Santuccia di Norcia fu condannata al rogo nel 1445, a Perugia, con l’accusa di stregoneria.

Questa donna viveva isolata sulle montagne di Norcia, forse avvicinata dalla gente del posto per cure medicinali, vaticini e pretesi incantamenti. u catturata e condannata. Il 6 marzo del 1445, fu arsa viva nel Campo di Battaglia.

Di questa vicenda c’è traccia nel De Sortilegiis di San Giacomo della Marca che incominciò a predicare a Perugia nei giorni seguenti il rogo. Santuccia vi è definita “diabolica vetula” e su di lei pende l’orribile accusa d’aver ucciso cinquanta bambini, d’aver bevuto il sangue di una di queste piccole vittime aspirandolo dal suo orecchio e di aver compiuto pure un rito di maleficio profanando un’ostia. La strega aveva ottenuto l’ostia da un prete “quem postea per artem diabolicam cepit per genitalia et proiecit in arborem”, che aveva cioè preso con un sortilegio per i genitali e l’aveva scaraventato contro un albero.

Certi particolari sono taciuti dalla più scarna ricostruzione del cronista Graziani. Questi scrive: “A quisti dì [marzo 1445] Monsignore fece pigliare Santuccia indivina e faturaria, quale era da Nocea, et stava in quilli monte fra Asese e Nocea, et lì fu presa. Adì de 6 marzo, in sabbato, fo arsa detta Santuccia indivina de Nocea giù al Campo de la Bataglia… Et quando andò a la iustizia fu menata a cavallo in uno asino con la faccia voltata verso la groppa, econ una metria in testa, e con doi dimonii, uno de là e l’altro de qua che tenevano la ditta metria”.

Lo statuto cittadino già nel 1342 prevedeva il rogo per le streghe, forniva però come alternativa il pagamento di quattrocento lire in dieci giorni (C. Cantù, Storia degli Italiani). A quanto pare, Santuccia provò a salvarsi con tutto ciò che aveva, offrì infatti duecento lire per tornare libera, ma nessuno perugino volle sborsare la restante parte del denaro che l’avrebbe mandata assolta.

Il 6 marzo del 1445, Santuccia di Norcia fu arsa viva nel Campo di Battaglia.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: D. Corsi, Diaboliche, maledette e disperate