Le qualità di Garibaldi

Il conte Walewski, futuro ministro agli Esteri di Napoleone III, nell’agosto del 1847 rientrò a Parigi entusiasta di quell’italiano che aveva combattuto in Uruguay, “uguale ai migliori marescialli di Francia”.  Fu dello stesso avviso anche l’ammiraglio Lainé, che allora, a bordo della fregata l’Africaine, comandava la squadra francese nei giorni dei fatti di San Antonio e scrisse a Garibaldi: “Mi congratulo con voi d’aver così possentemente contribuito, con la vostra intelligente ed intrepida condotta, al successo di un fatto d’armi del quale sarebbero andati orgogliosi i soldati del grande esercito che un tempo dominò l’Europa… la vostra modestia ha suscitato le simpatie delle persone capaci d’apprezzare come si conviene quello che voi faceste da sei mesi, persone fra le quali bisogna collocare, primo fra tutti, il nostro ministro plenipotenziario, l’onorevole barone Deffandis, il quale rende onore al vostro carattere e nel quale avete un possente difensore…”. Le straordinarie qualità militari e umane del nizzardo erano già evidenti ben prima che egli si distinguesse nella lotta contro gli austriaci in Lombardia nel 1848, nei fatti della Repubblica Romana nel 1849, nella campagna del 1859 contro l’austriaco Giualy e nella spedizione dei Mille.

Trevelyan, tra i principali storici dell’impresa garibaldina, sulle pagine della rivista Cornhill Magazine pubblicò un memorandum del diplomatico inglese William Gore Ouseley che, nel 1846, era a Montevideo e da lì volle difendere, agli occhi di Lord John Russell, Giuseppe Garibaldi calunniato dai giornali austriaci. Nel memorandum si legge: “Una questione non priva d’interesse può sorgere per conoscere se Garibaldi sarebbe indicato per un comando militare su ampia scala. E’ mia opinione personale che egli, a capo di un grande esercito, non si mostrerebbe deficiente. Tuttavia il lungo costume delle guerriglie e di quelle sue speciali battaglie mezzo terrestri mezzo marittime con relativamente piccole forze, può averlo reso inadatto al comando di un grande esercito europeo… Nondimeno le qualità che egli possiede in grado così eminente lo rendono adatto al comando, mentre la sua prontezza di percezione e di avvantaggiarsi di tutte le circostanze e la sua fredda audacia al momento di eseguire le più difficili e pericolose intrapese, fanno di lui un nemico formidabile”.

Parecchi ebbero pure modo di costatare l’integrità morale dell’eroe nizzardo. Anzitutto Rosas e Oribe che, nel 1847, gli offrirono 30.000 dollariper passare coi blancos, ricevendo un netto rifiuto. Nel 1849, pure Lord Howden testimoniò che “egli solo era disinteressato tra una folla di invididui, i quali non cercavano che il loro personale ingrandimento” e lo definì “uomo dotato di gran coraggio e di alto ingegno militare”.

Anche l’abbondante materiale iconografico su Garibaldi, del resto, ci consegna l’idea inequivocabile di un eroe. Gli artisti che ebbero modo di avvicinare il condottiero dei Mille, sebbene in momenti diversi della sua esistenza, sono tanti. Però i vari Gaetano Gallino, Gerolamo Induno, Eugenio Agneni, Saverio Altamura, Giuseppe Frascheri, Michele Cammarano, Domenico Morelli, Giovanni Battista Tassara non si limitarono a fissarne le fattezze del viso. Trasmisero all’osservatore più ampie sensazioni, la storia di un uomo che trascorse la sua giovinezza sui mari, nelle praterie e nelle boscaglie del Nuovo Mondo, un uomo salito alla ribalta internazionale per i fasti della Legione Italiana che guidò a Montevideo e che si segnalò per l’epica Battaglia di Sant’Antonio del Salto dell’8 febbraio 1846. Gallino, che proprio in Uruguay lo conobbe, fu quello che ideò la bandiera della Legione – il drappo nero col Vesuvio in eruzione – e fu pure quello che ideò la camicia rossa, comparsa per la prima volta nella Repubblica Orientale dell’Uruguay nel 1843. Gallino fu pure il primo a ritrarre Garibaldi, appena dopo i fatti d’arme di Sant’Antonio del Salto, dove un pugno di 184 italiani sconfisse circa 1500 nemici. Le sue opere gli procurarono numerose ordinazioni di privati ed enti pubblici, ma ciò che a noi interessa sottolineare è come le sue pennellate facciano emergere in Garibaldi, dietro la parvenza di un uomo calmo e sereno, un’affanno interiore – svelato dal lieve aggrottare del sopracciglio – ed una tensione alla lotta per la libertà – manifestato dalla scintilla che vivifica la pupilla – non a caso comuni in tutti gli altri ritrattisti. Quella di Gallino non fu solo infatuazione perchè l’aveva visto nel trambusto della battaglia, allo stesso modo non fu infatuazione quella degli altri grandi artisti, i quali tutti parteciparono alle vicende risorgimentali.

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Bibliografia: A. Scirocco, Giuseppe Garibaldi

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