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Ancona 1920, la rivolta dei Bersaglieri

Una rivolta scoppiò ad Ancona il 26 giugno del 1920 allorquando i bersaglieri della caserma Villarey, appoggiati dagli operai della città, si rifiutarono di partire per una spedizione in Albania ordinata dal governo Giolitti. Tuttavia, malgrado la resistenza organizzata in alcuni quartieri della città, la rivolta venne rapidamente controllata.

Era l’estate dell’Autunno Rosso, i maggiori stabilimenti metalmeccanici del Nord Italia erano occupati. Il mondo contadino era riuscito ad intaccare il potere degli agrari strappando le otto ore dopo uno sciopero di cinquanta giorni tra il febbraio ed il marzo di quell’anno. L’11 reggimento bersaglieri doveva raggiungere il porto di Valona, occupato da un corpo di spedizione italiano che necessitava di rinforzi.

La rivolta dei soldati si trasformò subito in sommossa popolare che da Ancona si diffuse in altre città del centro e del nord del paese. Si unirono ai bersaglieri le organizzazioni anarchiche e socialiste della città. Scontri violenti si susseguirono per vari giorni e si estesero da Ancona, dove si contarono 21 morti, alla provincia e sino alle Marche, a Pesaro, Fano, Senigallia, Jesi, Macerata, Recanati, Fermo. Focolari di rivolta si accesero anche nelle Romagne e in Umbria. A Milano fu proclamato uno sciopero per solidarietà alla rivolta di Ancona; a Roma fu proclamato uno sciopero generale ad oltranza. A Pesaro i dimostranti manifestarono di fronte alla vicina Caserma Cialdini per spingere i soldati ad agire come i bersaglieri di Ancona ma dalla caserma si sparò con la mitragliatrice sui manifestanti, provocando la morte di Luigi Cardinali di Montelabbate.

Gabriele D’Annunzio scrisse un documento diretto ai bersaglieri di Ancona in cui si legge: “E si dice che voi vi siate ammutinati per non imbarcarvi, per non andare a penare, per non andare a lottare. […] Si dice che voi, Bersaglieri dalle piume riarse al fuoco delle più belle battaglie vi rifiutate di rientrare nella battaglia, mentre l’onore d’Italia è calpestato da un branco di straccioni sobillati e prezzolati. È vero? Non può essere vero”. Mussolini rimproverò il Partito Socialista d’aver abbandonato i rivoltosi mentre gli squadristi si scontravano in piazza con i manifestanti, tra i quali anche ex-legionari fiumani.

A mezzogiorno dello stesso giorno 26, un ufficiale riusciva a riprendere il controllo della caserma Villarey, impossessandosi della mitragliatrice che era stata posta davanti al portone. Si tentò di sedare la rivolta inviando da Roma le Guardie Regie che giunsero in città nonostante lo sciopero delle ferrovie ma furono respinte dai rivoltosi. Così il governo ordinò di sparare sul centro cittadino con i cannoni della Cittadella e di bombardare la città con le cinque cacciatorpediniere che erano nel suo porto. Il 28 giugno la rivolta fu soffocata.

Essa provò al governo Giolitti che il paese non avrebbe ancora sostenuto l’occupazione dell’Albania ed il 2 agosto 1920 fu firmato il “protocollo di Tirana” col quale si riconosceva l’integrità territoriale dell’Albania e si predisponeva il rimpatrio delle truppe italiane. L’Italia avrebbe conservato solo l’isolotto di Saseno.

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

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