Massimiliano Kolbe, la matricola 16670 del campo di concentramento di Auschwitz

Padre Kolbe è l’eroico frate francescano conventuale che nel campo di concentramento di Auschwitz offrì la propria vita per salvare quella di un padre di famiglia, Francesco Gaiowniczek, condannato a morire di fame come rappresaglia per la fuga di un detenuto.

Una notte del luglio 1941 i prigionieri del lager di Auschwitz furono scossi da un brivido di terrore quando seppero che un detenuto del 14° blocco, eludendo la severa sorveglianza delle guardie, era fuggito. Ciò per loro voleva dire rischio di more. Dieci di loro, scelti a caso, sarebbero stati gettati per rappresaglia nel bunker della morte. Funzionava così ad Auschwitz.

Difatti al mattino, dopo l’appello, il comandante del campo, passando tra i detenuti irrigiditi sull’attenti, ne indicò alcuni che, al suo ordine, uscirono dalle file. Eran tutti uguali nelle loro squallide casacche a strisce e con le teste rapate a zero. S’avviarono in silenzio e con consapevolezza verso la morte, rassegnati. Solo uno, l’ultimo chiamato, osò invocare pietà, urlando di avere moglie e figli. Allora si fece avanti un altro prigioniero. Disse do essere un sacerdote cattolico e si offrì di morire invece del compagno. Era il numero di matricola 16670, padre Massimiliano Kolbe.

Il suo non era soltato un atto di eroismo, ma l’offerta suprema di una vita già tutta spesa in carità e servizio al prossimo. Nato a SudunzskaWola, una cittadina del centro industriale di Lodz, in Polonia, l’8 gennaio 1894, era entrato nell’ordine dei frati minori conventuali ed aveva conseguito la laurea in filosofia e teologia a Roma. Diventato sacerdote aveva fondato una milizia pacifica sotto il patrocinio dell’Immacolata che, con la preghiera e la predicazione, tendeva alla conversione di coloro che non avevan fede. Nei pressi di Varsavia fondò una città dedicata alla Vergine, Niepokalanow, un complesso di tipografie, campi sportivi, ambulatori, una stazione radio e teatri, perfine un piccolo campo d’aviazione ed un efficiente corpo di pompieri. Nella Città dell’Immacolata tutti i frati, si dedicavano, vivendo in rigorosa povertà, all’apostolato per mezzo della stampa e furono autori di un consistente boom editoriale che ancor oggi sorprende, soprattutto grazie al Rycerz Niepokalanej, il Cavaliere dell’Immacolata, un mensile illustrato che avrebbe raggiunto una tiratura ordinaria di 750.000 copie addirittura un milione nel 1938). Non gli bastò e passò dalla Polonia alla Cina e al Giappone. Nel 1936, all’addensarsi minaccioso delle nubi della guerra, tornò in Polonia. Progettò pure un apostolato mariano in Russia, ma intantò scoppiò la guerra.

Il 19 settembre 1939 fu arrestato dalla Gestapo, che lo deportò prima a Lamsdorf (Germania), poi nel campo di concentramento di Amlitz. Rilasciato l’8 dicembre 1939, tornò a Niepokalanów, riprendendo l’attività interrotta. Un giorno del 1940 le autorità d’occupazione tedesche, preoccupate della sua influenza sul popolo polacco, tentarono di corromperlo, gli proposero di acquisire la cittadinanza germanica, di passare tra gli oppressori per aver salva la vita. Rispose: “Sono polacco e voglio restare figlio della Polonia”. Arrestato di nuovo il 17 febbraio 1941, fu rinchiuso nel carcere di Pawiak a Varsavia, e poi deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, dove con uno straordinario atto d’amore chiuse una vita tutta spesa al servizio degli altri.

Gli furono tagliati i capelli e la lunga barba da missionario. Gli fu tolto l’abito religioso. Evidentemente non bastò neppure la sofferenza della detenzione per placare il suo spirito caritatevole… Con passo sicuro raggiunse il gruppetto di condannati a morte, lasciando di stucco il comandante. Spogliati d’ogni indumento, i dieci prigionieri vennero rinchiusi in una cella sotterranea a morirvi d’inedia. Passano i minuti, i giorni, e dalla cella non si elevarono le attese grida di disperazione ma solo preghiere e canti di lode a Dio e all’Immacolata. I prigionieri iniziarono a morire così, in un fetido sotterraneo divenuto un oratorio ardente di fede.

Padre Massimiliano, il più gracile di tutti, resistette per diciotto giorni, ricevendo la morte con una iniezione di acido fenico perché la cella, che egli aveva trasformato in cenacolo di preghiera, serviva per altre vittime.

È stato beatificato nel 1971 da papa Paolo VI, che lo chiamò “martire dell’amore”, e quindi proclamato santo nel 1982 da papa Giovanni Paolo II.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

In copertina, Massimiliano Kolbe, fonte foto: dalla rete.

 

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