Napoleone e Plutarco

Se avessimo avuto la possibilità di entrare nella biblioteca della Scuola reale di Brienne-le-Chateau, un istituto militare nel dipartimento dell’Aube in Francia, tra il 1779 e il 1784, è probabile che intento nell’avida lettura di qualche polveroso volume, avremmo incontrato un giovanissimo Napoleone Buonaparte.

Ad attirare l’attenzione di quell’esile ed emaciato studente erano prevalentemente i volumi dei  classici latini e greci per cui nutriva una speciale fascinazione. In particolare sappiamo che uno dei suoi autori preferiti, se non il preferito, era il Plutarco delle Vite parallele che conobbe con ogni probabilità nella traduzione francese di Jacques Amyot.

La curiosità sta nel fatto che colui il quale la storia l’avrebbe inesorabilmente fatta non si rivolse in prima battuta ai fatti storici, non tanto dunque alla storia evenemenziale e allo storico per eccellenza, non al Senofonte, non al Tucidide, ma a quel Plutarco che dal canto suo non fece mai mistero di essere soprattutto un biografo concentrato a evidenziare il carattere (ἦϑος) di un determinato personaggio storico più che gli eventi del quale era stato protagonista. È evidente che c’era qualcosa tra le righe di Plutarco che attirava l’interesse di quell’ambizioso giovane, non tanto dunque le grandi battaglie, gli intrecci politici o le imprese eroiche, quanto i vizi e le virtù, ma soprattutto lo spirito dei grandi personaggi che quelle imprese avevano compiute.

Non è difficile immaginare che tra le coppie delle Vite parallele ce ne fosse qualcuna prediletta dal ragazzo còrso, e alcuni indizi rispetto a quale fosse sembrano darceli gli eventi stessi che lo coinvolsero direttamente, ed in particolare il suo atteggiamento in alcuni momenti cruciali della vita.

Ci vengono in soccorso le parole di J.R. Hamilton che nel suo Plutarch, Alexander, A Commentary affermava: «Poiché Alessandro e Cesare furono le figure dominanti nel mondo antico sembrerebbe ovvio (o perfino inevitabile) che Plutarco le avesse scelte come termine di paragone; ma è evidente che egli trovava in loro molte qualità similari. In particolare entrambi sembrano essere fortemente trascinati dall’ambizione e interessati alla propria fama; entrambi mostrano autocontrollo; entrambi infine rivelano più tardi alcune tendenze alla tirannide».

Eppure seguendo le vicende di questi due illustri personaggi nelle pagine di Plutarco si direbbe quasi che l’austero Cesare e l’umorale Alessandro si lascino confrontare solo per opposizione.

Ma è indubbio che Napoleone Bonaparte, colui che sarà imperatore, abbia ammirato tra tutti in particolare questi due uomini. L’impresa d’Egitto, tanto per cominciare, non riportò forse il Primo Console sulle orme proprio di Alessandro e Cesare?

Alla base dell’intera opera di Plutarco c’è un chiaro intento didattico-morale che in questo caso si rappresenta attraverso alcuni elementi peculiari di questi due grandi personaggi che li accomunano malgrado le evidenti differenze di carattere: la capacità di non soggiacere ai piaceri del corpo, e dunque l’autocontrollo; la brama di onori e di gloria spesso abbinata a pensieri alti; la capacità di vincere la propria stessa natura e di reprimere le proprie debolezze per lasciare spazio al senso del dovere; la magnanimità nei confronti degli sconfitti e la generosità rivolta ai propri sottoposti sono altri evidenti trait d’union tra Alessandro e Cesare che non devono essere sfuggiti al giovane Napoleone. La venerazione che Bonaparte riuscì a suscitare nelle sue truppe non ricorda molto da vicino quella che soldati macedoni e romani tributavano ai loro più grandi condottieri? E questa attitudine della truppa nei confronti di Napoleone non era forse risultato di un atteggiamento incline al sacrificio e alla condivisione diretta delle condizioni dei propri uomini, proprio come amavano fare Cesare e Alessandro? Il Napoleone che guida le artiglierie nell’assedio di Tolone, quello che valica con le truppe il Gran San Bernardo, che si fa vedere sempre in prima linea, che ispeziona il fronte interloquendo con i soldati, non è forse lo specchio di un uomo imbevuto dall’ethos di quei grandi condottieri dell’antichità? Diverse sono le testimonianze che ce lo raccontano impassibile mentre le palle dei moschetti fischiano a pochi metri dal suo quartier generale e le artiglierie martellano il campo, dettare ordini quasi senza curarsi del pericolo, o ci narrano le sue passeggiate notturne tra i fuochi dei bivacchi, quando si fermava a parlare con i suoi uomini. Sebbene molti di questi racconti assumano inevitabilmente toni agiografici e quasi mitologici, la passione che riuscì a provocare nei soldati, che lo vedevano sempre come uno di loro, come le petit caporal, immerso nel loro stesso fango e pronto a condividere le stesse sofferenze, non è forse peculiarità di questo personaggio?

Alessandro Magno incarna l’archetipo del condottiero. Pur essendo incline agli eccessi passionali, all’ira e alla vendetta, come ci racconta il biografo greco, stabilisce alcuni dei canoni che ogni comandante che voglia ambire alla gloria dovrebbe avere: una weltanschauung idealistica corroborata da una precisa visione strategica, carisma, capacità organizzativa, tempismo e abilità nell’essere d’esempio e ispirazione per gli altri. Cesare s’indignerà con se stesso, ce lo racconta ancora Plutarco, pensando che alla sua età il macedone aveva già compiuto imprese leggendarie mentre la sua carriera stentava ancora a decollare. Ma il romano, a sua volta, e anche se in ritardo rispetto al suo predecessore scoprì la potenza dell’esercito sotto il profilo psicologico e umano, la forza dell’azione e della intraprendenza abbinata all’autorevolezza e alla fermezza che venivano alimentate da una giusta commistione di ferocia e magnanimità.

Così come Cesare prese la X legione, l’ultima nella scelta dei coscritti, che annoverava quindi tra le sue fila i più malfamati, poveri e peggio equipaggiati, praticamente la feccia rispetto alle altre legioni che ricevevano coscritti migliori, e la trasformò nel primo fedelissimo strumento della sua ascesa militare e politica, Napoleone affidò le proprie fortune al comando del derelitto esercito d’Italia, bistrattato e male equipaggiato dai comandi che preferivano puntare sui fronti primari in Germania. Eppure proprio servendosi degli ultimi, sia Cesare che Napoleone sapranno guadagnarsi l’amore delle proprie truppe. Anche per questo dunque, per ispirare i propri uomini, Bonaparte sembrò davvero ripercorrere l’esempio di Alessandro e soprattutto di Cesare.

E che Napoleone si fosse lasciato condizionare in questi suoi atteggiamenti da Plutarco sembra quasi scontato leggendo alcuni passi del biografo greco. Ad esempio, dopo aver narrato l’episodio che aveva come protagonista Granio Petrone, questore e soldato di Cesare che caduto in mano nemica preferì uccidersi piuttosto che ricevere la grazia dagli avversari, Plutarco aggiungeva: «Era lo stesso Cesare a favorire e alimentare simile spirito di coraggio e tale desiderio di gloria, innanzitutto compiacendo i soldati e premiandoli senza risparmio, dimostrando così che egli non raccoglieva danaro dalle guerre per lusso privato o per soddisfare le sue voglie, ma che esso si trovava presso di lui custodito come premio comune del valore, e che egli ne aveva parte in quanto ne distribuiva ai soldati degni; in secondo luogo poi col partecipare volontariamente ad ogni azione rischiosa e coll’accettare qualsiasi fatica. Conoscendo il suo desiderio di gloria non si stupivano del suo amore per il rischio; colpiva invece la sua resistenza alle fatiche, giacché sembrava che egli si sottoponesse agli sforzi al di là delle possibilità fisiche: era esile di complessione, bianco e tenero di carnagione, soggetto a emicranie e ad attacchi epilettici […]. Comunque egli non prese questa sua debolezza a giustificazione di vita molle, anzi considerò l’attività militare una cura di questa debolezza, contrastando i suoi malanni con lunghissime marce, mangiando frugalmente, dormendo sempre all’aperto, faticando, e così mantenendo il corpo inattaccabile ai mali. Dormiva per lo più in carri o in lettighe, utilizzando il riposo per l’azione […]. Procedeva poi con tale rapidità che quando uscì la prima volta da Roma nel giro di otto giorni fu al Rodano».

La suggestione è forte: basterebbe sostituire il nome di Napoleone a quello di Cesare per evidenziare quanto queste due figure, in relazione alle caratteristiche descritte da Plutarco, fossero sovrapponibili, finanche sotto il profilo fisico. E la rapidità d’azione non è forse un’altra caratteristica che lega indissolubilmente Bonaparte ai suoi illustri modelli? Napoleone, come Cesare e Alessandro Magno prima di lui, fu capace di accelerare il tempo e possederlo. Per farlo dovette però guidare degli uomini che fossero disposti a compiere l’impresa con lui, che mostrassero abnegazione verso il loro comandante. Le impressionanti marce che portarono a quel capolavoro strategico che fu Austerlitz sembrano figlie proprio di questa particolare attitudine di quel genio militare e del legame speciale con le sue truppe.

Non sappiamo se quel ragazzo piegato sui libri di una biblioteca scolastica potesse già avere in mente un futuro di gloria quale il destino gli riserverà in seguito, ma quello che probabilmente il giovane studente di Brienne riuscì allora ad intuire tra le righe del testo di Plutarco era che solo colui il quale fosse riuscito a comprendere non tanto le gesta ma lo spirito dei grandi del passato, avrebbe potuto ambire a sua volta alla grandezza. Una lezione che nessun insegnate della scuola militare sarebbe stato in grado di trasmettergli tanto quanto invece riuscì a fare un biografo greco di sedici secoli prima.

 

 

 

Autore articolo: Giuseppe De Simone, laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, presso la Sapienza – Università di Roma, con una tesi in Storia Militare su “L’esercito francese e la Guerra d’Algeria”, è studioso di storia del Mezzogiorno d’Italia.

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