La Guerra di Crimea vista da Giacinto de Sivo

In Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 (I vol., Berisio Editore, Napoli 1964, pp. 404 -408), Giacinto de Sivo si sofferma sulla Guerra di Crimea, i suoi complessi aspetti internazionali e i suoi riflessi sulla situazione politica italiana.

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§. 1. La guerra d’Oriente.

Era imminente nel 1853 una guerra fra il Turco e il Russo, vecchi rivali per territorio e religione; perchè gran parte de’ Cristiani soggetti al­l’Ottomano sendo dello scisma greco, l’Autòcrate ha sovr’essi un protettotato naturale. Fiacco il Turco a tanto avversario, come esso già quattro secol prima, appunto nel 1453, aveva proditoriamente cacciato di Costanti­nopoli il greco impero, così a sua volta era per esserne dal Russo discac­ciato. Ma l’Inghilterra temente si menomasse il suo scettro de’ mari, ge­losa della forte armata Russa padrona del Baltico mare, vogliosa di di­struggerla, vivea raccapricciata che il colosso moscovita potesse con tanta conquista grandissimo diventare. Naturale trovargli nemici per terra, dov’ell’era al cozzo impotente.

Prima lavorò a discreditarlo, a proclamarlo ambiziosissimo, turbatore della pace del mondo; poi andò cercando alleati. Volse da ogni banda pro­messe, incentivi e minacce. Gran peso era la spada di Francia; né Napo­leone avea mestieri di sprone per bramar vendetta delle nevi Scizie e delle viste a Parigi aquile moscovite nel 1815; ma proclamato di fresco quel suo motto l’Impero è la pace, parea brutto risolverlo sì presto a guerra.

La setta mondiale tutta s’agitò, che presentiva e sapeva cotanta guerra darebbe nuovo indirizzo al mondo. Stampavano quella esser guerra di ci­viltà cristiana, benché accennasse a salvar l’Islamismo. Molti Meetings in Londra, mossi o favoriti da ministri, incitavano a battaglia; encomii al Turco, maledizioni al Russo, cicalio di giornali, un soffiare al fuoco in modo vario da tutte parti a un tempo. Il Mazzini navigava in Italia, e ve­stito da uffiziale inglese s’aggirava per le città impunemente; il Garibaldi accorrea d’America, tornavano quanti erano stati ribelli, Itali, Ungari, Polonesi, Schiavoni e Prassi; faziosi di ogni contrada correvano al campo d’Omer Pascià; dal Tirolo scendevano in Italia libelli incendiarii; ed an­che opuscoli, sequestrati ad Amburgo, tendevano a mover la Prussia. In quel subbollimento chi con ispade chi con penne e lingue, tutti si facevan paladini per la Mezzaluna. I liberaleschi pigliano la libertà anche dal Turco.

Cotesta levata rivoluzionaria avria dovuto aprir gli occhi a’ sovrani e ai popoli devoti al dritto; ma lo spauracchio della futura grandezza Russa sbalordì le menti; e sì mosse passioni anti-moscovite, che fu una voce a concorrere con arme e scritti a quella causa stessa sì fieramente da’ settarii caldeggiata. Tutti volean dare addosso al Russo; già il vedevano di Costan­tinopoli e del Bosforo padrone; le barbarie turche su’ Cristiani non vede­vano, né S. Sofia moschea, né tanti milioni di Cristiani schiavi in patria: il Russo s’aveva ad abbattere. Né in quella ressa cieca furo immuni di pas­sione e principi e prelati ed ordini insigni sociali e religiosi.

Solo fra tante vertigini re Ferdinando ispirandosi in politica pia non fu preso all’amo; sollecitato a far quello che poi fece il Piemonte, ricusò; di­chiarò neutralità; e per l’effetto si dibattè in Consiglio se proibirsi a’ guer-reggianti il comprare in Sicilia lo zolfo, considerato contrabbando di guer­ra. Tal proibizione era danno grave a’ possidenti delle miniere, e all’erario, e lasciava senza lavoro migliaia di braccia. Fu risoluto vendersene a qua­lunque venisse a comprarlo ne’ nostri porti, si vietasse a legni napolitani il portarlo fuor del regno; così salvando il dritto di tutti e la neutralità. Il vieto si tolse a’ 7 maggio 56, fatta la pace. Di questo molti lo accusano, e gridaronlo gran fallo, ma il fallo non suo fu, bensì di chi noi seppe imita­re, che porse le braccia alla setta, nemica comune. Taccianlo d’imprevi­dente; ma fu pietoso, che non deve il sovrano giocare il sangue de’ sudditi per piati altrui, e dichiarar guerra a chi non l’offese. Dicono per quel fallo caduta sua dinastia; poteva pur cadere e più presto pel fallo contrario. Er­rore più grande era il dar l’arme a quella setta ch’andava allora appunto suscitando moti in Italia per isbalzar lui dal trono; errore mandar suoi soldati fra mezzo a rivoluzionarii per farli corrompere, errore combattere quello Stato che fu propugnatore del dritto, per restar poi a discrezione degli avversi, senza amici. Questi amici non han poi giovato, non han ri­sposto alla lealtà di Ferdinando, han visto rovesciare la sua casa senza sor­reggerla; ma non potranno aonestare lo ingrato abbandono con colpe di lui. La sua casa è caduta, ma innocente; e poteva con istolta lega alle sette cader rea. Caduta onoratamente, le avanza un trono imperituro nelle ani­me belle, e la speranza: accedendo a guerra ingiusta, perdeva prima l’esti­mazione de’ buoni, poscia il trono anche, e per sempre, e giustamente.

§. 2. Trattati e leghe.

Che buona fosse la politica di Ferdinando, vedesi dalla opposta seguita dall’Austria, che la condusse presto alla ruinosa guerra Lombarda:  laddove imitando Ferdinando avrebbe a sé e alla misera Italia di gran sangue e peripezie risparmiato. Napoleone a 10 aprile 54 si federò con Inghilterra; statuirono andare in Crimea. Allora tra Inghilterra, Francia, Turchia e Russia, l’Austria si trovava come arbitra della guerra: occupò i principati Danubiani, onde n’uscirono i Russi. Il Bonaparte per trarla dalla sua, pro-mettevale soccorso contro la rivoluzione in Italia; dall’altra la setta la mi­nacciava se ricusasse. Tentennò molto; poi spaurita dal fantasma rivoluzio­nario, credendo liberarsene, non fé’ né pace né guerra, che fu il peggio. Mentre la Prussia, invitata dagli Anglo-Francesi, rifiutava, ella a 2 dicem­bre contrattò lega offensiva e difensiva con essi, per imporre allo Czar i patti di pace, e accostò sulla linea dei confini russi le sue arme, cui la fa­ma levò a trecentomila fanti e cinquantamila cavalli. Dimenticò allora il fresco aiuto moscovita ch’aveale schiacciato quella rivoluzione ch’ora cre­deva assonnare minacciando appunto il Moscovita, ma che invece andava a trionfarla con Francia e Inghilterra. Scordò il benefizio, minacciò l’amico, beneficò la setta nimicissima, fiaccò il sorreggitore del dritto, esaltò i nega­tori di dritti, combattè la sua forza, i suoi naturali awersarii rafforzò. Con quell’atto fu rotta la lega settentrionale ch’avea tenuto quarant’anni l’Eu­ropa in pace; Austria entrò nella lega rivoluzionaria fatta contro lei stessa.

Infatti subito dopo vi comparve il Piemonte, col trattato del 26 gennaio 1855, pel quale promise mandare quindicimil’uomini in Crimea. II mini­stro degli affari esteri Dabormida ricusò di firmarlo, e si dimise; firmollo il successore Cavour. Europa meravigliata vedea la piccola Sardegna in lega di grandi; stata sempre clièntula del Russo, entrar debole, senza cagione e senza pretesto a farle guerra. Il più anche de’ liberali disapprovaronlo; di­cevano ciò essere un unirsi indiretto coll’Austria. Ma il Cavour iniziato a più alti misteri, sapeva il fatto suo: con Francia e Inghilterra era unione naturale d’aspirazioni stesse: Austria eterogenea, dislocata, non facea più paura; anzi collegato a lei, Austria, con austriache spade superava. Misela in dura alternativa : o star con la lega, e far forti i futuri turbatori de’ suoi stati; o voltarsi a Russia, ed evocar guerra europea, anzi sociale, agognata dalla rivoluzione per ardere il mondo; e questo egli voleva. La camera Sarda a 10 febbraio, a maggioranza di 101 contro 60, approvò; e poi il Senato.

Capirono i veggenti che i forti accogliendo tra loro il misero Piemonte non volevano già aiuto in esso, ma un complice da metter su per arcani disegni qua dall’Alpe. Esso arso di danari, stipulò con Inghilterra che que­sta prenderebbe un milione di lire sterline in prestito al tre per cento, ol­tre l’un per cento per fondo d’ammortizzazione, e gliel ripresterebbe: circolo significante esso discreditato pigliar danari coll’intermezzo inglese, e con l’ipoteca del sangue di quindicimil’uomini, mandati in capo al mondo.

Frattanto in Crimea, infierendo il famoso assedio di Sebastopoli, s’era sperimentata non buona la condizione dell’esercito inglese; onde seguite aspre interpellanze in parlamento, il Russell si dimetteva a 30 gennaio 55; e nella votazione caddene tutto il ministero Aberdeen. Risalse altro mini­stero pur Whig col Palmerston, gran della guerra promotore e di rivoluzio­ni. Costui combattendo il Russo con arme altrui, isolata l’Austria, sospet­tando le mene napoleoniche sopra Napoli, a stornarle, fé’ fondamento sulle ambizioni Sabaude, e mise l’ingegno a sforzar Napoleone stesso a rinfoco­lare tal rivoluzione in Italia da rendere impossibile il Murat, e lui mede­simo cacciare in rete d’inestricabili spini.

§. 3. Nuovi attentati.

Ricominciavano l’opere di pistole e pugnali. Un Giovanni Pianori, cal­zolaio Faentino, d’anni ventotto, stato Garibaldino a Roma e protestante a Londra, passò a Parigi con passaporto sardo, e ‘1 falso nome di Liverani, Questi a 29 aprile 55, passeggiando Luigi Napoleone a cavallo pe’ Campi Elisi, sull’ore cinque vespertine, gli tirò due pistolate alla fila, né il colpì. Preso sul fatto, benché s’avesse addosso doppia veste per travestirsi fug­gendo, tosto fu giustiziato. Il giornale Siede e consorti imputarono l’assas­sinio a’ Gesuiti, quasi questi potessero su Garibaldesi e protestanti. Per l’opposto i fuorusciti a Londra tennero solenne adunanza, dove coronarono il busto del Pianori.

A 8 settembre dell’anno stesso ritentarono il colpo: un Camillo Bella-mare di Rouen, d’anni ventidue, sull’ore nove della sera sparò con la pisto­la due palle nella carrozza ov’ei credette stesse l’Imperatore, ed eran dame di corte, che pur restarono illese.

Anche a Roma quell’anno a 12 giugno scendendo il Cardinale Antonelli segretario di Stato le sale del palazzo apostolico, nelle ore 6l/2 pomeridia­ne, venne con arme biforcuta investito sul ballatoio da un Antonio Defeli­ce, cappellaio; ma fallì il colpo. All’assassino fecero a 11 luglio la giustizia; che finì piangendo e imprecando la sette.

La sera del 27 gennaio 56 il teologo Giacomo Margotti redattore dell’Armonia, giornale cattolico, fu a Torino con grosso randello da mano igno­ta ferito al capo, e lasciato per morto, ma guarì. Uccidendo i dissenzienti, i proclamatori di libertà voglion fare monopolio di tutte libertà a beneficio d’una fazione rea, e vincer la ragione col coltello.

§. 4. Muore Nicolò, e cade Sebastopoli.

Mentre per ambizione di pochi lo assedio di Sebastopoli mieteva miglia­ia d’uomini, la sorte pendeva dubbia: da una parte le forze d’occidente e della rivoluzione mondiale, milioni d’oro, migliaia di vascelli, strida in­finite di giornalame; dall’altra la tenacità moscovita, e l’animo di Nicolò. Francia e Inghilterra in quel duro assedio d’una sola città, ito in lungo, scapitavano di fama e più di danari, de’ quali più che de’ morti uomini si curavano; questi strappavanli per nulla dal seno delle misere madri, quelli con tasse odiose e debiti s’avevano a procacciare. Il tempo era lor manifesta mina, la setta impallidiva a quel balenare della sorte, e al ve­dere l’arme oscillare nelle mani de’ due gagliardi atleti onde aspettava il trionfo; già tanto battagliare andava troppo in lungo, quando improvvisa­mente finiva a 2 marzo 55 l’imperatore Nicolò Paulowitch, figlio di Pao­lo 1°, nato a 6 luglio 1796, e che sin dal 1° dicembre 1823 regnava, dopo la morte violenta del suo predecessore Alessandro. L’età non alta, la ga-gliardia del corpo, il mancare sì a proposito, die’ sospetto al mondo, ma chi ‘1 sa? Sospettarli, non è calunniare chi tante lanciava braccia a percuo­ter monarchi, ministri e scrittori: si diceva stata apoplessia.

Saliva il figliuolo Alessandro II, nato a 29 aprile 1818. Tutti subito a lo­darlo pacifico, mite, pieghevole, non corrivo all’ire. Veramente con esso l’impero entrò in via diversa. Sebastopoli durata undici mesi, mietuti i battaglioni Francesi, caduta la torre Malakoff suo gran baluardo, non cede già, ma lanciata in aria la parte settentrionale, nella meridionale si strin­se, ov’era da prevedere altra durissima ossidione. Videsi in quella guerra il cozzo di sterminate forze; più possa di braccia che di mente. Per mente rifulse un uomo solo, il Tottleben, che fortificò la investita piazza sugli occhi degli assalitori con modi nuovi, e bastioni improvvisi. Per valore ri­fulsero i Francesi, per valore e costanza i Russi; gl’Inglesi mancarono alla prisca fama. Non potrà poi la imparziale posterità stimar gloria quel dub­bio vincere di molti combattenti uno, nella più lontana parte dell’impero. Va notato che il primo a piantar la bandiera francese sopra Malakoff fu un Bianchi, volontario, nato nella nostra Campania, nell’Aversano; il quale, colto in quell’atto da tredici colpi, sopravvisse, e potè poi curarsi le fe­rite in napolitano ospedale.

§. 5. Il colèra del 55.

Ferdinando per aver tenuto fede all’amica Russia, e serbato neutralità, era più odiato da’ belligeranti. I giornali loro minacciavan cupo, si cerca-van pretesti per venire alle brutte, né potean mancare. Trovarono il pri­mo nel colèra. Questo parato spento sul finir del 54, avea forse latente il mal seme, nondimeno si riposero le quarantene e l’altre leggi sanitarie, dure al commercio, necessarie a vietar l’entrata da fuori al morbo. Il Bian­chini succeduto al Murena direttore dell’Interno, era uomo mediocre, ma vanitoso assai; voltatosi al dolce far niente, si bevea lodazioni infinite, si pigliava croci e nastri dallo straniero, e lasciando fare si gloriava. Come in agosto 55 s’udì un morto di colèra in una viella dietro il teatro del Fondo, ei volle che il De Monaco, eletto del quartiere, noi rapportasse, per non ispaurire la città; permisegli il seppellisse in luogo appartato, con calce in cassa di piombo; e comandò segnasselo nel ruolo de’ morti per malattia ne­vrosi; promettendo in caso d’accusa che il guarentirebbe. L’eletto cede reni­tente e ne parlò al principe d’Ottaiano, allora supremo magistrato di salu­te; e fu provveduto con le consuete precauzioni su’ cadaveri, che pur trop­po di colèra s’avanzavano ogni dì. Cresciuto il morbo, il Brenier ministro di Francia si recò al re a Portici, lamentandosi del governo, che mentendo sulla natura del male, mantenesse le quarantene, dannose al commercio, senza prò, poi che il male era in casa. Il re sicurato da’ rapporti del Bian­chini lui chiamò: ei negò che fosse colèra; ma redarguito dall’Ottaiano, ro­vesciò la colpa sull’eletto. Ferdinando dettò egli stesso un rescritto dichia­rativo del colèra, e ordinante ospedali e quanto era opportuno. E il Bian­chini per provar d’aver ragione traslocò lo eletto ad altro quartiere, di­cendogli si contentasse restar vittima della diplomatica controversia. Così chetati i ministri stranieri, si passò a curare il morbo, che riuscì più mite dell’anno precedente, anche in Sicilia. Ma lo si tacque pur nel giornale del regno: incredibile vanità!

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