Gioacchino Murat sul trono di Napoli, storia di un grande equivoco tra il re soldato e l’imperatore

Per molto tempo l’analisi dell’esperienza murattiana sul trono di Napoli ha patito l’aspro giudizio espresso in merito da Napoleone, così come venne registrato nel Memoriale di Sant’Elena. Confinato su quello scoglio nell’Atlantico, Bonaparte riassumeva la vita di Gioacchino Murat con quella che appariva una vera e propria sentenza: un ottimo combattente e un pessimo statista che nel momento del bisogno preferì seguire la propria vanagloria piuttosto che la fedeltà dovuta all’imperatore.

L’esperienza politica murattiana, caratterizzata da un ambizioso programma di riforme che doveva trasformare in profondità la società meridionale, nel nuovo volume della collana Historia Regni pubblicato dalla D’Amico editore, viene rappresentata però attraverso una doppia lente: da un lato quella personale, incentrata sulla relazione tra l’esuberante Gioacchino e suo cognato Napoleone, e dall’altra quella politica fondata sul rapporto tra il Regno di Napoli e la Francia imperiale. Si articola in questo modo la storia di quel grande equivoco, richiamato nel titolo, basato sulla natura della regalità murattiana che già Galasso aveva efficacemente riassunto con la formula del “roi d’Empire”, e dunque sullo status del regno nel quadro della concezione stessa di impero napoleonico.

La missione modernizzatrice dell’impero che aveva sollecitato le forze progressiste dei paesi europei attraversati dalle truppe francesi a scalzare le decrepite dinastie d’ancien regime, per sostituirle con più efficienti amministrazioni civili strutturate sul diritto napoleonico, strideva però miseramente con lo stato di vessazione che spesso l’esercito francese era costretto ad imporre per il mantenimento delle proprie truppe sui territori conquistati, ma anche con la politica di Parigi che mirava sempre più al controllo diretto del sistema commerciale europeo per sostenere il blocco continentale, tarpando di fatto le ali a quella stessa borghesia nazionale che contemporaneamente blandiva. Il sentimento patriottico che, sulla base dei principi della Rivoluzione, attraversò come una scarica elettrica pressoché tutti gli Stati della Penisola con l’avvento di Napoleone, e che in alcune avanguardie assunse anche toni unitari, veniva frustrato proprio dalla politica dell’imperatore che tendeva a privilegiare gli interessi di un impero in costante stato di guerra.

L’autore individua varie fasi nella maturazione di Murat a re di Napoli, a cominciare dai primi atti politici e militari compiuti già all’indomani del suo insediamento, ed in particolare l’attacco a Capri e la tentata invasione della Sicilia, che chiariscono subito la volontà del nuovo sovrano di accreditarsi, non solo agli occhi di Napoleone ma anche dei propri sudditi, come protagonista attivo nell’agone politico della Penisola.

Questo testo cerca di sfatare quella attribuzione negativa di inettitudine, veicolata dalla storiografia francese classica, rappresentando Murat a capo di un ambizioso (forse troppo) tentativo di emancipazione nazionale di quel popolo napoletano che per troppo tempo aveva viste frenate le aspirazioni di ammodernamento del sistema politico ed amministrativo che pure erano presenti sin dai tempi dei grandi riformatori illuministi meridionali della seconda metà del XVIII secolo. La scelta di Gioacchino di favorire l’insediamento nei gangli dell’amministrazione, fino ai massimi livelli, di una classe dirigente prevalentemente napoletana, a scapito dei funzionari francesi inviati da Parigi, lasciava infatti intendere il tentativo di creare qualcosa di solido e duraturo capace di emancipare lo Stato napoletano rendendolo autonomo pur nel contesto dell’impero napoleonico. E dunque l’ambizione personale di quel re non si stava sposando forse con le aspirazioni di una nuova classe politica moderna che avrebbe potuto rigenerare con il sud anche il resto della penisola?

Murat abbandonò il fronte francese solo per conservare il proprio trono, o non lo fece piuttosto anche per rispondere alle istanze che gli erano pervenute da ogni parte di quel sistema napoletano (e non solo napoletano), alla febbrile ricerca di autonomia dall’asfissiante legame con la Francia?

Nessuno degli interrogativi posti, per quanto possano apparire retorici, ha una risposta semplice, anche perché le stesse elite napoletane che da un lato chiedevano al re uno scarto autonomista erano poi fortemente legate alla Francia se non altro perché le riconoscevano quel primato e quel fattore di indirizzo senza il quale sarebbe stato difficile se non impossibile avviare qualsivoglia progetto riformistico in quel particolare periodo storico.

Napoleone e la Francia erano l’esempio a cui si ispirava una classe politica alla ricerca di progresso, ma allo stesso tempo un fattore di irreggimentazione e frustrazione di quelle stesse ambizioni suscitate.

Al contempo non fu affatto facile per Murat compiere quelle scelte che lo portarono in contrasto con l’imperatore. Il suo sentimento nei confronti di Napoleone, a cui lo legavano oltre alle vicende personali anche un’ autentica ammirazione, era sincero, come dimostrano quelle continue lettere con le quali fino all’ultimo supplicava il cognato di lasciargli mano libera per coinvolgere gli italiani nella lotta contro gli austriaci nella Penisola.

Passo dopo passo, ripercorriamo in questo agevole volume, le varie fasi che lo portarono a compiere quella scelta che in Francia giudicarono scellerata, ma che a Napoli indubbiamente fece balenare con la possibilità di affrancarsi da una tutela opprimente anche la prospettiva di nuove vie di maturazione politica per una classe dirigente e per una società molto più vitali di quello che spesso si tende a credere.

Gioacchino Murat poteva essere quel sovrano illuminato che i napoletani attendevano dai tempi di Carlo di Borbone, un re capace di forgiare il cittadino nuovo e proiettare finalmente il paese nella modernità seguendo quel cammino che proprio la Francia rivoluzionaria e napoleonica aveva tracciato per l’Europa. Come vedremo, quella particolare vicenda politica era però inesorabilmente incrinata da alcuni elementi che finirono in ultimo per scollare il sovrano francese prima dalla classe dirigente napoletana e poi dalla società che ambiva a riformare e rappresentare.

Le forze destabilizzanti, sia interne che esterne, a cominciare da quelle anglo-borboniche di stanza in Sicilia, passando per le società segrete come la Carboneria che esigevano una forte liberalizzazione del sistema politico, e la conflittualità sempre più aspra con l’alleato francese, finirono per travolgere ogni progetto che il re avrebbe voluto riservare al suo Stato.

Dunque pur non forzando nessun particolare giudizio, l’autore sembra suggerire inevitabilmente una interpretazione nel solco di una rivalutazione  del tradimento murattiano rispetto alla versione tradizionale. In quest’ottica, quell’atto che lo porterà ad abbandonare il fronte francese viene rappresentato di fatto come la sublimazione di un processo di creazione della regalità che non potendo basarsi sulla legittimazione della tradizione doveva fondarsi necessariamente sul perseguimento degli interessi dello stato napoletano, a scapito di quelli francesi.

Benché l’ultimo anno di regno di Gioacchino col tentativo di conquista della penisola e con l’appello di Rimini ai patrioti italiani sia tenuto fuori dalla trattazione, per concentrarsi maggiormente sul confronto con la Francia e sul rapporto tra il re e l’imperatore, leggendo queste pagine è inevitabile immaginare quanto l’affascinante cavalcata di Murat a Napoli avrebbe potuto rappresentare nell’ambito risorgimentale con un progetto di stampo unitario che vedesse questa volta un sud riformato, con a capo un esuberante e ambizioso sovrano, come protagonista attivo e non come comprimario di quel processo. La storia ha voluto altrimenti.

 

Di Luisa De Sanctis

 

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