La Battaglia di Campomorto (oggi Campoverde) AD 1482

Quel giorno pioveva a dirotto. Non era una buona notizia per gli uomini asserragliati nel fortilizio di San Pietro in Formis. Quel dannato terreno già di per sé paludoso sarebbe stato del tutto allagato impantanando le zampe dei cavalli ad impedire le manovre della cavalleria. Per non parlare delle bocche da fuoco. Gli archibugi e le artiglierie fradice sarebbero rimaste in silenzio. Non restava che la lancia, non rimaneva che sfoderare la spada. Si sarebbe combattuto senza l’ausilio delle armi da fuoco. L’unica consolazione era che alle truppe veneziane e pontificie che si stavano appressando all’abitato fortificato di Campomorto sarebbe toccata la stessa sorte.

Alfonso, Duca di Calabria ed erede al trono di Napoli era ormai considerato uno dei migliori comandanti della penisola. Iniziato alle armi per reprimere i baroni insorti nelle Calabrie già a quattordici anni, non aveva ancora vent’anni (1467) quando il padre lo mise alla testa delle truppe napoletane inviate in soccorso di Firenze e Milano contro Venezia, distinguendosi al fianco dell’illustre Federico da Montefeltro, in particolare nella battaglia della Riccardina (25 luglio 1467) e acquisendo fama di ottimo capitano.

Guidava ancora l’avanzata delle sue truppe alcuni anni più tardi, questa volta contro Firenze, per la guerra cagionata dalla congiura dei Pazzi, con una serie di successi interrotti solo dalla terribile notizia dell’assedio e della capitolazione di Otranto da parte dei turchi (luglio 1480). Allora dovette raccogliere in fretta un esercito e farlo marciare contro la nuova minaccia riuscendo ad avere la meglio sull’agguerrita guarnigione ottomana solo un anno dopo.

Questa volta il nemico era lo il Papa, e ancora l’odiata Venezia nel contesto della guerra che il Doge aveva dichiarato a Ferrara (Guerra di Ferrara, 1482-1484).

Stava portando le sue truppe proprio in soccorso della città romagnola, nell’agosto del 1482, quando venne intercettato dall’esercito nemico.

Per contrastare questo temibile avversario Venezia aveva assoldato probabilmente uno dei migliori condottieri dell’epoca: l’arcigno Roberto Malatesta, detto il Magnifico. Una vita passata a guerreggiare per la penisola una volta al soldo del Papa una volta contro di esso, prima addirittura come cavaliere napoletano per poi divenire generale di Venezia proprio contro il Regno.

Alfonso riteneva la sua posizione abbastanza solida. Lo scontro, con le cavallerie e le armi da fuoco impossibilitate, si sarebbe risolto all’arma bianca, cosa che lo spinse a schierare il grosso delle truppe davanti alle fortificazioni con la riserva in parte protetta dalle mura del piccolo borgo di Campomorto.

Roberto disponeva di circa 50 lance di cavalleria* e 12 mila fanti ben addestrati. Un numero molto simile di forze schierava il Duca di Calabria.

La pioggia diveniva sempre più battente via via che si appressava il momento dell’assalto. Sarebbero stati veneziani e pontifici ad aprire le danze.

Quello che Alfonso non poteva sapere, e che lo colse del tutto di sorpresa, era che l’astuto Malatesta aveva fatto arrivare rinforzi dalla vicina Velletri, e non di truppe a caso si trattava bensì di 500 cittadini armati di cui 250 balestrieri.

Negli eserciti dell’epoca la balestra veniva progressivamente sostituita dalle armi da fuoco, ma con gli archibugi impossibilitati a sparare a causa della pioggia quei 250 balestrieri si rivelarono determinanti. Fecero piovere sulle truppe napoletane già pronte a ricevere la carica nemica, e impossibilitate a grandi manovre dal terreno paludoso, una vera e propria pioggia di quadrelle.

Con le truppe di Alfonso pesantemente indebolite dai proiettili nemici il Malatesta diede l’ordine di caricare.

Nel fango della palude pontina lo scontro fu cruento. Nonostante fossero state decimate dalle balestre le truppe napoletane ressero inizialmente all’urto del nemico. Le formazioni compatte delle fanterie pontificie e veneziane trovarono il muro delle lance napoletane. Mentre le ginocchia degli uomini di entrambi gli schieramenti affondavano nel fango, le perdite subite nella prima parte dello scontro cominciarono a pesare sulla formazione di Alfonso. A quel punto Roberto riuscì a manovrare un drappello di cavalieri sul fianco del nemico. Fu il colpo di grazia per le truppe regie. La formazione si ruppe ed iniziò il massacro.

Il Duca di Melfi ed altri importanti cavalieri napoletani furono fatti prigionieri. Alfonso riuscì fortunosamente a fuggire e a raggiungere Torre Astura dove trovò una galea pronta a metterlo in salvo.

Era il 21 agosto 1482 e dalle 15 alle 21 si era svolta una delle più cruente battaglie del secolo: sul terreno di Campomorto restavano circa 1.200 uomini. Roberto Malatesta tornava in trionfo a Roma.

Ma il destino è beffardo. Proprio nelle malsane paludi pontine il Malatesta aveva contratto la malaria. Sopravvissuto alla battaglia dovette soccombere alla malattia. Si spense a Roma poche settimane dopo, nel settembre 1482.

Alfonso invece riuscì a trovare finalmente un accordo con il Papa che da parte sua cominciava ad essere preoccupato dai successi veneziani che avrebbero fatto pesare troppo l’ago della bilancia in favore di questi ultimi.

Il Duca di Calabria, dopo aver portato il pontefice fuori dall’alleanza avanzò con un nuovo esercito sino a Ferrara assediata dai veneziani, contribuendo ad allentare la pressione della Serenissima sul ducato estense. Il rampollo di casa d’Aragona continuò a combattere attaccando i territori di Brescia, Bergamo e Verona, saccheggiandoli.

La guerra si trascinò ancora per diverso tempo, sino alla pace di Bagnolo siglata il 7 agosto 1484.

Seppure non decisiva per l’esito del conflitto, la battaglia di Campomorto si configura come uno dei più importanti eventi bellici del periodo.

Oggi il luogo della battaglia, nella campagna pontina e a ridosso di una delle arterie viarie più trafficate del Lazio, ha il nome molto più rassicurante di Campoverde frzione del comune di Aprilia, ma le mura dell’antico borghetto medievale dalle quali, con ogni probabilità, si potette assistere a quello scontro militare e la chiesa di San Pietro in Formis sono ancora lì, un po’dimesse, in parte diroccate in parte restaurate successivamente, con i segni e i cambiamenti dovuti ai secoli passati, un po’ malandate, non proprio valorizzate, ma sono ancora lì.

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*Una “lancia” di cavalleria all’epoca corrispondeva ad un cavaliere armato pesantemente e ai suoi ausiliari che potevano andare da tre a sei unità.

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Giuseppe De Simone, laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, presso la Sapienza – Università di Roma, con una tesi in Storia Militare su “L’esercito francese e la Guerra d’Algeria”, è studioso di storia del Mezzogiorno d’Italia.

Foto gentilmente concesse dalla Compagnia d’arme “La Rosa e La Spada”

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