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Matilde di Canossa, spada del Papato

Matilde di Canossa ebbe una vita realmente movimentata e fu sicuramente tra i grandi attori nella storia d’Italia nell’ultimo quarto del secolo XI e agli inizi del XII. Quasi a tutti è noto il suo ruolo quale sostenitrice e ospite di papa Gregorio VII in quei giorni alla fine di gennaio del 1077 quando il sovrano tedesco Enrico IV si umiliò pubblicamente e chiese perdono al papa tra le mura del castello matildino di Canossa. Ma quei giorni giustamente passati alla storia non rendono giustizia alla Gran Contessa, perché il suo contributo più significativo alla contesa delle investiture, la prima grande lotta tra papato e impero, era ancora da venire.

Nel gennaio 1077 Matilde aveva appena passato i trent’anni ed era senza ombra di dubbio a capo del maggiore potentato laico nel regno d’Italia. Nata probabilmente nel 1046 da Bonifacio IV margravio di Toscana era rimasta orfana nel 1052 ed aveva ereditato dal fratello Federico, morto giovanissimo nel 1055, i vasti possedimenti allodiali della stirpe Attonide, siti principalmente sull’Appennino tosco-emiliano ma che si estendevano sino alla pianura padana e alla città di Mantova. A sud di tali territori Matilde era una grande feudataria, poiché la morte del fratello, e quella di poco posteriore dell’imperatore Enrico III, avevano visto una sua successione di fatto nella grande Marca di Toscana, poiché non si era avuta alcuna nomina imperiale di nuovo marchese. Due uomini, padre e figlio, ci avevano provato, il primo sposando la madre di Matilde e il secondo, Goffredo III, duca della Bassa Lorena, sposando la stessa Matilde, ma entrambi erano morti, il secondo violentemente, prima di ottenere l’agognata nomina imperiale. E proprio durante questo matrimonio Matilde aveva dato le prime prove del proprio carattere indipendente: aveva preso le parti del partito riformista nella Chiesa, in opposizione al marito fedelissimo all’imperatore. Richiamata da questi all’ordine non aveva esitato ad abbandonarlo, sorda alle sue pretese, tanto da venir pure accusata di complicità nell’assassinio di Goffredo.

Il conflitto tra papato e impero noto come lotta delle investiture era esploso in tutta la sua forza nell’anno precedente, 1076, quando Enrico IV aveva preteso la deposizione di papa Gregorio VII nel sinodo di Worms ottenendone in cambio una scomunica che aveva scatenato contro il re tutte le forze centrifughe della nobiltà laica tedesca. Il re tutto sommato manteneva il favore della maggior parte dell’episcopato, cardine e fulcro del sistema imperiale, e questo era più vero che mai in Italia. Fu così che Matilde, sostenitrice delle tendenze riformiste nella Chiesa, si impose immediatamente come il maggior sostegno per il papa, laddove era evidente come fosse più che mai necessario un sostegno non solo spirituale ma anche materiale, e militare in particolare.

Canossa fu un coup-de-théâtre, e un capolavoro diplomatico di Enrico IV, che si ritrovò liberato dalla scomunica e pienamente in grado di affrontare i principi tedeschi. Il re andò di successo in successo, mentre il consenso di cui godeva tanto in Germania quanto in Italia continuò a crescere. Enrico e Gregorio per tre anni continuarono a scambiarsi ambascerie e il conflitto rimase a bassa intensità sino al 1080 quando esplose nuovamente con estrema violenza. In quell’anno la battaglia di Hohenmölsen liberò Enrico dai problemi maggiori in Germania e Gregorio usò nuovamente l’arma della scomunica, ma questa volta con scarso effetto. Principi e vescovi della Germania stettero con Enrico e nel sinodo di Bressanone elessero l’arcivescovo Guiberto di Ravenna al posto di Gregorio con il nome di Clemente III. L’Italia a quel punto divenne terreno di scontro armato poiché l’antipapa cercò di rendere effettiva la propria nomina mentre Gregorio mobilitò i propri alleati, nei fatti unicamente Matilde, per impedirglielo.

Per quindici anni l’Italia da Roma al Garda divenne terreno di scontro. Le forze matildine si scontrarono con le forze imperiali, composte soprattutto dalle milizie dei vescovi dell’Italia settentrionale sostenitori dell’imperatore.

Apparentemente Matilde ebbe in questa lunga guerra un ruolo di primo piano, anche se appaiono non documentate alcune tesi sostenute in passato con la “Gran Contessa” in armatura brandente la spada alla testa delle proprie truppe in battaglia. Matilde contò sulle truppe fornite dai propri vassalli e su numerosi mercenari, per pagare i quali non esitò a spogliare e a mettere a contribuzione istituzioni e proprietà ecclesiastiche dei propri domini. Fu probabilmente lei stessa a dirigere le operazioni militari, decidendo i movimenti tattici delle proprie truppe. Mancano d’altra parte, malgrado la copiosa documentazione originale, riferimenti affidabili a suoi comandanti delegati. La lunga guerra, in cui la contessa più spesso che no si ritrovò in forte inferiorità numerica, fu inaugurata con una sconfitta, quando i vescovi di Lombardia batterono le forze matildine in quel di Volta Mantovana, il 15 ottobre 1080. Seguirono gli anni più difficili: nel 1081 Enrico scese in Italia e pose Matilde al bando dell’impero. Feudatari e città l’abbandonarono, importantissime tra queste Pisa e Lucca, centri principali della marca di Toscana. Nel 1084 Enrico, nuovamente sceso in Italia, prese Roma, costringendo Gregorio VII a rifugiarsi in Castel Sant’Angelo e ottenendo l’incoronazione imperiale dall’antipapa Clemente. Poco importa che poi il re sia tornato in Germania e che i Normanni abbiano soccorso Gregorio mettendo Roma a sacco nel frattempo. Il partito imperiale in Italia era più forte che mai e fu un miracolo quello ottenuto da Matilde nel nord, quando ancora in inferiorità numerica sorprese le forze nemiche a Sorbara presso Modena il 2 luglio 1084 ottenendo una schiacciante vittoria e prendendo prigionieri alcuni dei maggiori rappresentanti del partito imperiale. Sorbara rimise i riformatori in gioco impedendo l’ormai data per certa affermazione imperiale.

 

Nei sei anni successivi la guerra continuò in Italia, fatta di piccoli assedi, piccoli scontri, dedizioni all’uno o all’altro bando. Gregorio VII morì, si ebbe un interregno papale di due anni, il breve pontificato di Vittore III e quindi l’elezione del grande Urbano II. Matilde continuò ad essere il braccio armato dei riformatori, arrivando a guidare una spedizione a Roma per tentare di installare sul trono di Pietro Vittore III contro l’antipapa. Dall’altro lato Enrico IV conobbe i maggiori successi del proprio tormentato regno, godendo in Germania un breve periodo di pace interna. Le cose cambiarono quando al pontificato salì Urbano II e in Germania si sviluppò una nuova ostilità dei principi nei confronti di Enrico, questa volta incentrata non tanto in Sassonia quanto in Baviera nella stirpe dei Welfen. Fu Urbano a propiziare l’alleanza dei suoi sostenitori al di qua e al di là delle Alpi, spingendo la più che quarantenne Matilde a sposare il meno che diciottenne Guelfo, figlio ed erede del duca Guelfo IV di Baviera. Enrico scese nuovamente in Italia con truppe tedesche nel 1090 deciso a farla finita con Matilde. La sua campagna ebbe inizialmente successo e nell’aprile 1091, dopo dieci mesi d’assedio, gli imperiali presero Mantova, dedicandosi quindi sistematicamente alla riduzione delle terre matildine a nord del Po. Matilde passò al contrattaccò e rimediò una brutta sconfitta in campo aperto, a Tricontai nel padovano, ma neppure questa volta si diede per vinta.

La guerriglia continuò sino a quando Enrico, grazie a rinforzi ricevuti da parte dell’antipapa Clemente, non decise di aggredire direttamente il cuore delle terre matildine. A questo punto tuttavia la contessa iniziò a riscuotere i primi successi. L’assedio posto da Enrico alla fortezza di Monteveglio presso Bologna fallì, e nei combattimenti fu ucciso un suo figlio naturale. Gli imperiali penetrarono successivamente nell’Appennino e Canossa fu messa sotto assedio, mentre Matilde si rifugiava nella vicina rocca di Bianello. E qui si verificò uno di quegli eventi che, in modo quasi incredibile, hanno un’influenza smisurata nella storia. Nell’ottobre 1092 si ebbe uno scontro, probabilmente non di grandi dimensioni, quando una sortita della guarnigione di Canossa portò alla cattura di uno stendardo imperiale. Enrico a seguito di tale scontro decise di ritirarsi in pianura dove però, non si sa bene come, il suo esercito iniziò a sfaldarsi. Il re si ritirò nella Marca di Verona mentre i matildini, scendendo dalle montagne, intrapresero la riconquista sistematica delle terre perdute. La ruota della fortuna girò, repentinamente. Con il duca di Baviera che gli impediva il rientro in Germania, Enrico rimase nei fatti costretto a Verona per tre anni mentre il papa e Matilde imbastivano una rinnovata offensiva contro di lui, chiamando al trono il figlio Corrado in opposizione al padre e promuovendo una vasta campagna di sistematica diffamazione dell’imperatore. Nel 1095 Urbano II proclamò a Clermont la crociata e il conflitto passò in secondo piano. Matilde tuttavia era ora più potente che mai e fu lei nel 1098 a guidare i crociati francesi che permisero a Urbano di recuperare Roma sottraendola all’antipapa Clemente. Da allora sino alla morte, avvenuta nel 1115, Matilde fu intenta a recuperare i suoi domini e consolidare la propria autorità, spesso con l’uso delle armi. Ma fu una lotta estenuante, che la mise a confronto soprattutto con le nuove forze emergenti della società italiana medievale, vale a dire i movimenti comunali che si stavano imponendo nelle città, divenendo cruciale l’abilità della contessa nell’appoggiarsi all’una o all’altra città, in un modo che sarà anticipatore di quello che verrà messo in pratica mezzo secolo dopo dal Barbarossa. Questo ruolo di Matilde, non più tanto difensore del papato quanto grande principe intento a difendere i propri interessi, divenne chiaro quando il nuovo imperatore, Enrico V, scese in Italia nel 1111 con larghe forze militari e impose violentemente la propria autorità al papato. Matilde non difese il papa e non si oppose ad Enrico, anzi lo incontrò a Bianello e apparentemente lo nominò solennemente erede dei propri domini, venendone ricompensata con il titolo di vicaria imperiale e vice-regina d’Italia.

Matilde morì a Bondeno di Roncore, oggi Bondanazzo, il 24 luglio 1115, avendo ottenuto da poco tempo la sottomissione finale di Mantova, la città forse più importante dei suoi domini. Senza eredi diretti aveva legato i propri domini due volte alla Chiesa e una volta, l’ultima, all’impero, ma su tali legati non vi fu accordo allora e accordo manca tra gli storici tuttora. Secondo alcuni aveva adottato come erede un Guido Guerra dei conti Guidi, ma anche qui i documenti sono imprecisi e scarsamente convincenti, e comunque il legatario non fu in grado di esercitare i propri diritti. In ogni caso i domini allodiali si frammentarono tra i vari vassalli di Matilde mentre la Toscana, pur venendo avocata all’impero con nomine successive di vicari tedeschi, si avviò alla frammentazione e al periodo delle città-stato. Matilde fu l’ultima grande rappresentante del potere feudale nella penisola. La sua capacità politica e militare permise al papato di sopravvivere contro tutte le avversità nel terribile periodo 1080-1092 e ultimamente di affermare il proprio ruolo, quantomeno paritetico, nei confronti dell’impero e in generale del potere laico.

 

 

 

 

Autore articolo: Valerio Lucchinetti, laureato in Discipline Economiche e Sociali all’Università Bocconi di Milano con tesi di storia economica sui mercati granari in Lombardia nel XVIII secolo. Attivo professionalmente nel settore della gestione di portafogli azionari è appassionato di storia, con preferenza per il Medio Evo e l’età moderna sino alla Rivoluzione Francese.

Fonte foto: dalla rete

 

Bibliografia: Duff, Nora; “Matilda of Tuscany. La Gran Donna d’Italia”, Londra, 1909; Golinelli, Paolo; “Matilde e i Canossa nel cuore del medioevo”, Milano, 1991; Hay, David; “The Military Leadership of Matilda of Canossa, 1046-1115”, Manchester, 2008; Robinson, Ian Stuart; “Henry IV of Germany, 1056-1106”, Cambridge, 1999

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