Petronio nella finzione letteraria di Quo vadis?

Un esempio celebre del fascino esercitato da Gaio Petronio Arbitro (27-66), come scrittore e personaggio storico, si ha nel romanzo Quo vadis? (1896), l’opera più nota di Henryk Sienkiewicz (1846-1916), il più conosciuto tra gli scrittori polacchi. Il libro compone un affascinante mosaico di gusto decadente formato dalle tante tessere diverse che costituivano la società della Roma neroniana. Tra intrighi di corte, il vizio ovunque diffuso e quei capricci dell’imperatore destinati a raggiungere il culmine con l’incendio di Roma, si compie la grande persecuzione contro i cristiani, che consideravano il monarca degenerato “un pugno di polvere dinanzi a Dio”.

Ma caliamoci ancor più nel romanzo, ricercandone i modelli.

In questa variegata comunità che è la capitale dell’Impero, si è smarrita la religiosità tradizionale e i parassiti sono ampiamente rappresentati tra i sacerdoti dei riti misterici: sono diffusi il culto di Serapide, di Cibele e di Iside, la cui ara riceve ormai più offerte di quella di Giove Capitolino.

È questa la cornice putrescente che racchiude il fulcro della trama: l’amore tormentato tra il nobile romano Marco Vinicio e una giovane principessa barbara, convertitasi al Cristianesimo.

Petronio, l’elegantiae arbiter, è indubbiamente il personaggio più affascinante della storia, un fine intellettuale capace di serbare nei suoi stravizi «una certa misura estetica». Per “riportarlo in vita”, Sienkiewicz si è rifatto principalmente a tre fonti: innanzitutto l’atmosfera che traspare dall’unica opera petroniana giunta sino a noi, il Satyricon (risalente circa al 60 d.C.), ma soprattutto gli Annali di Publio Cornelio Tacito e infine Plinio il Vecchio.

Secondo l’autore degli Annales, Petronio «trascorreva le giornate dormendo, le notti, invece, [le] dedicava alle opere ed ai piaceri, in modo che quella rinomanza che altri acquistavano con l’attività egli l’acquistava con l’ozio indolente. Non era giudicato né un crapulone né un dissipatore, come i più che profondano i propri averi, ma era ritenuto uomo di vita raffinata, gaudente. Le sue parole e i suoi atti quanto più erano liberi e mostravano una tal quale disinvolta indifferenza, con tanta maggior simpatia erano accolti, come espressioni di schietta semplicità. Ciò nonostante, come proconsole in Bitinia e più tardi console, apparve pieno d’energia ed in tutto all’altezza del suo compito».

Nella scena della morte dello scrittore, Quo vadis? segue ancora il racconto tacitiano, ma lo integra in parte con il resoconto di Plinio, il quale afferma che «Il console T. Petronio, in punto di morte, nel suo odio contro Nerone, spezzò una tazza di murra che gli era costata 300.000 sesterzi, per evitare che la ereditasse la mensa dell’imperatore» (Hist. Nat. 37, 2, 20).

A questi ritratti, però, si aggiungono elementi romanzeschi e invenzioni del narratore. Il Petronio delle fonti classiche non pare affrontare la morte cercando di guadagnarsi fama di coraggioso, ma solo conversando piacevolmente con servitori e amici – che in Quo vadis? sono l’«eletta schiera» che preferisce «ad un grande esercito». Vuole spegnersi ascoltando versi e canti disimpegnati. Il romanziere non stravolge questa caratterizzazione, ma tende ad esagerarla: «[Petronio] sapeva già che sarebbe toccato a lui soccombere, e capiva anche il perché. A Cesare, che scendeva sempre più in basso nella sua parte di istrione, di buffone, di auriga, come pure nelle sue malsane, putride, grossolane dissolutezze, l’elegante arbiter era diventato null’altro che un peso. Anche quando Petronio se ne stava in silenzio, in quel silenzio Nerone leggeva il biasimo; se poi l’arbiter lodava, nella lode vedeva il ridicolo. Il brillante patrizio infastidiva l’amor proprio di Cesare, ne destava l’invidia». L’autore polacco attribuisce al giudice di raffinatezza un materialismo disilluso e distaccato dai beni terreni: filosofico, morale, ma non moralistico. Il suicidio di Petronio, che spira dissanguato dopo aver assaporato gli ultimi piaceri della sua vita, è una pagina magistrale della letteratura europea: «[il patrizio] fece un cenno al [suo] medico greco, e stese il braccio. Il seguace di Esculapio in un batter d’occhio gli aprì la vena alla piegatura del braccio. Il sangue sprizzò sul cuscino e coprì Eunica, la quale sostenendo il capo di Petronio, si curvò su di lui e gli disse: “Credevi forse ch’io t’avrei lasciato? Anche se gli dèi mi dessero l’immortalità, e Cesare la signoria della terra, pure ti seguirei.” Petronio sorrise, si alzò un poco, sfiorò con le sue le labbra di lei, e disse: “Vieni pure con me”».

Eunica, la liberta greca amante dell’esteta, non è presente nel racconto di Tacito, poiché non è una figura storica, bensì un’invenzione letteraria la cui vicenda crea tuttavia un effetto struggente nel lettore sensibile. Altrettanto commovente è la conclusione dell’episodio, che merita di essere trascritta per intero: «Alla fine del canto, Petronio diede ordine che fosse servito dell’altro vino e delle altre vivande; conversò con gli ospiti, che gli sedevano vicini, di cose leggere, ma piacevoli, come si usa nei banchetti. Poi chiamò il greco a fasciargli per un momento la ferita, dicendo che aveva una gran voglia di dormire, e desiderava darsi in braccio a Hypnos prima che Thanatos lo mettesse a dormire per sempre.

Infatti, si addormentò. Quando si destò, il capo d’Eunica gli riposava sul petto, simile a un fiore bianco. Egli lo adagiò sul guanciale per mirarlo ancora una volta. Dopo di che, a un suo cenno, gli furono di nuovo aperte le vene. A un secondo segnale, fu ripreso il canto d’Anacreonte, e le cetre accompagnavano le voci così bene che non se ne perdeva una parola. Petronio si faceva intanto sempre più pallido, e quando cessò l’ultima nota, si volse agli ospiti dicendo: “Amici, confessate che con noi perisce…”

Non ebbe la forza di finire, il suo braccio cinse con un ultimo moto Eunica, il capo si rovesciò sul guanciale e spirò. Gli ospiti, guardando quelle due bianche figure, simili a due statue meravigliose, capirono il senso delle ultime parole di Petronio: con loro era perito tutto ciò che possedeva ancora il loro mondo in quel tempo: poesia e bellezza».

 

 

 

 

Autore articolo: Riccardo Pasqualin, insegnante, si dedica allo studio della Storia Veneta. Prossimamente sarà pubblicato il suo nuovo libro “Il paesaggio rurale storico nel Comune di Candiana”.

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: L. Bessone, R. Scuderi, A. Baldini, Manuale di Storia Romana, quinta edizione, 2011; Petronio, Satyricon, ediz. a cura di Andrea Agosti, 2011; Sienkiewicz, Quo vadis?, Traduzione di Tito Zucconi, 2014; Tacito, Annali, traduzione di Bianca Ceva, 2011

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