Servus Servorum Dei (Racconto breve)

A quarant’anni dalla fine della Guerra Gotica, i longobardi misero Roma sotto assedio e Gregorio I, la figura più autorevole e più potente che risiedesse stabilmente nella Città eterna, decise di fare da solo anziché aspettare la risposta di un imperatore lontano e distratto…

 

***

Eccoli. Dalle mura aureliane si vedeva il campo dell’esercito che assediava Roma, la Città Eterna. Erano lontani i tempi in cui Roma era il centro del mondo, dove i barbari vi arrivavano solo come schiavi e prigionieri di guerra, i tempi in cui bastava solo pronunciare il nome dell’Urbe per incutere timore a tutti i sovrani del mondo.

Tempi ormai lontani, nel ricordo dei quali Storia e leggenda si mescolavano. Gli imperatori che secoli prima avevano costruito e abbellito l’Urbe avrebbero pianto alla vista di quello spettacolo. Un’orda di barbari puzzolenti che impunemente assediava Roma. Nessun esercito aveva provato a fermarli; non l’Imperatore, per cui ormai Roma era poco più di una fastidiosa periferia; non l’esarca Romano, che anzi era il responsabile di quell’invasione, avendo mandato a monte ogni tentativo di pace; tantomeno il dux Giorgio, le cui truppe, poche e mal pagate, bastavano a malapena a tenere le mura.

I romani dalle mura vedevano i barbari, e si affollavano nelle chiese a pregare per la salvezza della Città, consapevoli che questa non sarebbe arrivata dalle armi romane. Romane per modo di dire, perché cosa avevano di romano quei soldati? Parlavano greco, siriano, copto, armeno, di latino sapevano solo gli ordini che gli avevano insegnato a bastonate, ed erano pagati da un imperatore che a Roma non si era mai fatto vedere e si ricordava di essere romano solo quando bisognava far pagare le tasse.

Ma non c’erano solo i soldati e i romani sulle mura. C’era un’altra figura. Una figura che nonostante un corpo minuto e un volto sofferente, sia a causa della gotta che per quello spettacolo a cui era costretto ad assistere, emanava forza morale e fermezza spirituale, e suscitava l’ammirazione dei presenti.

Si trattava del vescovo di Roma, papa Gregorio. La persona più influente presente nella Città Eterna. Negli anni precedenti, quando il re dei Longobardi aveva invaso i territori romani, aveva cercato con lui un accordo di pace, solo per vedere i propri sforzi distrutti dall’esarca Romano, che attaccando i longobardi aveva fatto naufragare quel tentativo.

No, non poteva sopportare più a lungo quella vista. Tornò al Laterano, assieme al suo seguito che lo aveva accompagnato sulle mura. Lì chiese di essere raggiunto dal dux Giorgio e dal prefetto Catulino, i rappresentanti a Roma dell’Imperatore romano.

Quando entrambi furono nel suo studio, la prima cosa che chiese fu: “Quando avete intenzione di attaccare e rompere l’assedio?”.

Il dux Giorgio, comandante militare della Città, rispose perplesso al pontefice: “Santità, non ci sarà nessun attacco. Lo sapete benissimo che i soldati a Roma sono pochi, e che da Costantinopoli sono mesi che non arrivano le paghe. Sto già facendo fatica a tenerli sulle mura, se andassi a dirgli che andiamo all’attacco dei lombardi mi ammazzerebbero senza troppi rimorsi.”

“Allora cosa intendete fare? Aspettare che finiscano le scorte di cibo e che la Città sia costretta a capitolare?” poi rivolto al prefetto disse “Andrai a parlare con Agilulfo?”

“E perché dovrei?” rispose stupefatto il prefetto.

“Beh, con un incontro a quattr’occhi si possono risolvere molte cose. Se voi andaste dal re nemico, forse potreste convincerlo a togliere l’assedio alla Città.”

“Non credo servirebbe a molto, Agilulfo non si fida dei funzionari dell’Imperatore” disse il dux Giorgio.

“Avete qualche idea migliore?” chiese il pontefice.

“Beh, visto che Costantinopoli è lontana, se sua Santità fosse disposta a pagare gli stipendi arretrati dei soldati potrebbe esserci l’attacco che desidera”.

“Se proprio devo spendere denari di tasca mia, preferisco farlo per cercare direttamente un accordo che salvi Roma, piuttosto che per rimediare alle mancanze dell’Imperatore”.

“Dobbiamo forse ricordare a sua Santità che anche il vescovo di Roma è un funzionario imperale?”.

“Certo, ma il mio dovere primario come vescovo è essere il pastore del mio gregge, e proteggerlo. E io proteggerò il mio gregge, a costo di andare contro alla volontà dell’Imperatore”.

“Avete intenzione di andare a parlare con Agilulfo?” chiese il dux Giorgio con un misto tra rabbia e preoccupazione.

“Sì. Non ho intenzione di permettere che Roma diventi un emporio di schiavi. Andrò oggi stesso a parlare col re lombardo”.

Alcune ore dopo il papa e il re Agilulfo erano uno di fronte all’altro, nella tenda del sovrano. Dopo aver offerto da bere all’ospite, offerta che però il pontefice declinò cordialmente, il re disse: “Se vuoi portarmi le promesse di pace dell’Imperatore, temo che tu abbia fatto un viaggio a vuoto. Le promesse dell’Imperatore hanno il vizio di valere meno di un soldo di peltro”.

“Tu stai parlando dell’Imperatore, non io. La proposta che ti faccio te la sto facendo io a nome della città di Roma, non dell’Imperatore”.

“Non sapevo che l’Impero Romano avesse perso Roma! Comunque, mi sta bene. Qual è la tua proposta per la salvezza di Roma?”.

“3.000 libbre d’oro. Oro della Chiesa proveniente dai nostri possedimenti nel Lazio e in Sicilia, e non dell’Imperatore. In più, il pagamento di un tributo annuale di cui stabiliremo l’entità quando le tue truppe si saranno ritirate da Roma”.

“Fai 7.000 libbre d’oro”.

“4.000 libbre, che è già più di quello che otterresti saccheggiando la Città”.

“6.000 libbre”.

“5.000 libbre d’oro”.

“Va bene, 5.000 libbre d’oro per ritirarmi da Roma. Appena ce le avrai fatte portare il mio esercito leverà le tende”.

Quando arrivò l’oro e i longobardi levarono l’assedio, la Città eterna esplose a festa. Si diffuse la voce che il papa aveva convinto il re lombardo a desistere dicendogli come la città fosse già stata saccheggiata dagli esattori imperiali. Chi non era contento per niente erano il dux Giorgio e il prefetto Catulino. Cosa voleva fare quel papa? Governare Roma al posto loro? Mettere sul trono un altro Imperatore? O addirittura sostituirsi ad esso?

Figuriamoci, però l’Imperatore non sarebbe stato contento del comportamento del papa, e questo li rallegrava.

 

 

 

 

 

 

Autore: Dario Carcano, laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, è appassionato di storia e ucronie

 

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