Brenno e il Sacco di Roma del 387 a.C.

Roma, nel corso della sua millenaria storia, ha subito numerosi saccheggi, tutti destarono scalpore, di tutti resta ancora l’eco. Il primo di essi fu quello dei senoni di Brenno.
I senoni provenivano dalla Gallia, avevano attraversato le Alpi e, dopo aver battuto gli Umbri, si erano stabili nel cosiddetto Ager Gallicus, un’area tra la Romagna ed il Piceno, in cui fondarono Sena Gallica, l’odierna Senigallia. Nel 391 a. C. Brenno guidò una forte politica espansionistica che portò i senoni ad invadere l’Etruria. Assediarono dunque la città di Clusium, ovvero Chiusi, i cui abitanti, sgomenti per la ferocia del nemico, chiesero aiuto a Roma.

Il Senato romano inviò loro tre ambasciatori al solo scopo di mediare coi senoni, tuttavia uno degli ambasciatori, Quinto Fabio, durante le trattative, uccise un capo senone mandando all’aria ogni negoziato. I senoni pretesero che Roma consegnasse loro i tre emissari affinchè fossero giudicati, ma ciò non avenne anzi, i tre furono eletti Tribuni Consolari. Tutto questò esasperò Brenno che tolse l’assedio a Chiusi e marciò su Roma.

I romani, messi in allerta, radunarono il loro esercito in prossimità del fiume Alia. Qui il generale romano Quinto Sulpicio affrontò i senoni senza fortuna. Le ali dello schieramento romano, complessivamente forte di 12.000 soldati contro i 20.000 di Brenno, si ritirano terrorizzate lasciando esposto il centro che si vide facilmente circondato. Tito Livio commentò così la battaglia: “Non vi fu strage di combattenti: la retroguardia sola fu decimata, poiché nella confusione lottavano fra di loro stessi intralciandosi la fuga. Presso la riva del Tevere, dove abbandonate le armi fuggì tutta l’ala sinistra, avvenne una grande strage; molti, inesperti del nuoto o stanchi, appesantiti dalle corazze e dalla rimanente armatura, furono inghiottiti dai gorghi. Tuttavia la maggior parte si rifugiò incolume a Veio, donde non solo non fu mandato a Roma alcun aiuto, ma neppure un messaggero a portare notizia della disfatta. Le truppe dell’ala destra, che era lontana dal fiume e più vicina alle montagne, tutte si diressero a Roma, e senza nemmeno chiudere le porte della città si rifugiarono nella rocca.
Anche i Galli rimasero quasi istupiditi per la meraviglia di una vittoria così improvvisa, e anch’essi dapprima stettero immobili per lo sbigottimento, quasi non capacitandosi di quanto era accaduto; poi cominciarono a temere un’insidia; da ultimo si diedero a spogliare i cadaveri e ad ammucchiare le armi, come è loro costume. Finalmente, non vedendo più alcuna traccia del nemico, si misero in cammino e giunsero presso Roma poco prima del tramonto”.

I senatori attesero i senoni nella Curia romana. Si dice che quando gli uomini di Brenno li videro pensarono che fossero statue, fino a quando uno di loro accarezzò la barba del senatore Marco Papirio e si ritrovò schiaffeggiato. Tutti i senatori furono trucidati e così cominciò il sacco di Roma. I senoni misero a ferro e fuoco l’intera città, ivi incluso l’archivio di stato, cosicché tutti gli avvenimenti antecedenti la battaglia risultano in gran parte leggendari e di difficile ricostruzione storica.

Terminato il saccheggio della città bassa i senoni si diressero nottetempo verso la rocca del Campidoglio, dove si era asserragliato il grosso della popolazione romana. Questa collina aveva già offerto protezione ai tempi di Romolo, quando i sabini di Tito Tazio reagirono al rapimento delle loro donne attaccando Roma, entrando in città grasie al tradimento della vergine vestale Tarpeya, ma non riuscirono ad espugnare il Campidoglio. Così lasciate poche guardie, i romani dormivano pensandosi al sicuro.

Il sonno del patrizio Marco Manlio, la cui residenza era accanto al Tempio di Giunone, fu invece disturbato dallo starnazzare delle oche, animali sacri alla dea, che avevano percepito i movimenti dei nemici. Si alzò dal suo talamò e nel buio riuscì a vedere Brenno che si preparava ad assaltare le mura che cingevano l’abitato. Corse allora ad affrontare gli aggressori mentre le urla delle oche continuavano a crescere svegliando tutti. Così gli assediati si destarono dal sonno giusto in tempo per respingere l’assalto di Brenno.

Ben presto però i senoni si accorsero d’essere a Roma padroni della città, ma anche di poter finire accerchiati dai suoi alleati. Di fatti, nei dintorni della città, l’ex dittatore Marco Furio Camillo, nonostante fosse stato mandato in esilio ad Ardea, aveva preso a battersi contro gli occupanti infliggendo loro diverse sconfitte. In più gli occupanti iniziavano ad essere falcidiati da una letale epidemia. Il condottiero barbaro accettò allora di liberare Roma in cambio del versamento di 1000 libbre d’oro. Tuttavia quando i romani scoprirono che i senoni avevano falsificato i pesi con cui veniva calcolato il peso dell’oro, sorsero nuove tensioni. Brenno allora sguinò la sua spada, la gettò sul piatto dei pesi e disse “Vae Victis”, ovvero “guai ai vinti”, una frase che è giunta fino ad oggi come paradigma delle ingiustizie che il vincitore può commettere sugli sconfitti. Marco Furio Camillo tornò allora a Roma per affrontare di persona Brenno, gettando anch’egli la propria spada sui piatti, così da compensare il peso della spada del barbaro, e dicendo “Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria”, ovvero “non con l’oro si riscatta la Patria, ma con il ferro”.

La città venne liberata ma i romani presero a battersi coi senoni anche oltre i confini di Roma e, dopo aver ricacciato i nemici, Marco Furio Camillo entrò trionfalmente in città, salutato dai suoi concittadini come “alter Romulus”, cioè “nuovo Romolo”.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

historiaregni

Historia Regni è un portale telematico dedicato alla storia, anzitutto quella italiana. Nasce su iniziativa di Angelo D’Ambra, è senza scopo di lucro e si avvale di collaborazioni gratuite. Le foto presenti sono state, in parte, prese da internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo al nostro indirizzo email info@historiaregni.it e si provvederà alla rimozione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

venti − tredici =