Giovanni Miani, il “Leone bianco del Nilo”

Giovanni Miani, il “Leone bianco del Nilo”, verrà celebrato a Rovigo, a palazzo Roncale, in una mostra che lo vedrà protagonista. L’evento dal 12 marzo al 26 giugno 2022 racconterà le imprese e le scoperte di un rodigino che dedicò la propria vita alla scoperta delle sorgenti del Nilo.

Chi fu realmente Miani? Tutte le relazioni dei primi esploratori italiani in Africa (Miani, Piaggia, Franzoj ecc.) erano caratterizzate in primo luogo dal resoconto di vicende ed avventure sensazionali, fuori dal comune. Piaggia, permanendo tra i cannibali Niam-Niam per diciotto mesi, racconta di essersi perduto nella foresta equatoriale e di aver mangiato carne umana senza saperlo. Anche Miani, che come Piaggia non disponeva della necessaria preparazione culturale, si mosse in terra africana quasi fosse impegnato in un continuo gioco d’azzardo, nella forsennata e ossessiva ricerca delle favoleggiate sorgenti del Nilo e del mitico territorio di Ophir menzionato nella Bibbia. Ma con il passaggio al proto-colonialismo di Camperio le spedizioni si focalizzarono maggiormente sugli aspetti di sfruttamento e valorizzazione commerciali. Gli esploratori divennero così (più o meno volontariamente, al pari dei missionari) gli emissari delle compagnie coloniali o dei disegni imperialisti dei governi, e i loro resoconti si trasformarono anche (e soprattutto) in un inventario di beni e di risorse materiali e umane da sfruttare a vantaggio della nascente imprenditoria dell’Italia settentrionale. L’Italia si affacciò tuttavia allo scramble for Africa con grande ritardo e un vuoto culturale di fondo, e molti di questi resoconti esplorativi furono davvero esagerati, irrealistici ed oltremodo ottimistici.

Dietro tutto questo mondo “idealizzato” degli eroici esploratori a contatto con la diversità africana ruotavano, in realtà, sottesi e precisi interessi economici e di penetrazione commerciale, che lo stesso Romolo Gessi aveva tentato di perorare in Sudan. L’Equatoria divenne in quegli anni la zona centrale africana dove si sarebbe realizzata la convergenza delle grandi direttrici coloniali inglesi e tedesche. Non a caso Casati incontrò proprio in quell’area Stanley, che aveva in precedenza operato anche per il re Leopoldo II del Belgio (e divenuto tristemente noto per le sue atrocità in Congo), ed Emin pascià (alias Eduard Schnitzer), che operava per conto del governo egiziano e che in seguito avrebbe operato per la Germania. Per venire in soccorso di Casati, Camperio propose alla Società di Esplorazione di finanziare addirittura una spedizione militare alternativa a quella condotta dallo Stanley, che dal 1888 si era persa nel nulla in Equatoria e non dava più sue notizie. Fu Pippo Vigoni, nuovo presidente di tale Società, ad opporsi ad essa (memore peraltro dell’eccidio della spedizione Porro), anche per evitare di scontrarsi con Inghilterra, Francia e Germania in un’area che tali superpotenze si contendevano all’arma bianca.

Giovanni Miani era il figlio naturale di una merciaia di Rovigo, Maddalena Miani, che mentre faceva la governante fu messa in cinta dal nobile Bragadin di Venezia. Nacque a Rovigo nel 1810 e per i primi 14 anni visse in un permanente esilio familiare: il “piccolo bastardo” fu infatti destinato al lavoro nei campi, crescendo presso i parenti della madre ed educato alla cultura del manrovescio e dell’umiliazione, dormendo sopra un giaciglio di paglia e mangiando in una ciotola di legno. Crebbe senza affetti, scontroso, taciturno ed aggressivo, come un vero e proprio disadattato e mettendo a dura prova anche la scorza dei parenti contadini, che per “carità” cristiana lo avevano accolto al loro desco.

Morto il vecchio padre nobile, Miani ottenne solo a 26 anni l’emancipazione ed entrò in possesso dell’eredità paterna che gli spettava. Nasceva in lui, oltre al sacro fuoco per le belle donne, quella passione per la musica e l’ossessione per la compilazione di un’opera ardita, quella Storia universale della musica che lo terrà impegnato per gran parte della sua vita e contribuirà (insieme alla frequentazione del gentil sesso) alla dissipazione dei suoi averi.

Dopo un periodo molto burrascoso (nel 1848 Miani visse anche i moti della Repubblica Romana), con soli cento franchi in tasca, si imbarca insieme ad altri rivoluzionari su una fregata americana. Soggiorna a Malta, poi a Costantinopoli e poi prosegue verso l’Egitto, ma anche qui scoppia il colera.

Dopo aver trovato ospitalità presso la comunità italiana, si reca ad Alessandria con l’incarico di dirigere per un certo Lattis alcune piantagioni sperimentali di riso. Tra i due nasce un forte contrasto circa il sistema di concimazione. Miani ovviamente sostiene a spada tratta che il suo è il migliore, e riesce ad ottenere da Mustafa bey un’attestazione in tal senso e si licenzia. Decide così di dedicarsi (partendo praticamente da zero, come fece anche “the Great Belzoni”) all’archeologia, all’epoca molto redditizia: segue corsi di egittologia, senza mai ovviamente abbandonare la sua grande passione musicale.

Per raccoglier altri fondi Miani pubblicò anche un opuscolo (Posizione geografica dell’Offir della Bibbia e dell’origine del Nilo) che venne letto durante la riunione del 10 aprile 1858 al Congresso della Società Geografica di Parigi e che venne ristampato a Venezia nel 1862. Attraverso questa pubblicazione, Miani cercò di dimostrare che la mitica terra di Ophir coincidesse con le altrettanto mitiche sorgenti del Nilo. La sua mossa fu davvero astuta per attirare l’attenzione sul suo progetto esplorativo: cercare e infine ritrovare tali sorgenti equivaleva infatti a scoprire le miniere d’oro, gli enormi depositi di avorio, le pietre preziose e gli aromi (incenso e mirra) tanto decantate nella Bibbia, e che re Salomone aveva fatto portare a Gerusalemme attraverso la flotta di Hiram.

Ovviamente Miani esagerava, e non di poco, ma il 5 gennaio 1859 riesce a sottoscrivere al Cairo un contratto con Gustavo Revol di Lione, in cui si stabilisce che le spese della spedizione sarebbero state poste a carico di quest’ultimo, e che gli eventuali utili sarebbero stati ripartiti come segue: 50 per cento al Revol, 25 per cento a Miani e il restante 25 per cento ai componenti della spedizione, che il primo maggio del 1859 finalmente partì.

Al contatto con la primitività africana, esplosero in modo incontrollato le contraddizioni che Miani covava fin dalla tenera età. Per lui, che aveva subito sofferenze e mancanza di affetti si apriranno anche le porte della violenza e del sadismo, che sfociarono nell’episodio del villaggio bruciato da lui deliberatamente dopo il massacro dei suoi abitanti. Non fu sicuramente una bella penna (anche Piaggia, del resto, come abbiamo già detto chiese aiuto a De Amicis per mettere i suoi diari in bella grafia). Ma del resto, non si può pretendere che un esploratore sia necessariamente anche uno scienziato o un letterato! Se ci accostiamo comunque alle pagine di Miani troviamo ricche informazioni e descrizioni di regioni e di popoli, e soprattutto di quei Dinka, Shilluk, Niam-Niam e Nuer

Miani (che venne soprannominato il Leone bianco dagli indigeni africani, per via probabilmente della sua incolta barba canuta) iniziò così la sua avventura verso sud alla ricerca delle sorgenti del Nilo, in una regione che sarebbe stata battuta anche da Piaggia e da Casati. Il suo primo viaggio si arrestò sfortunatamente a poche giornate di viaggio dallo sbocco del Nilo Bianco dal lago Vittoria. Nel 1871 partì per una seconda spedizione, che lo portò oltre lo spartiacque nilo-congolese alla corte del re Mbunza, dove morì l’anno successivo.

La notizia della morte di Miani giunse in Italia solo nel 1873. La sua tomba venne ritrovata da Gaetano Casati nel 1881. Casati attraversò il Monbuttu e conobbe i Sandeh. Un giorno, varcando il Bitto, su di un informe rialzo del terreno ritrovò grazie a testimoni la tomba del Leone bianco. Malato, tormentato dalle febbri malariche, fu attaccato dalla dissenteria, che in breve tempo lo portò alla morte. Casati rinvenne solo pochi frammenti di ossa umane e parte di un’anfora. Conservò questi pochi resti con grande cura e si ripromise di riportarli in Italia, ma il re Cabrega dell’Unioro confiscò e distrusse tutto, insieme ai suoi preziosi diari di viaggio.

Le spoglie mortali di Miani, secondo i suoi desiderata, furono chiuse in una cassa di legno che egli stesso realizzò, col completo vestiario, la sua inseparabile pipa di terracotta e un’anfora di tabacco, il tutto ravvolta da un tappeto. La cassa venne chiusa con quattro lunghi chiodi, e fu accompagnata al luogo di sepoltura da arabi di Tangasi e da una schiera numerosa di indigeni. Gli fu recisa la lunga barba, che il re Mbunza (Munsa), capo della confederazione dei Dinka, fece intrecciare a cordone, e che sempre portò come cintura e talismano. Il giorno successivo alla sepoltura, ignoti ladri scoperchiarono la tomba di notte, rubando la cassa, i chiodi, il tappeto e il vestiario. Secondo Casati, “[…] avrebbero esportato anche il cadavere per mangiarlo, se non avessero avuto ribrezzo della carne di un bianco”.

Miani lasciò in eredità alla SGI alcuni reperti naturalistici ed etnografici (tra cui due “cimpanzè” imbalsamati), e un plico suggellato contenente una carta geografica e la descrizione del suo viaggio. Lasciò inoltre “[…] due uomini nani della tribù dei Tichi-tichi” che abitavano i circondari del Monbuttu. Si trattava di due bambini pigmei della tribù degli Akka che, dopo una breve sosta al Cairo, arrivarono in Italia e che destarono grande interesse e curiosità tra gli studiosi.

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Alessandro Pellegatta

Fonte foto: dalla rete

 

Alessandro Pellegatta è uno scrittore appassionato di letteratura di viaggio, storia coloniale e dell’esplorazione. Tra le sue ultime pubblicazioni storiche ricordiamo Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa (Besa editrice, 2019), Il Mar Rosso e Massaua (Historica, 2019) e Patria, colonie e affari (Luglio editore, 2020). Di recente ha pubblicato un volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana intitolato Esploratori lombardi.

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