Leone X: Papa Minerva. Pressante ed improcrastinabile era la Riforma della Chiesa che sarebbe dovuta passare attraverso la convocazione di un Concilio per poter ricucire con i Protestanti e fortemente caldeggiato dall’Imperatore. Dall’altra parte il Papa non voleva assolutamente convocare tale assise per il sempre ricorrente pericolo del conciliarismo, teoria che reputava la riunione di tutti i Vescovi e cardinali superiore allo stesso Papa nel prendere le decisioni e diramare direttive. Nella Chiesa era ancora vivo e terrificante lo spettro dello scisma d’Occidente di un secolo prima e di cui si avvertivano le tristi conseguenze.

Nonostante tutto questo sforzo per restaurare la monarchia cattolica che era a servizio della Chiesa ma che insieme si serviva della Chiesa, non disdegnò di punire il Papa Clemente VII per la sua alleanza antispagnola con il sacco di Roma del 1527.

I tempi però erano mutati ed erano essenzialmente diversi per molteplici situazioni nuove nei confronti di un passato remoto:

– la nascita delle nazionalità;

– l’unità religiosa dell’Europa era stata spezzata;

– l’individualismo cresceva a dismisura;

– le guerre erano continue e cruente insieme a lotte estenuanti;

– prima rivoluzione industriale (a Sora all’inizio del XVI sec. fabbriche della carta in forma abbastanza moderna);

– fine dell’uomo medioevale con la sua perfetta sintesi ed equilibrio tra aspetti divini e umani.

– sorge l’uomo insicuro – instabile dell’Umanesimo e Rinascimento.

Queste erano le idee che remavano contro la rinascita di una società cristiana universale attraverso il peso che avrebbe potuto esercitare l’imperatore sulla salvaguardia e la tutela della fede cattolica.

Molte erano le forze centrifughe che non erano facilmente incanalabili in percorsi predefiniti:

Lotte interne all’impero come la Rivolta dei Comuneros in Spagna. La crociata contro i protestanti. L’inquietudine e le sollevazioni nelle Fiandre, specialmente contro Filippo II, mentre Carlo V veniva accettato perché era un fiammingo, essendo nato a Gand.

Lotte esterne per il pericolo persistente ed aggressivo dei pirati barbareschi, ed anche il conflitto perpetuo con Francesco I di Francia.

Quello di Carlo V fu un impero a cavallo per i continui spostamenti a cui veniva costretto dalle ricorrenti emergenze che si creavano nel suo immenso regno.

Il 28 Giugno 1519 veniva eletto imperatore all’unanimità, grazie anche all’esborso di denaro prestatogli dai banchieri Fugger, per comprare i voti dei grandi elettori. Il 23 Ottobre 1520 ricevette la corona imperiale e il 24 Febbraio 1530 venne incoronato in S. Petronio a Bologna, l’ultima volta che si tenne una tale cerimonia.

Con Filippo II, sentinella e garante della ortodossia cattolica, avvenne la separazione dei poteri, non più imperatore ma solo re di Spagna, il titolo imperiale passava al fratello di Carlo V, Ferdinando d’Austria.

Filippo II dovette affrontare molti problemi spinosi che si dibattevano da tempo e che Carlo V non era riuscito a risolvere in modo radicale. L’annoso e persistente problema delle Fiandre; il pericolo dei pirati barbareschi; la presenza terrificante della inquisizione spagnola; i complicati rapporti con l’Inghilterra; i tanti interrogativi posti dalle diverse regioni italiane dopo la pace di Castel Cambrese che aveva consegnato tutta la penisola nelle mani della Spagna ( 3 – 4 -1559 ). Il libro del Prof. Ricci si ferma a tratteggiare, in modo preciso e approfondito, questi momenti e questi aspetti caratterizzanti la politica e gli intenti di Filippo II.

Dopo questa necessaria delucidazione e chiarificazione, è molto importante capire e scoprire quale sia stata l’occasione che ha fornito lo spunto e fatto scoccare la scintilla che ha dato origine alla ricerca che è stata sistematica, molto ricca, articolata e variegata a tutto campo. Il nodo principale, che ha comportato una attenta ricerca, è stato quello di reperire i documenti e ricercarli in zone lontane, come la Spagna.

E’ stato anche molto impegnativo entrare, conoscere, comprendere e presentare un mondo diverso di cui si avevano delle cognizioni generali e generiche oppure solo una pallida e vaga idea. Con questo lavoro il professor Ricci ha cercato di dare le coordinate per una retta e giusta lettura ed interpretazione di un periodo storico che è scomparso ma che, da questa ricerca, riprende quota e offre un ampio orizzonte di conoscenze e di riferimenti per inquadrare alcuni eventi importanti della storia del XVI secolo. Dei reperti cinquecenteschi: un blasone, due lapidi e la committenza di un polittico a Jacopo Zucchi, hanno fatto scattare il desiderio di conoscerne e di saperne di più sia del periodo concernente tali opere, del riferimento storico e del ruolo specifico avuto dai due fratelli de Zuniga, artefici principali degli eventi su cui si incentra e si svolge il dipanarsi degli accadimenti che li vedono attori e operatori.

Questo incontro casuale ha fatto sorgere, nel Prof. Ricci, l’interesse per una ricerca metodica, accurata e sistematica che ha spaziato, con intuito e intelligenza, nel ricercare rigorosamente i documenti appropriati presso gli archivi, perché costituissero contributo prezioso per corredare ed ampliare l’attenta indagine accompagnata dal crescente desiderio di una conoscenza approfondita e strutturata.

Questo addentrarsi nelle vicende del periodo ha contribuito a portare ad una scoperta progressiva dei personaggi artefici principali della politica spagnola del tempo: Luis de Requesens e Juan de Zuniga. Queste scoperte hanno allargato l’orizzonte delle notizie e spinto ad ampliare il lavoro che si è sviluppato armonico, preciso, capillare, meticoloso. I due fratelli che erano stati educati a corte, insieme a Filippo II, quando il padre era stato nominato dall’imperatore Carlo V, precettore del figlio. In seguito, anche essi, come il padre, sarebbero stati fedeli servitori della corona spagnola, pronti a dare e sacrificare la vita per il loro re, in missioni molto impegnative e delicate. Segue, nella trattazione, la ricostruzione precisa e puntuale dei legami che univano la famiglia dei Zuniga alle più importanti ed influenti casate spagnole che vantavano ascendenze importanti e personaggi che avevano avuto dei ruoli significativi presso la corte reale. Un particolare da sottolineare, perché riportato anche nello stemma della famiglia dei Zuniga, era la appartenenza dei due fratelli: Luis e Juan, all’ordine di S. Giacomo. Questo richiamo rimanda, in un cammino a ritroso, al Medioevo, per immettere nella tradizione spagnola ed europea del pellegrinaggio a Santiago di Compostella, ma insieme anche della grande epopea che ha caratterizzato “la Reconquista” dei territori spagnoli conquistati dagli Arabi. Questo rappresentava la partecipazione ad una aggregazione che si sentiva molto legata alla propria terra e lo dimostrava in un servizio attento e scrupoloso alla corona spagnola.

La storia e gli eventi narrati ruotano intorno a queste due figure di fratelli che, per motivi di eredità avevano optato il primo: Luis, per il cognome della mamma “de Requesens”; il secondo: Juan conservando quello paterno “de Zuniga”.

Nella loro carriera i due fratelli ricevettero prestigiosi incarichi; diventando protagonisti in complessi e delicati compiti diplomatici e nella gestione del potere politico. Luis, a differenza del fratello, dovette dare fondo a tutta la sua intelligenza, accortezza, diplomazia nei luoghi molto caldi in cui venne chiamato a svolgere i suoi compiti. Ambasciatore a Roma, come esperto tessitore, diede prova di una pazienza controllata e di una sagacia permeata di equilibrio, nel frattempo dovette preparare ed organizzare la lega santa contro i Turchi che, come si vedrà, richiese molto tempo, tanta viva intelligente circospezione, determinazione e perizia. (1570 – 1571). Dopo l’esperienza a Roma per Luis ci fu un’altra importante destinazione: Filippo II lo nominò governatore a Milano. Fu un compito molto sofferto perché Luis per svolgere l’ incarico ricevuto si trovò a fronteggiare l’operato dell’Arcivescovo S. Carlo Borromeo la cui giurisdizione ecclesiastica travalicava anche in quella civile per cui tra le due autorità si era arrivato ai ferri corti ed a una accesa contesa che vedeva il governatore scomunicato dall’Arcivescovo. Lo scontro si era fatto molto duro perché S. Carlo non voleva recedere dalla sua posizione, se non dietro la capitolazione del governatore alle sue richieste. Filippo II dovette intervenire presso il Papa Gregorio XIII perché attutisse l’accesa controversia e trovasse una risoluzione opportuna (1573 – 1576). Il Papa era orientato a concedere l’assoluzione scavalcando l’Arcivescovo, ma la problematica si risolse radicalmente con la nomina del Requesens come governatore nei Paesi Bassi succedendo al duca d’Alba che aveva creato un regime di terrore con uccisioni di massa, imprigionamenti, confische di terre, comminando esili. Per illustrare e presentare meglio questo clima, l’autore elenca alcuni episodi significativi. Durante il suo mandato si fece promotore di una mediazione con i ribelli, promosse e caldeggiò delle misure economiche atte a promuovere, aiutare e far sviluppare il commercio. Il suo principale intento rimase quello di svelenire gli animi. Dopo aver delucidato sia la persona, il ruolo e l’operato di Luis De Requesens, l’autore passa a trattare del fratello Juan De Zuniga che fu ambasciatore a Roma presso il Papa, succedendo al fratello, ricevendo in seguito l’incarico di Vicerè di Napoli dal 1579 al 1582, tornando poi in Spagna, chiamato dal re Filippo II, come precettore del figlio, il futuro Filippo III.

Dopo questa ampia e generale trattazione, necessaria per fornire le coordinate e le indicazioni per una organica e chiara lettura del testo, vorrei fermare l’attenzione per un piccolo excursus storico su un capitolo attuale negli interrogativi che suscita e fondamentale del lavoro del prof. Ricci che è stato per il passato e lo è ancora nel presente, oggetto di innumerevoli discussioni, di approfondimenti, attente indagini sia nei prodromi come nell’evento e nelle conseguenze: la costituzione della Lega Santa e la successiva battaglia di Lepanto. Un evento di grande portata che ha bisogno di attenta riflessione insieme a tante considerazioni storiche, perché si inquadra nella lotta interminabile dello scontro tra due civiltà, due religioni, due mondi e modi diversi di pensiero e di azione. E’ l’ennesimo e virulento scontro tra una miriade di fatti, eventi, situazioni che hanno caratterizzato e configurato il rapporto tra Occidente ed Oriente. Dopo la morte di Maometto le tribù arabe che lo avevano seguito, nella foga e nell’entusiasmo irrefrenabile del nuovo credo religioso, si gettarono a compiere razzie nelle regioni circostanti e solo, in un secondo momento, le trasformarono in conquista. Interessante è analizzare le cause di questo repentino e improvviso predominio non dovuto ad un piano prestabilito ma alla successione di eventi che determineranno una scelta obbligata e non prevista. Non è nella intenzione trattare della dottrina che aveva i suoi capisaldi su: preghiera, elemosina, digiuno, pellegrinaggio alla Mecca, laicità, ma seguire le tappe significative di queste occupazioni più verso occidente che non ad oriente e che, dopo secoli di guerre e di lotte interminabili, portarono alla svolta di Lepanto che diventerà, per questo, un evento cruciale. Gli Arabi, usciti dalla loro terra operarono una morsa a tenaglia sull’Europa, i cui regni erano in piena decadenza e non in grado di arginare questa improvvisa, esuberante e dirompente massa di persone. Davanti a questo irrompere sulle coste del nord Africa e nei regni dell’Europa di queste orde bellicose, nessun regno africano o europeo riuscì a porre un argine, solo i Berberi, all’inizio, opposero resistenza perché erano una popolazione indomita, selvaggia e contraria alla civiltà da cui si erano tenuti sempre fuori. Gli Arabi li domarono associandoli nelle imprese, come quella insperata che li portò alla conquista della Spagna. Gebel El Tarik, passato lo stretto che dal Marocco lo portò in Spagna e che da lui prese il nome, con una vittoria insperata sui Visigoti a Xeres de la Frontera ( 711 ), trasformò la razzia in una conquista fulminea. Questo fu possibile per la disgregazione e la disunione in cui si dibattevano i regni cristiani. In Francia i maestri di palazzo stavano assurgendo a grande potere contro l’imbelle casa regnante dei Merovingi, i famosi re fannulloni. Uno di questi maestri, molto energico e che aveva organizzato un valido esercito, Carlo Martello, sbarrò la strada agli Arabi che, attraverso la Francia puntavano al centro dell’Europa, non trovando ostacoli sulla loro strada. Davanti ad un esercito ben organizzato e strutturato queste tribù subirono una sconfitta a Poitiers nel 732. Qui si fermò la loro espansione. Minati da discordie interne e incapaci di riorganizzarsi, ripiegarono sulla Spagna dove inizierà il periodo della loro secolare dominazione. In Oriente, appena qualche anno prima erano stati respinti sotto le mura di Costantinopoli (711 ). Nel Mediterraneo, intanto, si avvertiva la presenza delle Repubbliche marinare italiane che, in un primo momento, avevano fatto fronte comune contro i Saraceni ( sec. XI ), ma in seguito per l’egemonia sulle isole, dominio, accaparramento del commercio delle spezie o altro proveniente dall’Oriente e per i punti di attracco per il commercio (i fondachi), si contrapposero in una lotta serrata che le indebolì davanti al comune nemico turco. Venezia, in modo particolare, cercò di evitare la rottura con i Turchi e scese a patti, ma pagando in modo esoso le tariffe imposte dagli Arabi per poter continuare il suo commercio. Dopo il flusso verso lOccidente, da parte dei musulmani, inizia il riflusso verso l’Oriente da parte europea con le crociate. Idea che ritorna ogni qualvolta il pericolo turco si ripresenta in Europa, con la forte pressione che esercitava, cercando di unire insieme le forze in un fronte comune.

L’Occidente, dopo lo smarrimento e la crisi iniziata intorno al IX secolo ed arrivata al suo apice intorno all’anno mille, si riorganizza dal punto di vista:

– religioso: lotta per le investiture, movimento di Cluny, partecipazione attiva del popolo alla vita

della Chiesa (cfr. pataria milanese), Papi riformatori, con l’apice in Gregorio VII.

– politico: ripresa dell’impero e lo scontro con il papato, crisi del feudalesimo.

– sociale: il popolo vive la drammaticità del momento di instabilità, sorge la cavalleria

con le sue regole e si espande principalmente in Francia.

– economico: riprende il commercio, le vie sono più sicure, grandi fiere, lettere di cambio, le Repubbliche marinare.

Il Papa Urbano II sembra incarnare gli ideali della rinascita per questa nuova fase che caratterizza la Chiesa e la società cristiana: francese (qui nasce e si sviluppa lo spirito della crociata), monaco (a Cluny), innovatore (tregue di Dio, la cavalleria).

Il cristianesimo torna ad essere operante e dirompente con questo nuovo fervore.

Prima Crociata: le forze cristiane entrano a Gerusalemme 1099. La presenza cristiana è di breve durata per molteplici e vari motivi. Con la battaglia di Hattin (1187 ) c’è la perdita della Terrasanta.

In Occidente inizia la Reconquista spagnola: battaglia di Las Navas (1212 ) che tronca ogni velleità araba. I regni del nord spagnoli spingono sempre di più gli Arabi verso il sud. Sorgono delle figure mitiche come il Cid oppure la leggenda di S. Jago Matamoros. Il colpo finale viene con l’unione dei regni di Castiglia e Aragona con il matrimonio di Isabella e Ferdinando. Con questa fusione la lotta diventa più serrata. Nel 1492 cade l’ultimo bastione arabo in terra spagnola rappresentato dal Regno di Granada.

In Oriente continua la pressione su Costantinopoli sulla terraferma, ma anche per mare, nel Mediterraneo, con i continui scontri con le Repubbliche marinare, le depredazioni corsare sulle coste, ma anche con penetrazioni nell’interno verso luoghi in cui operare saccheggi.

Temutissimo era il corpo dei giannizzeri. Bambini cristiani tolti ai genitori durante le razzie ed educati alla violenza, all’ubbidienza assoluta, cieca e totale al loro capo e votati alla morte. Contro i cristiani, i turchi riportarono diverse vittorie, altopiano del Kossovo (1389), a Nicopoli (1396) e creando così la leggenda della loro invincibilità e temerarietà. Il loro capo Baiazet aveva la porta aperta per prendere Costantinopoli, più niente gli sbarrava la strada. Una fortuna insperata invece venne in aiuto all’impero. Un’orda di Mongoli proveniente dalle steppe russe, capeggiata da Tamerlano, assaltò i Turchi e li sbaragliò ad Angora (1402), Baiazet sconfitto fu fatto prigioniero. Perdute in questo modo le terre asiatiche, sconvolti per la sconfitta subita, dilaniati nella lotta che si scatenò tra i contendenti alla successione, i Turchi sembravano sul punto di scomparire. Il mondo cristiano non fu accorto a cogliere e ad approfittare di questo momento per dare il tracollo ad un impero barcollante e senza alcuna consistenza, ma i regni cristiani vivevano anch’essi una crisi di coesione ed erano molto disorganizzati. A questa sconfitta seguirono quaranta anni di tregua, per cui i turchi ebbero tutto il tempo di riorganizzarsi e tornare di nuovo all’attacco. Al loro apparire furono respinti e sbaragliati. Incalzati riuscirono a chiedere una tregua che permise loro di riorganizzarsi e di vincere i sovrani cristiani, che si erano uniti insieme a Varna ( 1444). La strada per Costantinopoli era aperta. Il 29 Maggio 1453 Maometto II entrava a S. Sofia.

Iniziava un altro ciclo: non più i latini in Oriente ma i Turchi invadevano l’Occidente. Prendeva corpo una penetrazione sistematica, inesorabile e continua: 1529 espugnata Buda, si presentarono sotto le mura di Vienna che non cadde per la superiorità della artiglieria asburgica. Nel Mediterraneo il pirata Kaireddin, detto Barbarossa, attraverso continue scorrerie si era impadronito di Tunisi ed Algeri e scorazzava contro le coste italiane. Nel 1534 Barbarossa si era presentato minaccioso nelle acque di Napoli e lanciando una scorreria fino a Fondi. Carlo V, con una incursione, si era impadronito nel 1535 di Tripoli, liberando 20.000 schiavi cristiani, mentre Algeri rimaneva saldamente nelle mani del corsaro. In questo periodo si parla molto del pericolo rappresentato dai Turchi nel Mediterraneo nell’epistolario intercorso tra il duca di Sora e i commissari che erano a Napoli per curare gli interessi del ducato. Giovanni di Sora: dal 18 Luglio all’11 Agosto 1522; Felice di Sora: dal 4 Agosto al 18 Settembre 1537. [(*) Archivio di Stato di Firenze: Ducato di Urbino classe I pezzo 207 da pag. 7 a pag. 19].

Il Papa Paolo III, nel frattempo, era riuscito a convincere Carlo V e Ferdinando a venire in soccorso della Serenissima attaccata nei suoi possedimenti marittimi da Solimano il Magnifico. Il patto stipulato non era del tutto chiaro nell’accordo preso perché il Doria, capo della flotta imperiale, davanti alle navi turche, senza alcun motivo valido, si era ritirato senza combattere.

Questo insuccesso avvenuto alla Prevesa (Settembre 1538), pesò in modo grave e creò la sensazione della grande superiorità della flotta musulmana su quella cristiana, fino a Lepanto. Subito dopo Carlo V cercherà di liberare Algeri, come aveva fatto precedentemente per Tripoli, ma tutto si risolse in un grande ed eclatante insuccesso, creando l’inizio di una nuova fase di predominio turco nel Mediterraneo.

Nel 1560 si aggiungeva un’altra grande vittoria turca a Gerbe. Una spedizione spagnola che tentava la riconquista di Tripoli, ricaduta nelle mani dei pirati, veniva clamorosamente sconfitta. Dopo questo ennesimo insuccesso, la Spagna si ritirava nella difensiva in tutto il Mediterraneo, rinunciando a qualsiasi piano di contrattacco. Tra le tante disfatte si registrò un successo a Malta dove i Cavalieri che sostenevano da mesi un duro assedio turco, soccorsi da una spedizione spagnola erano riusciti a ricacciare un grandioso attacco nemico. I Turchi, ricacciati da Malta si gettarono sui possedimenti veneziani con numerose razzie. La politica adottata da Venezia, infatti, era molto accomodante e conciliante per non compromettere il proprio dominio coloniale e non privarsi del granaio turco che sosteneva le sue insufficienti risorse frumentarie.

Però in seguito all’attacco all’impero coloniale veneziano a Cipro e con il rifiuto di ogni compromesso, la politica di Venezia fu di fronteggiare, attaccare e difendersi, appellandosi, nello stesso tempo alle potenze cristiane del mediterraneo: Spagna – Impero e Stati cristiani. A questa situazione faceva riscontro le febbrile attività politica, unita alla dinamica e tenace opera diplomatica del Papa S. Pio V. Fu per la sua ferma volontà, insieme all’opera persuasiva di Luis de Requesens, se si riuscirono a dipanare e superare tanti ostacoli apparentemente insormontabili, per i diversi interessi e finalità della Spagna nei confronti di Venezia.

Il Professor Ricci offre, per questa intensa, spasmodica e logorante preparazione, una ampia produzione di documenti che ci offrono ed illustrano la ferma e determinata volontà del Papa, anche se frenata e raggirata dai contrastanti scopi della Spagna, di Venezia e degli altri Stati italiani.

Nel frattempo che erano iniziati questi approcci, Cipro era capitolata, per cui i vari interlocutori si erano visti costretti ad arrivare a stipulare un accordo poiché la temerarietà ed il pericolo turco erano più che mai vicini ed incombenti.

Sotto la guida di D. Giovanni D’Austria, fratellastro di Filippo II e con l’abile regia di Luis de Requesens, si cercò di trovare una intesa proficua e risolutrice.

Tutta la preparazione, il luogo della battaglia, gli spostamenti e la ricerca della flotta turca, il dispiegamento delle forze, le varie ipotesi per dare battaglia, sono così attentamente registrate in modo preciso e dettagliato dal Professor Ricci che mette a nudo un lavoro di ricerca attento, preciso, indagatore, scrupoloso.

Il resoconto metodico, sistematico, dettagliato della battaglia, le diverse tattiche adottate per l’assalto, il grande svolgimento dello scontro, sono riportati e analizzati con grande dovizia di interessanti e puntuali particolari. Anche sotto questo aspetto, il Prof. Ricci è superbo e ammirevole.

Il bilancio dell’evento, il numero delle navi distrutte, i morti, i prigionieri, anche quelli eccellenti, vengono riportati rigorosamente ed ampiamente. Viene contestato il ruolo avuto nella battaglia dal Doria, che, come il nonno, ebbe un atteggiamento discutibile, anche se fu difeso tenacemente, in un primo momento, dallo stesso Luis de Requesens, lasciando però in molti, compreso lo stesso Comendador Mayor, il sospetto di poca lealtà. Lepanto significò la fine della tracotanza turca e la progressiva decadenza del pericolo nel Mediterraneo della pirateria. Per non perdere la fitta rete commerciale che si era instaurata con l’Oriente, la Repubblica di Venezia dovette scendere a patti con i turchi.

Nel 1573 Venezia si affrettò a concludere con i turchi un accordo, seguito nel 1580 da quello tra turchi e spagnoli, rotto, in seguito, nel 1645 con l’attacco turco all’isola di Creta. Interessante il rapporto con la Madonna, a cui il Papa S. Pio V attribuì la vittoria e raffigurata con la mezzaluna, simbolo ottomano, sotto i suoi piedi. L’appendice, ampia e molto erudita nel suo contenuto, è da consultare per la ricchezza dei documenti.

Queste poche considerazioni vogliono solo offrire delle linee guida per indirizzare in modo preciso e sistematico la lettura degli accadimenti e insieme per inquadrare il tempo, le concezioni, gli sviluppi di alcuni eventi, che si potrebbero definire epocali, per le conseguenze che ne sono seguite, le problematiche innescate, ma, principalmente, per meglio conoscere le situazioni, i personaggi e gli intrecci carichi di tanta riflessione e prospettive nel futuro.

La pubblicazione, che si presenta in ottima veste tipografica, vi dirà e vi darà molto di più e molto meglio di quanto si sia riusciti a prospettare con questi brevi e sommari accenni.

 

 

Autore: don Donato Piacentini

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