Il Sacco di Roma visto da Paruta

Lo storico veneziano Paolo Paruta, in Historia Veneziana, così descrisse il tremendo Sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi di Carlo V d’Asburgo, il 6 maggio del 1527.

 

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Non è cosa così calamitosa ed acerba, nè così scellerata e crudele, la quale non abbia questo tempo avuta a sopportare la città di Roma, caduta dal colmo d’ogni prosperità al fondo d’ogni miseria, col prestare notabilissimo esempio della variazione della fortuna, e della fragilità delle cose umane; perocchè ne’ tempi prossimi a questi del ponteficato di Leone, era la corte Romana salita in molta grandezza, e ridotta a tal magnificenza, e splendore di vita, che pareva, che niuna cosa le si potesse desiderare ad uno stato di mondana felicità; numero grande di cortigiani, uomini in tutte le arti eccellenti, ornamenti regali de’ palazzi, abbondanza di tutte le cose; onde il popolo Romano ancora arricchito per lo concorso di tante genti e per le profusissime spese, viveva con pari lusso, e con somma letizia; e quantunque fosse Clemente di natura, e per gli accidenti della guerra più parco e modesto, nondimeno già avendo preso questo corso, continuava ancora la corte, e la città tutta negli stessi costumi; e nella stessa maniera di vita, nella quale però era dagli uomini savi desiderata minore licenza, e maggiore rispetto; massime negli uomini insigni per le dignità ecclesiastiche, riposti in alto luogo, perchè riluca ai popoli la lor virtù, e sia guida degli altri il loro buono esempio. Ora entrati, come s’è detto, i fanti Tedeschi, e gli Spagnuoli dentro della città, cominciarono con grandissima rabbia, e ferocità ad incrudelire contra tutte le cose, senza alcuna distinzione delle sacre alle profane, e senza alcuna misura alla loro avarizia, e libidini, sicchè il sacco, le rapine, ed altre miserie de vinti, che sogliono terminare in pochi giorni, continuarono in questa città per molti mesi. Cominciarono i soldati ad infuriare contra la turba de’popolari, levando ugualmente la vita agli armati, ed agli inermi, nè perdonando ad alcuna età, o nazione, o professione di quelli, che prima si fecero loro incontra; da poi assalite le case fecero i padroni prigioni, togliendo loro tutte le cose più preziose; anzi con severissimi tormenti astringendogli a scoprire le nascose, nè usando rispetto maggiore verso i tempi, con le empie e sacrileghe mani spogliarono gli altari, levarono da’sacrari le reverende reliquie, ed i voti consacrati dalla pietà di molte divote persone di tutte le nazioni, e rompendo fino i santissimi tabernacoli, con nefando ed abbominevole spettacolo sparsero e gittarono a terra i santissimi sacramenti; e per non lasciare alcuna cosa della loro scelleraggine incontaminata, e sicura, tratte dalle case, e da monasteri le nobilissime matrone, e le vergini sacre, spogliandole nude, le condussero nelle strade pubbliche, e con somma libidine e dispregio soddisfecero alle loro disoneste voglie. Nè furono più degli altri sicuri i maggiori, e più nobili prelati della corte, contra i quali i fanti Tedeschi principalmente usando ogni sorte di scherno e d’ingiuria, gli tennero in lunghe e gravissime pene, dimostrando insieme la loro ferocità, e l’odio immenso che portavano alla santa chiesa Romana. Per questo così miserabile caso, e per tante e così gravi calamità confessarono tutti essersi rinovate le antiche piaghe delle ruine, apportate dai barbari settentrionali alla città di Roma; anzi par da questi crudelissimi e scelleratissimi uomini essersi talmente superate tutte l’altre barbarie, che resterebbe di loro più, che di Goti o d’altra fiera nazione, infelicissima per ogni secolo la memoria. Ma non terminò già nella forza degli uomini il flagello contra il misero popolo, perocchè dalle lordure di questa vilissima gente, e dalla lor vita dissoluta, ne nacquero poco appresso gravissime infermità, le quali facendosi contagiose, uccidevano gli uomini con repentini ed incurabili accidenti; talchè in breve spazio di tempo, quelli ch’erano assaliti dal male, camminando e ragionando, cadevano morti : segui a questa mortalità, o per esser stati i campi incolti, o perchè non fosse mitigata ancora l’ira del cielo, tanta sterilità nella terra; e così grande mancamento di grani per lo vivere umano, che non pur le persone di più bassa condizione, ma quelle ancora, che solevano abbondare di comodità, ridotte in somma povertà, nudrendosi di vilissimi cibi, andavano con miserabil spettacolo mendicando il pane; in modo che questa nobilissima patria, fatta ricetto di soldati, suoi capitalissimi nemici, rimase dai cittadini e dalla corte abbandonata, con orribile e squallido aspetto; sicchè si poteva con verità di lei dire, ecco come si stà la città, ridotta in solitudine, senza popolo, fatta serva, quella che soleva comandare a tutte le genti!       In copertina il Sacco di Roma dipinto di Johannes Lingelbach.

 

 

 

 

Fonte foto: dalla rete

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