Proudhon, il Risorgimento e Roma

Proudhon è noto per essere un filosofo anarchico, meno per lo spirito nazionalistico e il sentimento temporalista che affiorarono in lui dinanzi al Risorgimento con articoli violenti, impetuosi ed impietosi, che condannano l’Unità e i suoi protagonisti. Il passo che segue è tratto da Garibaldi e l’Unità italiana, redatto a Bruxelles il 7 settembre del 1862.

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Non v’è bisogno di lunghe ricerche di storia, di politica, d’economia politica, per scoprire le ragioni che hanno determinato la formazione delle capitali più celebri, Ninive, Babilonia, Menfi o il Cairo, Corinto, Parigi, Londra, Vienna, Mosca, Lisbona, Pavia o Milano. Basta gettare gli occhi sulla carta. Roma stessa, parlo della Roma antica, posta sul basso Tevere a capo di tutta questa importante vallata, Roma ebbe, come capoluogo della repubblica latina, la sua ragione d’esistenza. Ma da quando Roma ebbe conquistato il  mondo ella ebbe la tendenza a decadere: i suoi trionfi, i suoi giuochi, i suoi monumenti, il suo Senato non servirono a nulla.

Il ogverno obbligato a seguire l’imperatore, ebbe la sua sede dovunque ad Alessandria, a Nicomedia, a Costantinopoli, a Treviso, a Parigi, a Ravenna; il titolo di capitale non fu per Roma che un titolo onorifico. I secoli e le rivoluzioni non hanno cambiato la posizione. Che è Roma oggi? Un museo, una Chiesa, niente dippiù. Come centro d’affari, di commercio, di industria, come punto strategico, come influenza della popolazione, nulla: Roma vive dello straniero, cioè come diceva l’economista Blanqui, dell’elemosina della cristianità. Toglietele i suoi preti è la città più meschina, più nulla dell’Italia e del globo, una Necropoli.

Ma io intendo. Si vuole giustamente per l’Italia unitaria, Roma col suo prestigio pontificale; si vuole il Papato ma accomodato alla moda costituzionale. L’Italia, checchè si dica, è sempre papale: i sarcasmi di Garibaldi e di Mazzini contro il sacerdozio non distruggono questo fatto. Si vuole, subordinando il papato al nuovo ordine di cose, rendere all’Italia la supremazia del mondo cattolico, soppiantare la Francia e l’Austria ormai semplici satelliti del grande pianeta romano e cristiano. Roma e l’unità; poi bentosto Venezia, il Trentino, la Corsica, Nizza, l’Illiria: per consumare questa grande restaurazione non vi sarebbe che cambiare una parola, invece di chiamare Vittorio Emanuele Re, bisognerebbe chiamarlo Imperatore. Così l’Italia più che mai pontificale ed imperiale, sarebbe al colmo dei suoi sogni, avrebbe ripreso come dice Mazzini l’Apostolato dell’Europa e Garibaldi terrebbe la promessa che ha fatto ai democratici francesi, suoi amici, di liberare la Francia dalla sua tirannia e di rigenerarla!

V’è ababstanza follia? Che! voi credete al risveglio di un popolo che per sola politica non sa che ruminare la sua storia d’altra volta, che non comprende niente del secolo nuovo, che non ha più neppure l’istinto che la sua posizione geografica gli dovrebbe suggerire; che non domanda l’espropriazione del Santo Padre che per rifare dell’italia intera uno stato semi-imperiale e semi-pontificale; che è data alle dispute guelfe e ghibelline; che alla vigilia del combattimento d’Aspromonte credeva ad una commedia recitata fra Vittorio Emanuele e Garibaldi, dimenticando che la monarchia è gelosa e che Garibaldi ricominciando la parte di Wallenstein, finirà come Wallenstein? Che! voi avete veduto all’ultima levata di scudi organizzata dal generale, deputati, magistrati, ufficiali, funzionari pubblici, studenti, borghesi, operai, a Genova, a Milano, a Firenze, a Napoli, a Palermo pronti a disertare la bandiera di Vittorio Emanuele come avevano disertato quelle dei loro duchi e del Re Francesco II, e voi credete alla consistenza di questo popolo, alla sua nazionalità!… Voi credete al civismo intelligente dei pugnali siciliani, dei coltelli trasteverini, delle bombe orsiniane, delle baionette garibaldine!

Ebbene! Io ve lo ripeto: ciò che vuole l’Italia, ciò che ella chiama e avrà, è una mano di ferro che la flagelli, e questa mano sia quella di un Absburgo, d’un Bonaparte, d’un Principe di Savoia o di un Garibaldi. Il suo destino cercato al di fuori della rivoluzione, è fissato: combinazione del pretoriano, dello sfruttatore e del prete; fuor di là, l’Italia ricade a pezzi nelle mani dello straniero. Le razze persistono, ma le nazionalità non rivivono: io non credo di più alla resurrezione dell’Italia che non vi credesse Metternich, non più che non creda alla resurrezione dell’Ungheria e della Polonia.

 

 

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