Le sommosse degli studenti padovani nel Settecento

Sin dal 1406, la Repubblica di Venezia impose di fatto un sistema di protezionismo scolastico verso lUniversità di Padova. Nel 1407 vietò ai veneziani e ai sudditi del Veneto Dominio di conseguire titoli di laurea in altri atenei italiani, obbligando tutti a frequentare quello patavino.

Tito Livio, storico nativo di Patavium, diceva che «Lo Stato di gran lunga più saldo è quello nel quale i sudditi obbediscono con gioia» (Storia di Roma, VIII, 16). Un impero resiste se ci si sta bene e di questa massima la Serenissima ha saputo spesso fare tesoro; con ciò si spiega anche una parte dellatteggiamento di condiscendenza che Venezia tenne nei confronti degli studenti, ma nel Settecento il desiderio di mantenere la quiete giunse a spropositi imbarazzanti.

Per lUniversità di Padova il diciottesimo secolo è un periodo interessante sotto diversi aspetti, nel 1757 Jacopo Facciolati (1682-1769) pubblicò la sua opera storico-celebrativa Fasti Gymnasii Patavini, ma al di là della pompa delle glorie accademiche si avvertirono serie esigenze di riforma onde fornire le province di professionisti efficacemente preparati nel loro ambito del sapere, con proposte di mutamento radicale del quadro degli insegnamenti, queste spinte caddero però nel vuoto e la situazione si mantenne stazionaria. Ciò che insaporisce invece le cronache dellepoca sono le rivolte degli studenti, spesso originate da scontri con i nobili padovani, gli artigiani appartenenti alla milizia urbana e la polizia. I tumulti più fragorosi si registrarono soprattutto nel 1715, nel 1722, nel 1735 e nel 1737.

Un ricordo del più eclatante fatto giudiziario urbano del 1723 si può osservare ancora oggi in Piazza dei Signori a Padova, dove una targa recita: «Per il grave et atroce delitto commesso da diversi sbirri li 15 febbr.° 1722 contro alcuni scolari nell’interno di questa abitazione [attualmente adibita a negozio di abbigliamento] furono dalleccelso Consiglio dei X a 23 settembre 1723 tutti li sbirri rei al numero di 12 a misura delle loro diferenti rilevate colpe condannati respettivamente al patibolo della forca alla galera et alloscuro carcere a tempo et in vita con strettissime condizioni: il che resti a perpetua memoria e della pubblica giustizia e della pubblica costante protezione verso la prediletta insigne università dello studio di Padova». La zuffa era nata da una perquisizione delle forze dellordine, svolta in ottemperanza al decreto del 1720 che vietava agli universitari di girare armati, ne seguirono uno scambio di insulti e luccisione di tre giovani tra cui un aristocratico (il vicesindaco legista Giovanni Battista Cogolo di Vicenza). L’iscrizione fu posta a poca distanza dalla Chiesa di San Clemente e la collocazione assume un valore simbolico e ideologico importante anche per la leggenda secondo la quale l’edificazione del tempio si legherebbe alla fondazione di Venezia: gli abitanti di Dorsoduro e Rivoalto avrebbero finanziato la costruzione del luogo sacro in segno di riconoscenza per l’aiuto nell’edificazione della Chiesa di San Giacomo (la più antica di Venezia), consacrata (si dice) dal Vescovo di Padova, il Beato Severiano dei Dauli, il 25 marzo 421.

Riguardo alla sommossa del 1737 un famoso alunno patavino, Giacomo Casanova, testimonia che: «A quei tempi, gli studenti di Padova godevano grandi privilegi. Erano abusi divenuti legali col passare del tempo. Sta di fatto che, per mantenere vivi i loro privilegi, gli studenti commettevano spesso delitti. I colpevoli non venivano puniti con severità, perché si temeva che un eccessivo rigore potesse far diminuire laffluenza degli studenti che accorrevano a questa celebre università da tutta lEuropa».

Allora il capo degli studenti era conosciuto tra di essi come “il sindaco” ed era tenuto a consegnare alle autorità i giovani che violavano la legge, ma spesso ne prendeva le parti.

Gli studenti non sopportavano i controlli alle dogane e spesso ne erano esentati dalle guardie per timore, schiamazzavano sino a notte fonda, portavano con sé armi proibite e seducevano le ragazze. Casanova siscrisse alluniversità nel 1737 ed ebbe modo di assistere ad una rivolta vera e propria: «Accadde in quel periodo che uno sbirro entrasse in un caffè dove si trovavano due studenti. Uno dei due gli ingiunse di uscire, ma lo sbirro ignorò lingiunzione; lo studente allora gli tirò un colpo di pistola, ma lo mancò. Lo sbirro, più abile, rispose, ferì laggressore e fuggì. Subito gli studenti si riunirono al Bo, si divisero in squadre e cominciarono a rastrellare tutti i quartieri in cerca di sbirri, per massacrarli e vendicare così laffronto ricevuto; ma in uno scontro due studenti rimasero uccisi. Allora venne convocata una riunione plenaria e gli studenti giurarono di non deporre le armi fino a che non ci fossero stati più sbirri a Padova. Intervenne il governo e il sindaco [degli studenti] simpegnò a far deporre le armi, a patto che fosse data soddisfazione agli studenti perché gli sbirri avevano torto. Quello che aveva ferito lo studente nel caffè venne impiccato e la pace fu fatta; ma durante tutti gli otto giorni di tumulto la città fu pattugliata da gruppi di studenti. Siccome non volevo sembrare meno coraggioso degli altri, seguii la corrente […]. Armato di pistola e carabina, correvo per le strade insieme con i miei compagni alla ricerca del nemico, e ricordo che fui molto contrariato dal fatto che la squadra di cui facevo parte non incontrasse nemmeno uno sbirro».

In realtà losservazione di Casanova sull’affluenza degli studenti stranieri a Padova va chiarita e contestualizzata, nel 1591 più o meno la metà degli studenti era forestiera, mentre vent’anni più tardi la quota si era ridotta a poco più di un quarto del totale. In seguito la percentuale continuò ad abbassarsi, tanto che verso il 1797 (anno della caduta del governo aristocratico) luniversità, pur avendo guadagnato un più valido profilo disciplinare, aveva perso quasi del tutto il suo carattere internazionale: i diciannove ventesimi dei professori e degli studenti erano sudditi veneti, una tendenza “regionale” che, grossomodo, si conservò anche nella prima metà dellOttocento.

In ogni caso, lincrescioso episodio del ’37 e la crisi delle corporazioni studentesche convinsero il Senato Veneto a sciogliere queste organizzazioni, ad assegnare le cariche di sindaco e prorettore ai docenti e la distribuzione delle matricole ai rettori veneziani della città di Antenore. Questa scelta non placò del tutto gli animi, basti pensare che nel 1783 una banda di studentacci scacciò una pattuglia di polizia andando poi a disturbare le funzioni nella Basilica del Santo, e che lanno successivo un altro gruppo, stavolta fornito di strumenti musicali, riuscì a penetrare nella stessa chiesa malmenando alcuni fedeli, costringendo le donne a ballare ed eccedendo in altre profanazioni senza alcuna condanna per i colpevoli e risarcimento per le vittime.

Tuttavia si ridusse significativamente il numero degli scolari supposti, vale a dire le matricole abusive. I «falsi scolari» erano persone (o loro prestanome) iscritti nei registri col solo obiettivo di usufruire delle esenzioni daziarie concesse agli studenti. Si calcola che sino al 1738 questa categoria comprendesse circa un terzo degli immatricolati, ragion per cui viene consigliato di usare cautela quando si indagano i registri precedenti a quella data. Altri riassetti si ebbero nell’ultimo trentennio del Settecento; nel 1771 anche i padovani e i veneziani – precedentemente esentati dall’obbligo – furono costretti ad immatricolarsi, ma si rimase ben lontani dal raggiungimento di un rigore nella documentazione paragonabile a quello a noi familiare. Ricostruendo la biografia del polemista antinapoleonico bresciano Vittorio Barzoni (1767-1843), laureatosi a Padova, chi scrive ha potuto costatare come sino alla caduta della Repubblica Veneta le uniche informazioni relative al percorso degli studenti siano ridotte a poche note inerenti lesame di laurea.

Nel 1793 la Gazzetta di Strasburgo pubblicò un articolo inventato in cui si narrava che gli studenti avevano messo in difficoltà le autorità venete a Padova e organizzato una rivoluzione con tanto di innalzamento dell’albero della libertà, salvo poi essere arrestati in massa e deportati in tetre segrete, ma si trattava di una fantasia priva di qualsiasi fondamento. Gli studenti non ebbero alcuna parte nell’ingresso delle truppe napoleoniche a Padova il 28 aprile 1797 e, sino al 1848, i frequentatori dellateneo non si distinsero per i propositi politici e ideali, restando fedeli alla loro immagine peggiore: quella di rissosi provocatori, ostili alla cittadinanza (che li tollerava perché fonte di guadagno) e dediti all’assunzione smodata di alcol.

 
 
 
 
Autore articolo e foto: Riccardo Pasqualin, insegnante di materie umanistiche, si dedica allo studio della Storia Veneta e del legittimismo. Tra i suoi testi si può ricordare “Il paesaggio rurale storico nel Comune di Candiana” (2020).

Bibliografia: AA.VV., Larte di verificare le date dallanno MDCCLXX sino a giorni nostri, Tomo IV, Gattei, Venezia 1841; AA.VV., LUniversità di Padova. Otto secoli di storia, a cura di Piero Del Negro, Signum, Padova 2001; AA.VV., I Collegi per studenti dellUniversità di Padova, a cura di Piero Del Negro, Signum, Padova 2003; Casanova Giacomo, Memorie scritte da lui medesimo, Garzanti, Milano 2010; DellArchivio Antico dello Studio di Padova. Informazione, Tipi del Seminario, Padova 1842; Dotto De Dauli Pietro, Memorie dellantichissima famiglia Dotto De Dauli, Salviucci e Figlio, Roma 1818; Gallimberti Nino, Il volto di Padova, Stediv-Aquila, Padova 1968; Pasqualin Riccardo, Il Leone di Lonato Saggi su Vittorio Barzoni (1767-1843), seconda edizione, Il Torchio, Padova 2021; Id., La rivoluzione padovana del 1797 raccontata da Giuseppe Gennari, in «Storia Veneta», n. 60, anno XII, febbraio 2021, pp. 25-35; Tivaroni Carlo, Storia Critica del Risorgimento Italiano: LItalia prima della rivoluzione francese, L. Roux e c., Torino-Napoli 1888.

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