Ludovico M. Nesbitt. Storia di un esploratore dimenticato

La letteratura odeporica e la storia esplorativa italiana sono piene di personaggi che oggi sono pressoché dimenticati. Il silenzio e il tempo stendono, giorno dopo giorno, una patina di oblio su queste figure, che oggi cerco di riportare alla luce, sia per passione che per senso del dovere verso la nostra storia. Sì, la storia. Negli ultimi decenni, la storia sembra esaurita nelle sagre della vanità. Dobbiamo ancora occuparci del passato perché, facendolo, ci prendiamo cura di noi stessi. Abbandoniamo l’idea che il passato possa assurgere da modello, ma ricordiamo sempre che il senso ultimo della storia è fare autobiografia del genere umano. Dicevamo, molti esploratori italiani sono caduti nel dimenticatoio. Tutti parlano degli esploratori inglesi e francesi, che operavano avendo alle spalle la Royal Geographical Society e la Società Geografica Francese, la più antica al mondo. I nostri esploratori spesso, dall’Ottocento in poi, si mossero individualmente, con scarsi mezzi e tra grandi difficoltà in ambienti spesso ostili e tra mille pericoli. La lista sarebbe lunga. Oggi voglio ricordare Ludovico M. Nesbitt, un personaggio che oltre ad essere stato un grande esploratore fu anche un eccellente scrittore odeporico.

Il 20 luglio 1935 un trimotore olandese si schiantò sulle Alpi. Tra i viaggiatori periti nel disastro aereo vi era proprio Nesbitt, che di anni ne aveva solo quarantaquattro. Stava tornando in Italia da Londra, dove si era recato per preparare un nuovo viaggio africano, dopo la sua mitica esplorazione della Dancalia (1928), nel corso della quale ritrovò le spoglie mortali di Gustavo Bianchi. L’ultima sua lettera fu inviata a Carlo Zaghi, grande storico dell’esplorazione italiana nel mondo, e parlava dell’imminente pubblicazione dell’edizione italiana del suo viaggio tra i llanos dell’Orenoco, che verrà edita solo nel 1938 dall’ISPI.

Alto, vestito con elegante trascuratezza, allegro e sorridente, Nesbitt sembrava un pacifico borghese ma in realtà era un’anima ribelle e irrequieta, che aborriva la vita quotidiana. Nesbitt ebbe una nonna materna che, andata in sposa giovanissima a un colonnello dell’esercito britannico di stanza nel Bengala, fece per quattro volte via mare il viaggio dal Tamigi al Gange, naufragando due volte al Capo delle Tempeste e sulle coste del Natal, mentre il padre si guadagnò una medaglia d’oro durante il terremoto di Casamicciola, prestò assistenza ai colerosi di Napoli e, raggiunti gli ottant’anni, chiese addirittura di combattere come volontario nella guerra d’Etiopia del 1935.

Inglese di nascita, Nesbitt divenne italiano per adozione. Scriveva sia in italiano che in inglese. Laureatosi in ingegneria mineraria e vinto il concorso al Post Graduate Course, indetto ogni anno dall’Associazione delle Miniere e Metallurgia di Londra, nel 1912 sbarcò nel Transvaal sudafricano come addetto alle miniere d’oro di Johannesburg. Il fascino del Sudafrica ossessionava in quegli anni le menti di molti avventurieri in cerca di fortuna, e le paghe allettanti attiravano in quell’inferno minerario migliaia di uomini da tutte le parti del mondo.

In quei pozzi profondi più di duemila metri nessuno poteva lavorare più di otto anni, se voleva evitare la morte per silicosi polmonare a causa della micidiale polvere di quarzo che, giorno per giorno, lacerava i polmoni dei minatori. Da questa durissima esperienza, Nesbitt trasse il libro Gold fever (Introduction by William Plomer, New York, Harcourt-Brace, 1936). Accanto ai minatori che si suicidano volontariamente, Nesbitt descrive la folla anonima degli irregolari, degli spacciatori di bevande alcoliche, dei ladri d’oro e di diamanti perseguitati dalla polizia. «Pare di essere in un altro mondo», scrive Nesbitt in lingua inglese, descrivendo quell’umanità sofferente e ribelle, alla ricerca della libertà in quel mondo nero, tetro, segnato dalla malattia, dalla sofferenza e dall’infortunio.

Uscito dall’inferno sudafricano, Nesbitt combatte per la patria, Poi riprende le strade del mondo, e fa mille mestieri. Dirige miniere in Sardegna, inventa lampade elettriche in Toscana, fa l’ingegnere minerario a Cuba, dirige ferrovie a New York, e va alla ricerca di petrolio tra i llanos dell’Orenoco, in Venezuela, in regioni infestate dalle malattie. Siamo arrivati nel 1927, e da questa esperienza nascerà il citato Orenoco, pubblicato dapprima in edizioni inglese e americana e poi in edizione italiana post-mortem.

Ma è nel 1928 che Nesbitt compie l’impresa più importante della sua breve vita esplorando, insieme ai suoi compagni di viaggio Tullio Pastori e Giuseppe Rosina, la depressione dancala da sud a nord. La Dancalia era una terra fino ad allora in gran parte inesplorata e mai attraversata interamente da un europeo. Altri esploratori prima di lui ci avevano provato, tra cui Gustavo Bianchi e Giuseppe Maria Giulietti ma nessuno ne uscì vivo. Anche in quell’occasione, Nesbitt scrisse un libro, La Dancalia Esplorata, edito per la prima volta nel 1930.

L’esplorazione della Dancalia fu un’esclusiva dei viaggiatori italiani nel XIX e XX secolo, e prese vigore durante l’epoca fascista. Il paradosso è che attorno a quest’area immensa (50mila km quadrati, di cui 10mila al di sotto del livello del mare), a questa terra estrema e brulla, arida, desolata e priva di ricchezze minerarie, si indirizzarono svariati esploratori italiani, spesso in conflitto tra loro: alcuni di loro inoltre perirono tragicamente. Dietro le romantiche finalità “dichiarate” dell’esplorazione geografica e scientifica spesso si nascondevano interessi commerciali, politici e di penetrazione economica. Tutto nacque con l’occupazione di Assab da parte di Rubattino nel 1869, l’anno di apertura del Canale di Suez, e tutto terminò con la fine dell’impero coloniale.

La realtà allucinante del deserto della Dancalia attrasse anche il grande poeta francese Arthur Rimbaud. Poco più che ventenne, rinnegò il suo passato letterario e si cimentò in una nuova temeraria avventura di vita in terra d’Africa, rifugiandosi ad Harar, l’antica enclave yemenita in terra etiopica, che si concluse drammaticamente undici anni dopo, a soli trentasette anni di età. Rimbaud non fu mai scrittore di viaggi, anche se la sua vita, disperata ed eccitata, fu un unico e folle viaggio. In Africa egli affogherà undici anni della sua vita: “l’aria marina mi brucerà i polmoni, i climi sperduti mi abbronzeranno. Tornerò con membra di ferro, la pelle scura, l’occhio furioso” diceva.

Chi visita la Dancalia mette a dura prova il suo equilibrio psico-fisico e lo fa soprattutto per cambiare il suo punto di vista sul mondo. La Dancalia sa schiudere la sua straordinaria umanità a chi, superando gli stereotipi, sa stare a fianco della diversità, con volti (quelli dei mitici nomadi Afar) e scenari che vanno scoperti oggi prima che il turismo di massa, le nuove strade dei Cinesi e le multinazionali minerarie stravolgano per sempre la bellezza desolata e selvaggia di queste terre estreme.

Nel 1919 la Società Mineraria Africa orientale italiana (MIAFORIT) aveva affidato alla direzione dell’ingegnere Odoardo Cavagnari e di Paolo Vinassa de Regny una prima spedizione in Dancalia: lo scopo era riconoscere l’eventuale esistenza di presunte ricchezze minerarie nell’ignota e infernale regione dancala. Ricchezze su cui si favoleggiava da anni e su cui si continuava a favoleggiare. A dire il vero, le ricerche minerarie italiane in terra eritrea erano iniziate già nell’aprile del 1897, quando fu rinvenuto un blocco di quarzo con una notevole quantità d’oro nei pressi di Asmara.

Sulle ricchezze minerarie del Corno d’Africa iniziarono a raccontare addirittura i missionari portoghesi nel XVII secolo, seguendo le leggende delle mitiche miniere d’oro della Regina di Saba. Voci sull’oro dell’Eritrea e dell’Etiopia erano state raccolte anche da Sapeto. La Società eritrea per le miniere d’oro fallirà nel 1914 ma i privati continuarono a svolgere attività minerarie fino al 1930.

I risultati della spedizione del Cavagnari e Vinassa de Regny condotte nel 1920 furono inequivocabili: oltre al cloruro di potassio, sodio e magnesio delle sorgenti di Dallol, sfruttate già durante la Grande Guerra, e al sale in Dancalia non c’erano altri minerali né petrolio. Nonostante i risultati completamente negativi di tale esplorazione (che fu comunque la prima a ritornare dalla Dancalia senza vedere la morte dei suoi componenti), Vinassa de Regny descrisse nel suo libro (Dancalia, pubblicato nel 1923 e ripubblicato nel 1938) le Alpi Dancale, le immense distese salate, il lago Afrera (dedicato a Giulietti) e le attività vulcaniche della catena dell’Erta Ale. Vinassa de Regny entrò anche in polemica diretta con Raimondo Franchetti, che nel 1929 organizzò una sua spedizione in grande stile finanziandola di tasca propria con un milione di lire dell’epoca.

La contesa per il primato (tutto italiano) dell’esplorazione della Dancalia ebbe tuttavia un altro protagonista, e cioè proprio Ludovico M. Nesbitt, che nel 1928 condusse un’esplorazione in quest’area, sfruttando le conoscenze dell’esperto minerario Tullio Pastori e che lo portarono alla pubblicazione nel maggio-luglio del 1930 del libro La Dancalia esplorata per i tipi della Bemporad (cui seguirono due successive edizioni nel 1935 e nel 1936).

Inizialmente, Nesbitt era stato invitato da Alberto Prasso nel Uollega (Etiopia occidentale), dove c’erano miniere di platino, ma la combinazione con Prasso non funzionò. Così Nesbitt, anziché rassegnarsi a un lungo riposo forzato nel Corno d’Africa, all’insaputa dei governi inglese ed etiopico, che l’avrebbero sicuramente ‘dissuaso’, decise di intraprendere un’impresa folle: la traversata da sud a nord del Grande Triangolo Dancalo, la più inumana regione del globo, e per di più con una spedizione leggerissima. I precedenti non erano proprio edificanti: nel 1881 la spedizione Giulietti era stata massacrata a Beilul, e nel 1884 fu la volta per Gustavo Bianchi, che aveva ritentato l’impresa di Giulietti nel tentativo disperato di dare qualche valore economico ad Assab, collegando questo remoto avamposto marino allo Scioà.

L’esigua ma agguerrita spedizione di Nesbitt “bruciò” sui tempi quella ben più organizzata di Raimondo Franchetti. Nesbitt partì nel marzo del 1928 con venticinque dromedari da Awash seguendo le sponde del fiume, e per 114 giorni da Sud verso Nord marciò per 1300 chilometri (perlopiù a piedi per non affaticare gli animali da soma, che furono comunque decimati) percorrendo per primo la Dancalia per tutta la sua lunghezza fino alle miniere di Dallol, insieme a Tullio Pastori e Giuseppe Rosina (senza tuttavia degnare di uno sguardo le terrificanti bocche eruttive dell’Erta Ale).

Il cammino fu penosissimo: i tre dovettero attraversare colate di lava e asperità rocciose in uno dei climi più torridi del pianeta. Famoso l’episodio in cui Nesbitt uccise una grande femmina di coccodrillo, che minacciava un villaggio dancalo; essa, nell’agonia, gettò sulla spiaggia dell’Awash una nidiata di piccoli. Nesbitt ne afferrò uno, lo mise in una latta e lo alimentò con rospi e altri animali. Il piccolo coccodrillo divenne la mascotte della sua carovana e, giunto in Italia, si ritrovò suo malgrado nelle acque dello zoo di Roma.

Quella di Nesbitt in Dancalia fu davvero una grandissima avventura, forse una delle più ardite che un esploratore italiano effettuò mai in terra d’Africa, paragonabile alle imprese folli e disperate del capitano Vittorio Bottego alla ricerca delle fonti del Giuba e dell’Omo (e che finirono anch’esse in tragedia). E dove un uomo, quasi in solitaria, affrontò con poveri mezzi e scarse risorse una natura che riserva temperature fino a 76 gradi centigradi, camminando per centinaia di chilometri in un paesaggio lunare, e bevendo acqua stagnante e inquinata per tacitare i morsi tremendi della sete. Nesbitt inoltre identificò inoltre il luogo esatto dove avvenne l’eccidio della spedizione di Gustavo Bianchi, identificandolo nella Pozza di Tio, nel Sultanato del Birù (Dancalia Superiore).

All’epoca del viaggio di Nesbitt non si sapeva ancora quasi nulla della Dancalia. Cavagnari e Vinassa de Regny avevano effettuato nel 1920 solo alcune rapide escursioni nell’immediato retroterra di Assab e nei dintorni della Piana del Sale. Nesbitt, con Pastori e Rosina, affrontò invece il Gran Rettangolo Dancalo partendo il 13 marzo 1928 da Sud (9° parallelo) per arrivare alla citata Piana del Sale (15° parallelo). Sempre Nesbitt effettuò il rilievo geografico di un’area di 52mila chilometri quadrati riportando notizie, dettagli e fotografie affascinanti. Famosa una sua fotografica che lo vede ritratto mentre una donna Afar che tenta di sfilargli dal dito un anello.

Lo scontro tra Nesbitt e Franchetti era inevitabile e fu molto più acceso e lungo di quello tra Franchetti e Vinassa de Regny: in fondo erano tipi molto simili e i loro diari di viaggio uscirono quasi simultaneamente nel corso del 1930, cosicché i loro contrasti proseguirono fino alla morte dei due avvenuta a pochi giorni di distanza nell’estate del 1935. Per uno strano scherzo del destino, morirono entrambi a seguito di incidenti d’aereo.

Nesbitt fu il primo a cadere: come già riferito, il 20 luglio 1935 prese un volo Milano-Amsterdam ma il trimotore olandese non riuscì a varcare le Alpi, e si schiantò contro le pendici del Bernina.

Franchetti perì invece l’8 agosto 1935, cadendo da un aereo militare a pochi chilometri dal Cairo pochi minuti dopo il decollo, mentre tornava in volo verso Asmara: le dinamiche di questo incidente non vennero mai chiarite, come quelle che condussero alla morte di Italo Balbo.

Franchetti era agli ordini di Vittorio Ruggero nella fornace di Beilul, una desolata località della costa eritrea vicina ad Assab, e mal sopportava il ruolo di gregario. Ruggero, che da addetto militare di Addis Abeba divenne il dirigente dell’Ufficio politico presso il Comando superiore militare di Asmara, detestava Franchetti e lo riteneva un megalomane pericoloso. Alla fine del luglio 1935 Franchetti, stanco delle angherie di Ruggero, decise così di far ritorno in Italia per incontrare Mussolini: raggiante per aver potuto confidarsi col duce chiese di ritornare a Beilul con l’aereo personale di De Bono, un trimotore militare S.81 che, per cause imprecisate, esplose in volo subito dopo il decollo.

De Bono invierà un ampolloso e formale telegramma di condoglianze alla vedova di Franchetti, che in una foto d’epoca vediamo assistere alla frettolosa sepoltura del marito ad Assab. Fa troppo caldo e c’è troppo da fare: da lì a poche settimane l’Italia fascista avrebbe avviato la sua guerra contro l’Etiopia varcando il Mareb. Oggi le spoglie di Franchetti riposano nel cimitero italiano di Massaua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Alessandro Pellegatta

Fonte foto: dalla rete

Alessandro Pellegatta è uno scrittore appassionato di letteratura di viaggio, storia coloniale e dell’esplorazione. Tra le sue ultime pubblicazioni storiche ricordiamo Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa (Besa editrice, 2019), Il Mar Rosso e Massaua (Historica, 2019) e Patria, colonie e affari (Luglio editore, 2020). Di recente ha pubblicato un volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana intitolato Esploratori lombardi.

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