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Alfonso d’Aragona e l’assedio di Napoli

Alfonso d’Aragona e l’assedio di Napoli descritto da Domenico Lalli in “Le vite de’ Re di Napoli”.

 

Or dunque parendo ad Alfonso che la fortuna militasse per esso; nella fine di Marzo si voltà all’assedio di Napoli con certa speranza di prenderla; prima che il soccorso Sforzesco fosse in ordine, e spostosi a campo vecchio; (Così detto allora quel luogo, che poi ridotto dentro la Città è stato chiamato Casa nova) vedendo la Città indebolita, mandò parte delle sue genti alla Torre del Greco, ed a Pozzuoli (che se gli resero senza difficoltà,) e non potendo proibire gli viveri ch’ogni dì venivano agli assediati da Vico, Sorrento, e Massa; mandò tredici Galere, con altri legni ad espugnar quelle terre, le quali subito se gli resero. Poi per tener più ristretta Napoli passò egli con parte dell’esercito ad Ischia, da dove non solo teneva stretta la Città ma infestava il Castello nuovo, e quello dell’Ovo. Erano in Napoli 800 Balestrieri, che condusse di Genova Arano Cibò, con alcuni veterani francesi, e buon numero di giovani Napolitani nobili, e del popolo, i quali mirabilmente si opravano, e con la speranza che teneva Renato al soccorso del Conte Francesco, gli pareva di non temere d’Alfonso. Frattanto essendosi fatte molte battaglie tra l’uno campo, e l’altro, e non essendo sortito ancora ad Alfonso cosa a suo modo, ne sperando di prendere la Città se non per fame, o per tradimento; la fortuna gli aperse una strada da lui mai non pensata per la vittoria; perciocchè un certo muratore, che aveva tenuto cura degli aquidotti, onde veniva l’acqua in Napoli, il cui nome era Aniello Ferraro, per la gran fame ch’era nella Città, andò a trovare Alfonso, e dimandadogli guiderdone d’un secreto che veniva a palesargli, per lo quale con picciol danno de’ suoi avrebbe preso la Città, offerendosi egli essere il primo a porsi all’impresa, ed avendogli il Re promesso più di quello che lui poteva sperare, egli gli disse essere un Pozzo fuori della Città, per il quale si poteva entrare per l’acquedotto che veniva ad uscire alla casa d’un Sartore dentro la Città, appresso la porta di S. Sofia, dove averebbe potuto entrar qualche numero di fedeli soldati, i quali uscendo in quella casa, potevano ammazare le Guardie della porta; onde l’esercito che stava a campo vecchio avrebbe potuto facilmente entrare nella Città. Piacciuto al Re il consiglio, e raccordatosi che a tempo di Belisario Capitano di Giustiniano pure per l’acquedotto fu preso Napoli, ordinò che fussero preparate tutte le cose opportune. Per tale effetto facendo scelta di 200 buoni soldati, tra quali furono molti banditi Napoletani, pratichi de’ luoghi della Città; e senza a loro manifestar la cagione, ordinò si ponessero in punto per eseguire un’impresa. E fu la mezza notte alli 2. di Giugno furono chiamati, e solamente a Diomede Carafa, ed a matteo di Gennaro Capitani fu scoperto il trattato; e detto che si dovessero portare con valore in quella occasione, la quale era per recar loro molto di utile, ed onore; ed acciò potesse saper essi il tempo che fossero usciti dall’acquedotto, per avere il Re a dare l’assalto, impose che per li medesimi ch’entravano nell’acquedotto glie lo facessero intendere; con ordine che i primi lo dicessero a’ secondi, e quelli agli altri che si trovavano a dietro fino all’ultimo. Avuti cotali avvertimenti si partirono tutti armati di balestre o di Chiavarine, o pure Tirsi (armature che an ostri tempi Partiggiane son dett.) seguendo il Muratore, ed un suo fratello, e calati giù nel Pozzo con lumi accesi, entrarono nell’acquedotto, donde pervennero al Pozzo che aveva l’uscita alla casa di Zitello satore, che stava dentro la Città, montato su per li buchi Aniello, con il fratello entrarono nella Casa e vistala sicura, e senza insidie de’ nemici, tirarono le scale con el corde che seco avevano portate, per le quali li Soldati salirono, al cui strepito la moglie del Padrone di casa, alzatasi, e visto i lumi, ed i nemici, cominciò ad alzar la voce, e gli avrebbe scoperti, se subito non fuss stata con minaccie forzata a star cheta; la figliuolo ch’era già grande non restava a pregar la madre a tacere per pericolo della loro morte.
Placata la Donna gli furono promessi gran mej acciò perseverasse in tacere, e benchè occorresse alcun sinistro per esserne già stati scoperti, li Capitani conoscendo non esser più tempo di ritornare indietro, si restrinsero insieme, risoluti di onoratamente morire, o vincere; ed usciti impetuosamente fuor della casa, presero il muro con una Torre ivi appresso, uccidendo la guardia che vi era, del che avvisato Renato venne con buona sequela contro a’ nemici, facendosi tra l’una, e l’altra parte sanguinosa battaglia. Frattanto Alfonso che stava su l’avviso per porger coraggio ai suoi, fece subito appoggiar le scale nelle mura, ma i soldati della Città difendendo quella parte proibivano con grossi sassi l’acendere de’ Soldati, e con BAlestre percotevano coloro che nella Torre erano entrati.
Nel mentre si attendeva alla pugna, Alfonso cavalcando d’intorno le civine mura vide sopra quella banda che si combatteva, un luogo alla piegatura della muraglia, abbandonato, le cui guardie erano corse al romore del vicino tumulto, onde fattovi appoggiare le scale, e salitivi sopra li soldati all’improvviso, con grandissimi gridi diero alle spalle de’ nemici. Renato di ciò atterito, pur con animo grande esortava i suoi a combattere, non mancando egli ancora di oprare con molto valore; ma come vidde li soldati in spavento per la moltitudine de’ nemici, e che tuttavia andavano crescendo, cominciò a ritirarsi. Alfosno in questo avendo comandato si andasse alla porta di San Gennaro, come luogo più remoto, tosto vi andaro, e postovi le scale salirono, e messo a terra la porta entrò l’esercito; di che fatto certo Renato non sappiendo qual parte dovesse soccorrere, ne dove rivolgersi, perduta ogni speranza, si fe la via con la spada, ritirandosi nel Castello nuovo, e benchè i Soldati Aragonesi avessero cominciato a saccheggiar la Città, Alfonso con gran clemenza cavalcà con molti Cavalieri, e Capitani, vietando a pena della vita che non si facesse violenza, ne ingiuria a’ Cittadini, intanto il Sacco che durato era quattro ore non passò più innanzi, ne si sentì altra perdita, salvo che di quelle robe che i Soldati potero nascondere ,perchè tutte l’altre furono restituite. Renato permise che GIovanni Cossa Castellano di Capuana rendesse il Castello per cavarne salva la moglie, ed i figli.
Il dì seguente giunsero in Napoli due navi di Genovesi, cariche di vettovaglia; Renato ne fece scaricare una nel Castello nuovo, dove lasciando Castellano Antonio Calvo Genovese, s’imbarcò su la nave vuota, menando seco Ottino Caracciolo, Giorgio della Magna, e Giovanni Costa, e fatto vela si partì con la nave carica, mirando sempre Napoli, sospirando, e maledicendo la sua disaventurata sorte, con prospero vento giunse a Porto Pisano, e da col in FIrenze, dove ritrovò il Papa, che fuora di tempo gli fe l’investitura del regno, confortandolo che si sarebbe fattan uova lega, per farglielo ricuperare; ma non vedendo altro che parole, per la meglio nella Francia fece ritorno…

 

 

Immagine di copertina tratta dal “Le Vite dei re di Napoli” di Scipione Mazzella

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