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Storie di liberali napoletani del 1848

Il nucleo di giovani liberali meridionali si costituì quasi interamente negli anni della formazione universitaria e del tirocinio professionale. Provenivano da famiglie della borghesia di provincia, in molti casi già con un passato tra i repubblicani del 1799 o i costituzionalisti del 1820. Il gruppo ruotava attorno ai fratelli abruzzesi Bertrando e Silvio Spaventa. Silvio, grazie alla mediazione di Bertrando, professore di filosofia all’Università di Napoli, strinse legami con i docenti della capitale e conobbe Luigi Settembrini, Enrico Pessina, Paolo Emilio e Vittorio Imbriani, Giovanni Manna, il pugliese Giuseppe Pisanelli, Antonio Ciccone di Nola, Antonio Labriola, i calabresi Felice Tocco e Francesco Fiorentino.

Questi contatti si consolidarono nel 1848 e negli “anni duri delle prigioni e del fuoruscitismo” che seguirono (A. Asor Rosa, La cultura, in “Storia d’Italia”). Approdarono agli stessi ideali politici in un clima di repressione, carcere ed esilio, scambiandosi idee, segreti, confidenze politiche ma anche contatti e favori: “Gli anni dell’esilio torinese rafforzarono il gruppo, che visse come una comunità di ideali e di programmi politici e che finì per legarsi ai massimi esponenti del liberalismo delle altre regioni d’Italia” (L. Musella, Relazioni, clientele, gruppi e partiti nel controllo e nell’organizzazione della partecipazione politica, in “Storia d’Italia”).

E’ noto che il fatto cruciale del 1848 avvenne nella tragica giornata del 15 maggio. La battaglia per le vie di Napoli durò sette ore. Sulle barricate c’erano tutti e l’intervento delle guardie svizzere portò a centinaia di morti e feriti. Di quel giorno, Pasquale Villari ci ricorda la morte del ventiduenne Luigi La vista di Venosa, allievo di Francesco de Sanctis: “In questo punto si spalanca l’uscio della sua stanza, ed egli si vide innanzi il padre, con un fucile in mano, col volto alterato sugli occhi infiammati – ‘Luigi – così disse – non è più tempo di stare a letto; vi sono barricate a Napoli, fra poco comincerà il fuoco’. In un istante Luigi aveva già vestito l’uniforme della Guardia Nazionale. La indossava per la prima volta, e doveva essere l’ultima… Luigi La Vista trovavasi, quindi, col padre a difendere una casa nel largo della Carità. Ivi, come altrove, cessato il fuoco per mancanza di munizioni, fu sfondato il portone. Gli svizzeri erano già per le scale inferociti. Niuno osava aprire la porta di casa, temendo di essere sgozzato il primo. Luigi… credette che la sua uniforme sarebbe stata rispettata; aprì la porta e si presentò sulla scala, gridando: ‘Prigioniero di guerra…’ E non poté finire perché una scarica degli svizzeri gli fece battere la fronte sul pavimento” (P. Villari (prefazione a) Luigi La vista, Memorie e scritti).

La repressione colpì anche chi sulle barricate non c’era stato. È il caso dell’avvocato Michele Solimene di Sant’Andrea di Conza, pure autore di un progetto di Costituzione che non ottenne più consensi di quello di Paolo Bozzelli. Solimene era un liberale moderato, Gran maestro della Carboneria nel 1820 non aveva neppure partecipato ai moti di quegli anni. Era un uomo di pensiero, non di azione, era contrario ai metodi violenti ed ai rivolgimenti estremi e sempre disposto a collaborare coi governi, eppure anche lui fu arrestato il 16 aprile del 1850 per “misfatto di cospirazione”. Raccontò la sua storia in “Una corrispondenza scientifica addivenuta misfatto di cospirazione”, opera edita a Napoli nel 1860. La sua casa fu svaligiata e lui, spogliato di tutto e ammanettato, visse due anni in otto prigioni da Lucera a Foggia, da Ariano ad Avellino e poi nelle carceri di Napoli. Questo memoriale contiene una lunga galleria di ritratti dal “bifronte” Peccheneda, Ministro e Prefetto di Polizia, “celebre fabbro di sette e di calunni”, al Commissario Toscano “birro, ladrone, spia, e in tali mestieri, il più detestato” che durante un interrogatorio “infilza la mano nella saccoccia del mio soprabito e si impossessa del portafogli”, dal Commissario Corsini, che non conosce il francese ma ritiene sovversive le lettere ricevute da Solimene provenienti da Parigi, al Presidente della Gran Corte Criminale di Napoli, Navarra, che urlava di voler fare abolire la parola “libertà” dai codici, dal Procuratore Generale della Provincia di Capitanata, Antonio Pepe, che rifiutò di fare aprire due finestre nel carcere di Lucera perché i carcerati dovevano “imparare a soffrire”, ai poliziotti che negli spostamenti da un carcere ad un altro sostavano nelle taverne a spese di Solimene. Il nostro racconta anche di aver incontrato Ferdinando II, casualmente, al tramonto sull’isola di Ischia. Il re chiamandolo “don Michele” gli diede appuntamento per il giorno dopo alla Regale Casina e qui, durante il colloquio, quando Solimene gli chiese il motivo del suo arresto, il Re risponse che doveva prendersela con i suoi “peccati”, con la sua “capa”, col voler scrivere “là, qua”, non essendogli bastato scrivere la “Costipazione” (P. Lamanna, Michele Solimene: giurista economista politico liberale).

Un’altra figura interessante e poco nota è quella dell’irpino Giovannantonio Cipriani. Una mattina di settembre del 1851, la carrozza di Ferdinando II, di ritorno da Melfi appena colpita dal terremoto, si fermò sul Formicoso. Altopiano irpino, situato tra Guardia Lombardi e Bisaccia, era in parte nei possedimenti del Cipriani, notaio, titolare d’una grande industria armentizia e noto membro della Giovane Italia. L’incontro tra il re ed il liberale fu puntuale.“…Mi accolse molto gentilmente e mi fece partecipare alla sua colazione, si informò sulla storia del Formicoso che anticamente apparteneva agli Aragonesi…”, raccontò Cipriani. Chissà cosa dovette pensare Ferdinando II di quel giovane, Cipriani era nato nel 1824, che aveva preso parte alla rivolta del 15 maggio del 1848 a Napoli. Il Cipriani ne serbò un’impressione dolce e riguardosa. Si intrattenne col re osando pure parlargli dei problemi sociali della zona: “… Lo accompagnai fino alla Taverna di Guardia e ne approfittai per parlargli del malcontento generale per la cattiva amministrazione della cosa pubblica…”. Tuttavia Ferdinando II si mostrò tanto disponibile all’ascolto quanto refrattario a seguire i consigli del liberale. Scrisse infatti il Cipriani: “Egli ne convenne, ma affermò che non poteva porvi completamente riparo perché i nostri custodi non possono essere tutti buoni…”. Il re andò via, tornò a Napoli, e nella mente di Giovannantonio Cipriani l’incontro rimase nitido per sempre.

L’uomo divenne in quegli anni un punto di riferimento per tutti i cospiratori irpini. Nel settembre del 1858 si schierò coraggiosamente contro il Principe Zurlo che chiedeva canoni esosi e non dovutigli ai contadini del posto. Impugnò la penna e scrisse una lettera a Ferdinando II che si concludeva: “…dinanzi alla legge debbono chinare il capo potenti e deboli, ricchi e poveri, nobili e plebei…”. La missiva non ebbe risposta. Riprese i suoi rapporti coi cospiratori nella primavera del 1859 ed al mattino del 25 giugno 1860, mentre si attendeva la comunicazione postale della Costituzione concessa da Francesco II, guidò un nugolo di repubblicani e liberali ad innalzare la bandiera tricolore sul campanile di Guardia Lombardi. Su quella bandiera aveva fatto cucire la scritta: “Viva l’Indipendenza Italiana. Viva Vittorio Emanuele”. Iniziò altresì a reclutare volontari garibaldini ed a guidare la repressione del brigantaggio nell’area di Frigento ed Ariano, fu notevole il suo apporto nello sgominare la banda Crocco e le bande Testa e Pezzano. Stabilì in questi anni una solida amicizia con Francesco De Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini. Più tardi fu sindaco poi consigliere ed assessore del paese e, per il suo impegno, ricevette la cittadinanza onoraria di Lioni. Ma la sua traiettoria politica lo portò lontano dal parlamentarismo, prima come critico del Governo De Pretis, nel 1866, poi come critico dell’intera struttura monarchica retta sullo Statuto Albertino. Il I maggio del 1898, infatti, scrisse una petizione al Re Umberto I dai toni molto aspri: “Sire… mentre vissero il Conte Cavour e suo Padre, le cose andarono bene, ma morti costoro la stella d’Italia s’eclissò, anzi li seguì nella tomba… si cominciano ad aumentare le tasse a crearne sempre di nuovo in modo insopportabile… si è creato un esercito di impiegati togliendoli finanche all’aratro… si è sprecato a milioni il denaro pubblico, si sono perpetrate ingiustizie, abusi e favoritismi… si pratica ogni mezzo illecito, si minaccia, si comprano i voti, si promettono favori anche da parte del Governo. Si portano presenti gli assenti e talune volte i morti… L’aula di Montecitorio, sacro tempio della Nazione è divenuto un vero mercato; lo stesso è dei Consigli Comunali… Si vuotano le casse pubbliche, si manomettono le banche nazionali e incominciano processi clamorosi che poi vanno a finire in bolle di sapone… Sire, la situazione è gravissima… si degni di sentire le grida dei sofferenti e di chi è pratico di due rivoluzioni… all’opera, dunque, con coraggio ed in ultimo periscano tutti gli Statuti del mondo, purché si salvi l’Italia!”. Come quella indirizzata a Ferdinando II, la lettera non ebbe risposte. Cipriani si spense a Guardia Lombardi il 30 luglio del 1906 (A. Santoli, Un grande patriota irpino, Giovannantonio Cipriano).

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra
Fonte foto: dalla rete

 

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Uno commento

  1. Massimo de Luca

    Sarebbe davvero interessante conoscere la storia di quel Parlamento del Regno delle Due Sicilie, eletto in conseguenza della concessione della Costituzione (a seguito dei moti del ’48?) e che ebbe sede a Palazzo Gravina. Per conoscere i motivi per i quali non ebbe alcuna efficacia, il ruolo dei deputati siciliani che si rifiutarono di venire a Napoli, la carica delle Guardie Svizzere sul Parlamento riunito.
    Di quel Parlamento un mio antenato, Paolo Anania De Luca, fu nominato Presidente.

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