La tattica navale dalla Campagna del 1588 alla Seconda Guerra Anglo-Olandese. Parte Quarta

Presentiamo ai nostri lettori la quarta parte di uno studio di Marco Mostarda intitolato “La tattica navale dalla Campagna del 1588 alla Seconda Guerra Anglo-Olandese” e dedicato all’evoluzione degli ordinamenti tattici e della relativa segnaletica navale che porteranno alla formalizzazione, coronata approssimativamente all’epoca della Battaglia di Lowestoft del 1665, della linea di fila: formazione che, come noto, dominerà poi incontrastata l’età della vela della guerra sul mare sino alle innovazioni introdotte, a partire dalla fine del XVIII secolo, dal pensiero di nuove generazioni di tattici brillanti incarnate da personalità come Rodney, Howe ed infine Nelson. Ringraziamo l’autore per avercene dato la possibilità. Clicca per leggere la terza parte.

Tale era la situazione di confusione tattica – o, per citare Corbett, di rinuncia da parte della marina del Commonwealth a formulare un qualsivoglia sistema tattico [47] – su cui intervennero le istruzioni dettate il 29 marzo (O.S.) 1653 dai Generals at Sea Blake, Deane e Monck. [48] Poco più di un mese prima, il 18-20 Febbraio, era stata combattuta la battaglia di Portland in cui Blake aveva avuto ragione di Tromp [49] per poi attaccare il convoglio (affondando o catturando almeno 50 dei 150 mercantili [50] di cui si componeva) cui la squadra olandese era preposta come scorta; pure quella vittoria era stata conseguita non tanto in virtù dell’eccellente condotta della flotta inglese, quanto a dispetto delle molte manchevolezze organizzative e disciplinari ch’erano emerse nel corso delle operazioni. Non solo gli inglesi erano stati inizialmente sorpresi a flotta ancora divisa, ma a Tromp era stato infine permesso di districarsi col grosso del convoglio nonostante che, al calare della sera del 20 febbraio, fosse stato messo all’angolo da Blake lungo il tratto di costa francese compreso fra Dieppe e Capo Gris-Nez. Un complessivo ripensamento dei regolamenti tattici e disciplinari si imponeva pertanto come indifferibile: già il 10 febbraio (O.S.), otto giorni prima dell’inizio della Battaglia di Portland, i Generals at Sea Blake, Deane e Monck avevano indirizzato all’allora viceammiraglio Penn [51] delle ordinanze su nove articoli che non contenevano in verità alcunché di nuovo rispetto a quanto sinora preso in esame: all’art. 2 esse prescrivevano infatti l’obbligo per il viceammiraglio e per il contrammiraglio al comando delle due “ali” della flotta di mettere, in caso di avvistamento del nemico, tante vele al vento quante ne occorressero per mantenersi in linea col centro comandato dall’ammiraglio, evidente indizio della persistente adozione della linea di fronte (se non del classico schieramento a mezzaluna) come modulo tattico fondamentale. [52] Infine, come anticipato, il 29 Marzo i Generals at Sea tornarono sull’argomento impartendo le prime Fighting Instructions all’altezza dell’organica trattazione che un tal nome implica: non più una collezione asistematica e spesso abborracciata di istruzioni di varia natura, bensì due ordinanze di navigazione e combattimento, rispettivamente su 21 e 14 articoli, emanate in un singolo volume contenente soltanto le manovre che ci si aspettava che la flotta fosse in grado di mettere in atto, al netto tanto delle riflessioni teoriche disgiunte dalle possibilità pratiche quanto delle seccature amministrative di più stretta competenza da parte delle autorità a terra. Da questo punto di vista le istruzioni del 1653 implicano non soltanto un positivo approccio empirico alla materia – il medesimo di tutte le successive Fighting Instructions emesse nel prosieguo dell’età velica – ma riflettono anche un crescente perfezionamento dell’organizzazione burocratica della marina ed un conseguente affinamento dei rispettivi ambiti di competenza: dinamica importante quanto e più dell’evoluzione del pensiero tattico, ma di cui non si può purtroppo dar conto in questa sede. Molto più complesso, per contro, risulta giudicare il carattere rivoluzionario di queste istruzioni proprio nell’ambito dell’evoluzione tattica. Sin dall’epoca di Corbett l’attenzione degli storici si è appuntata sull’art. 7 come sul primo testo normativo prescrivente la linea di fila; [53] esso infatti ordina che “nel caso l’ammiraglio dovesse avere il favore del vento rispetto al nemico, e le altre navi della flotta fossero sopravvento all’ammiraglio, allora dopo aver issato una bandiera di colore blu al pennone di mezzana od all’albero di contromezzana, ciascuna nave dovrà poggiare, ponendosi nella sua scia o disponendosi di prora all’ammiraglio pena la più severa punizione. Nel caso in cui l’ammiraglio fosse sottovento al nemico, e la sua flotta o qualsivoglia parte di essa sottovento all’ammiraglio, partendo dalla fine le navi sottovento potranno serrare entrando nella linea col loro ammiraglio, e se costui ammainerà una bandiera come quella prima descritta e poi poggerà, nessuno che gli sia sottovento dovrà poggiare, ma seguire questo [l’ammiraglio] o quelle [le altre navi] nello stringere il vento così da disporsi di prora o di poppa”. [54] Se unite agli scarni resoconti che sembrerebbero testimoniare l’adozione da parte inglese della linea di fila nel corso della successiva battaglia del Gabbard, queste disposizioni sono state solitamente interpretate come prova inconfutabile del definitivo trionfo della line ahead; il resto delle Instructions presenta tuttavia un quadro decisamente meno univoco. Il secondo articolo costituisce infatti una ripetizione quasi verbatim dell’originale art. 2 delle istruzioni già impartite il 10 febbraio al viceammiraglio Penn, e come tale continua a prescrivere uno schieramento in linea di fronte diviso fra ala sinistra al comando del contrammiraglio, centro al comando dell’ammiraglio e ala destra comandata dal viceammiraglio: alla luce di quanto testé specificato meglio si spiegano gli ordini contenuti nel successivo art. 3, ove si statuisce che in vista dello scontro generale “le navi di ciascuna squadra si sforzeranno di mantenersi in linea con il comandante in capo, a meno che detto capo non sia ferito gravemente o messo altrimenti fuori combattimento”: [55] con “keep in a line” è a mio parere evidente che qui si parli della linea di fronte – non di quella di fila – ancora considerata come la formazione tattica d’elezione con cui ingaggiare battaglia. Non si capisce pertanto quali circostanze presiedano all’adozione della linea di fila prescritta dall’art. 7 in luogo della linea di fronte, all’infuori della necessità di proteggere la propria ammiraglia ponendola al centro della propria formazione sia in procinto di attaccare sopravvento, sia nell’imminenza di essere attaccati da un nemico sopravvento; né se, a ben vedere, di una compiuta linea di fila si tratti. La prima parte dell’articolo prescrive una manovra da condursi in circostanze che abbiamo già ripetutamente esaminato sin dalla campagna navale del 1588, ovvero l’attacco da condursi col favore del vento poggiando in direzione del nemico. In verità non v’è nulla nel dettato che differenzi questo schieramento dalla ben nota manovra già codificata nelle ordinanze del 1617, con le unità che percorrendo idealmente la stessa rotta serrano sul nemico avvicendandosi al tiro. Quel che cambia, a mio avviso, è soltanto il grado di dettaglio con cui la manovra viene descritta: al momento di passare dalla linea di fronte a quella di fila le unità seguiranno l’ammiraglia poggiando e disponendosi alcune di prora, altre di poppa. La vera novità è che a questa manovra viene associato un segnale specifico, una bandiera blu alzata al pennone di mezzana od all’albero di contromezzana; e questa è una innovazione realmente rivoluzionaria, poiché non esistono complessi sistemi tattici senza un’adeguata segnaletica navale atta a comunicarne l’esecuzione. La manovra poi divisata nella seconda parte dell’art. 7 ha finalità difensive che ho già avuto modo di sottolineare: essa è incardinata meno nell’adozione della linea di fila come formazione per l’esercizio della massima potenza di fuoco che nella protezione del comandante in capo. Ritengo non sia fuori luogo leggere fra le righe di queste istruzioni su come manovrare sottovento al nemico, così come nella minaccia delle punizioni più severe, echi della confusione tattica e soprattutto delle gravi défaillance disciplinari che afflissero la flotta inglese a Portland. Nel corso del primo giorno di scontri il 18 febbraio era accaduto proprio quanto paventato dall’art. 7: il grosso della flotta di Tromp era piombato col favore del vento su di una piccola aliquota della squadra inglese, costituita proprio da Blake sull’ammiraglia Triumph assieme ad una manciata di “great ships” e mercantili armati; il resto dei vascelli inglesi giaceva sparpagliato sottovento all’ammiraglia ed avrebbe impiegato due ore a raggiungerla navigando di bolina. Due ore nel corso delle quali quattro o cinque vascelli inglesi furono costretti a rintuzzare gli assalti di non meno di trenta unità olandesi, uscendone in ultima analisi vittoriosi grazie al superiore peso di bordata ma al prezzo di gravissime perdite, fra cui oltre cento fra caduti e feriti a bordo della sola Triumph compreso lo stesso Blake, scampato di poco alla morte. [56] Le coincidenze fra gli episodi salienti della battaglia di Portland e le circostanze tattiche evocate dalle istruzioni del 29 marzo non paiono pertanto casuali, a maggior ragione in considerazione del comune consenso [57] nel considerare quello scontro come la fonte immediata degli ammaestramenti rielaborati in forma di Instructions un mese più tardi. Resta ora da stabilire come interpretare il dettato dell’art. 7 dopo averlo nuovamente inquadrato nella temperie della prima guerra anglo-olandese, invece di darne una lettura avulsa dal contesto e protesa a farne l’indiscutibile atto di nascita della line ahead. Probabilmente ancora in questa fase i Generals at Sea non avevano in mente moduli tattici che si distinguessero nettamente dal vecchio attacco basato sull’avvicendamento al tiro lungo una medesima direttrice, già messo in pratica all’epoca dell’Armada spagnola; d’altro canto le evidenze sull’importanza cruciale della potenza di fuoco – da Kentish Knock a Portland, ove pochi vascelli potentemente armati avevano avuto ragione di nugoli di nemici – si andavano accumulando in un ristretto arco temporale, stimolando una più ampia sperimentazione di tattiche ormai ben collaudate sotto la spinta riformatrice di ufficiali dall’approccio sistematico come Monck o di esperti artiglieri come Deane. [58]

 

Autore articolo: Marco Mostarda

 

In copertina: The Battle of the Gabbard, 12 June 1653 by Heerman Witmont. Fonte foto: dalla rete

 

Marco Mostarda ha studiato Scienze Storiche presso l’Università di Trento e collabora col Laboratorio di Storia Marittima e Navale dell’Università di Genova

 

NOTE:

 

[47] Corbett, Fighting Instructions, p. 81.

[48] Come notato da Nicholas A. M. Rodger, è un errore comune parlare di tre Generals at Sea, laddove la carica di General (inteso nel senso pristino di “commander-in-chief”) at Sea era unica, e pensata perché fosse assolta in condivisione dai colonnelli dell’esercito Edward Popham (1610-1651), Richard Deane (1610-1653) e Robert Blake (1599-1657): gli ordini dovevano essere emessi congiuntamente e riportare in calce la firma di almeno due dei tre ufficiali. Cfr. Nicholas A. M. Rodger, The Command of the Ocean. A Naval History of Britain, 1649-1815. New York – London: W. W. Norton & Company, 2006, pp. 2-3. Alla prematura morte di Popham nel 1651, questi venne sostituito l’anno seguente da George Monck (1608-1670), destinato ad essere uno degli uomini chiave della restaurazione Stuart del 1660, ottenendone in cambio l’elevazione a 1st Duke of Albemarle; al netto dell’imprecisione di cui ho testé dato conto, per amore di brevità seguito ad adoperare la dizione di “Generals at Sea”.

[49] Maarten Tromp (1598-1653), una delle grandi figure dell’epoca d’oro della Repubblica delle Province Unite e già un carismatico condottiero allo scoppio della Prima guerra anglo-olandese, in conseguenza della grande vittoria ottenuta tredici anni prima alla battaglia delle Dune contro la squadra di don Antonio de Oquendo.

[50] La stima è in John D. Grainger, Dictionary of British Naval Battles. Woodbridge: Boydell Press, 2012, p. 366.

[51] William Penn (1621-1670), a sua volta nominato General at Sea dal Parlamento il 2 Dicembre del 1653, dopo la morte il precedente 3 Giugno di Richard Deane alla battaglia del Gabbard, seguita il 31 Luglio dal conclusivo scontro di Scheveningen; Penn, dopo aver combattuto con distinzione nel corso della prima guerra anglo-olandese, avrebbe mantenuto i propri incarichi nella marina reale al momento della restaurazione Stuart del 1660 divenendo uomo di fiducia del nuovo regime. Nel 1665 parteciperà alla battaglia di Lowestoft assieme a Monck, venendo ambedue immortalati nella serie di tredici dipinti dedicati ai “Flagmen of Lowestoft” da sir William Lely.

[52] Instruction of Generals at Sea to Penn, in Gardiner (ed.), Letters and Papers, vol. IV, p. 35: “At the sight of the said fleet the vice-admiral or the that commands in the second place, and the rear-admiral or he that commands in the third place, are to make what sail they can to come up with the admiral on each wing, as also each ship according to her quality, giving a competent distance from each other if there be sea-room enough”.

[53] Più recementente anche J. David Davies si è mosso nella stessa direzione inaugurata più di un secolo fa da Corbett: cfr. Id., Pepy’s Navy, pp. 249-50.

[54] Instructions for the better ordering etc., in Corbett, Fighting Instructions, pp. 101-102: “In case the admiral should have the wind of the enemy, and that other ships of the fleet are to windward of the admiral, then upon hoisting up a blue flag at the mizen yard, or the mizen topmast, every such ship then is to bear up into his wake, and grain upon severest punishment. In case the admiral be to leeward of the enemy, and his fleet or any part thereof to leeward of him, to the end such ships to leeward may come up into the line with their admiral, if he shall put abroad a flag as before and bear up, none that are to leeward are to bear up, but to keep his or their luff to gain the wake or grain”. Come osservato da Corbett, “to come into a ship’s grain meant to take station ahead of her”, e così “gain the wake” e “gain the grain” equivalgono rispettivamente a disporsi di poppa o di prora alla nave ammiraglia in una linea di fila. Il senso immediato del secondo capoverso prescrivente le manovre da eseguirsi sottovento, sebbene espresso in modo alquanto intricato, è chiaro: se la flotta si trovasse sottovento all’ammiraglia, a sua volta sottovento rispetto al nemico, poggiare a un tempo per formare la linea di fila equivarrebbe ad abbandonare l’ammiraglia in coda alla formazione, alla mercé degli assalti nemici; da qui la necessità di parte della flotta di porsi in linea di fila con l’ammiraglia e, dopo che questa abbia poggiato, imitarne l’accostata non ad un tempo ma per contromarcia, in modo da disporsi in coda ad essa.

[55] Id., in Corbett, Fighting Instructions, p. 100: “[…] all the ships of every squadron shall endeavour to keep in a line with the chief unless the chief be maimed or otherwise disabled […]”

[56] A relation of the late engagement, in Gardiner (ed.) Letters and Papers, vol. IV, pp. 78-79 per il primo giorno di scontri; cfr. p. 7 dell’introduzione per una stima delle perdite a bordo della Triumph.

[57] J. David Davies, Pepy’s Navy, p. 249; Nicholas A. M. Rodger, The Command, pp. 16-17.

[58] In considerazione dei notevoli margini di incertezza che caratterizzano l’intero processo, nonché delle dinamiche di lungo periodo ad esso sottese, tentare – come qualcuno ha fatto – di identificare un singolo “inventore” della linea di fila cui ascrivere la sua definitiva adozione mi pare esercizio sterile.

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