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L’antica città di Norba

Dai possenti bastioni della città di Norba arroccata su di un contrafforte del monte Lupone nella catena dei monti Lepini, lo sguardo spazia libero ed indisturbato ora come allora, sulla vasta pianura pontina fino al litorale, a sud dove si staglia isolato il promontorio del Circeo, e a nord oltre le paludi, verso le campagne romane e la costa coi lidi di Anzio e di Lavinio.

In quella notte del 81 a.C. i soldati di ronda potevano facilmente scorgere i movimenti attorno ai fuochi del bivacco nemico dall’alto di quelle antiche mura poligonali risalenti all’epoca in cui, ben quattro secoli prima, Roma affermava il proprio predominio nell’area fondando quella colonia su di uno strategico alto dirupo, sulle basi di un precedente insediamento latino.

Da poco tempo era calato il sole e l’inconfondibile sibilo provocato da decine di fionde che scagliavano i loro mortiferi proietti sul capo degli assalitori, si era ridotto fino a cessare completamente. Gli assedianti erano tornati al loro accampamento, pronti all’ennesimo assalto al sorgere del sole.

Stanchi, affamati ma fieri i cittadini di Norba resistevano. Una ad una le città fedeli ai populares di Mario si erano arrese alle spietate truppe di Silla, ma loro no, loro avrebbero venduto cara la pelle.

E d’altronde quella era la città che aveva dato i natali a Gaio Norbano, già tribuno della plebe nel 103 a. C. e console nell’ 83 a.C. che si era tenacemente opposto in armi a Silla mentre quello risaliva la penisola da Brindisi, venendone rovinosamente sconfitto a Tifana presso Capua. Divenuto proconsole fu battuto ancora militarmente da Quinto Cecilio Metello a Faenza nella Gallia Cisalpina. Quell’illustre cittadino della roccaforte dei monti Lepini, partigiano dei populares, era riparato a Rodi per poi suicidarsi onorevolmente nell’82 a.C. quando aveva avuto sentore che i rodioti avrebbero potuto consegnarlo al nuovo padrone di Roma.  Preferì morire piuttosto che cadere nelle mani di Silla.

La sua città d’origine però resisteva ancora. Godeva di una posizione difensiva pressoché inespugnabile. Un’ondata dopo l’altra gli assalitori si erano infranti contro le sue poderose mura. A guidarli era l’infido ed opportunista Marco Emilio Lepido, padre e omonimo del più rinomato membro del secondo triumvirato, che era riuscito a riabilitare il suo antico casato patrizio sposando prima la causa dei populares, malgrado le sue origini nobili, per poi passare in base alle convenienze al partito degli optimates. Forse proprio a causa della sua ambigua natura, e per provarne la fedeltà, Silla volle affidargli l’impresa di conquistare quella roccaforte dei partigiani di Mario.

Ma le sue truppe avevano dovuto constatare l’ostinazione degli assediati senza riuscire nemmeno ad impensierirli. Da giorni provavano a scalare quelle alte mura con poco successo, e ogni volta che si appressavano al perimetro venivano bersagliati dal tiro preciso di quegli esperti frombolieri.

Roma era ormai nelle mani di Silla e delle sue legioni. Solo quel piccolo centro dei monti Lepini caparbiamente resisteva al nuovo signore dell’Urbe che non poteva ripartire per la guerra contro Mitridate prima di aver sottomesso le città ancora fedeli a Mario. Il tempo stringeva e se Marco Emilio Lepido voleva compiacere Silla doveva trovare una soluzione al più presto per fiaccare la resistenza dei cittadini di Norba.

E quale soluzione poteva mai escogitare colui che aveva fatto dell’ambiguità una pratica politica? Marco Emilio Lepido riuscì in qualche modo a contattare e corrompere uno dei difensori. Ciò che non si era riusciti ad ottenere con la forza delle armi lo si ottenne con il tradimento.

Era ancora buio e l’alba di là da venire quando improvvisamente una delle solide porte che proteggevano la città venne aperta dall’interno.

Le sentinelle sui bastioni al principio non si accorsero di nulla. Il vento, un vento impetuoso ed improvviso, oscuro presagio, prese a sferzare il volto severo di quegli uomini prostrati dalle fatiche della guerra. Forti folate di un freddo vento proveniente dal mare spensero i fuochi sacri presso il tempio di Diana sull’acropoli cittadina. Fu probabilmente un grido smorzato nell’oscurità a far scattare l’allarme. Il nemico alle porte era ormai penetrato all’interno della cerchia muraria.

Un sortilegio, un arcano intervento divino aveva spalancato le porte al feroce nemico. Marte forse, beffardo, sposava la causa di Silla. Tutto era perduto. Qualcuno tentò comunque di resistere, ma i più si resero presto conto che, sciamate all’interno le truppe sillane, non avrebbero avuto alcuno scampo. Ed allora scelsero di morire con onore piuttosto che essere massacrati dalle infami lame del nemico, decisero di porre fine alle loro esistenze per loro stessa mano. E dunque il fratello uccise il fratello, il marito uccise la moglie ed il padre i propri figli, e tutti coloro che non ebbero il coraggio di infliggere un colpo mortale ai propri cari preferirono dare fuoco alla casa trasformando le mura domestiche in una pira funeraria. In breve tempo e prima ancora che i soldati di Silla potessero dare inizio al massacro, la fiera Norba bruciava per mano dei suoi stessi cittadini. Nessuno l’avrebbe avuta. Quella notte tutta la città sarebbe stata immolata agli dei.

Un sacrificio. Di quella triste vicenda di ventuno secoli fa, oggi noi, uomini e donne del nostro tempo, possiamo ancora ammirarne le tracce, segni indelebili nell’inesorabile incedere della storia. Quasi a rispettare quella tragica scelta della popolazione di Norba nell’ 81 a. C. infatti nessuno volle più edificare in quell’area che venne sostanzialmente abbandonata.

Così nell’ A. D. 2021 varcando la soglia di Porta Maggiore, incuneata tra le imponenti mura poligonali di 12 metri d’altezza, ed addentrandoci lungo le ordinate strade lastricate, praticamente intatte, tra i resti delle abitazioni e degli edifici sacri, possiamo ancora riuscire a percepire i fantasmi di quella notte, l’eco di quelle voci antiche.

Tutto è rimasto fermo a quel momento perso nel tempo. Quell’evento doloroso e quell’estremo atto di sacrificio ci hanno consegnato una città della tarda età repubblicana, intatta nella sua struttura e nella sua anima.  Uno scrigno direttamente dal nostro passato.

 

 

 

Autore articolo e foto: Giuseppe De Simone

 

 

Giuseppe De Simone, laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, presso la Sapienza – Università di Roma, con una tesi in Storia Militare su “L’esercito francese e la Guerra d’Algeria”, è studioso di storia del Mezzogiorno d’Italia.

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