Il sistema contabile romano-visigoto del Regno delle Asturie

Insediatisi in Aquitania con autorizzazione imperiale ad inizio del V secolo, i visigoti, nei cinquanta anni successivi, non solo aumentarono i territori da loro controllati in Gallia, ma si impadronirono rapidamente di quasi tutta l’Hispania. Come accaduto con altri popoli germanici insediatisi nell’Impero anche i visigoti adottarono il sistema monetario romano, tenendo la loro contabilità in Solidi e coniando Tremissi. In questo articolo indagheremo, dunque, sul sistema contabile romano-visigoto del Regno delle Asturie.

Sempre come accaduto presso le altre popolazioni per tutto il V secolo e per la prima metà del VI, le emissioni monetarie erano a nome dell’Imperatore di Costantinopoli, e solo nella seconda metà del VI secolo a nome del re locale.

 

Per i visigoti questo “salto di qualità” avvenne con Leovigildo, i suoi Tremissi però erano battuti ad un fino di 18/24, ben lontano dallo standard bizantino.

 

Con Liuva si ebbe un peggioramento a 15/24, titolo rimasto stabile fino a Chindasvindo quando, in controtendenza con quanto avveniva presso i franchi, risalì a 18/24. Rimase tale fino a Vamba, per poi precipitare coi suoi successori.

 

L’invasione araba del 711 distruggerà le capacità produttive delle Zecche Visigote tanto che Pelayo, rifugiatosi tra le montagne della Cordillera Cantábrica, non coniava moneta. Tuttavia questo non significa che nel, minuscolo, Reino de Asturias fosse assente la circolazione monetaria. Il regno, infatti, aveva ereditato il sistema contabile romano-visigoto e nei suoi confini circolavano sia i Tremissi visigoti – in un Diploma del 796 del Monastero di Santo Toribio de Liébana un bue è valutato 4 Tremissi -, sia vecchi Solidi romani – un documento del 952, compilato in quello che oggi è territorio portoghese, riferisce di una vendita per “XXVIII solidos romanos usum terre nostre” –, che Gallicani – da intendersi come Solidi fatti coniati dai Re Suebi nell’attuale Galizia – .
Non era sconosciuto neppure l’uso di monete d’oro andaluse, ad esempio in un diploma di Ordoño II sappiamo che Alfonso III concesse nel suo testamento a San Genadio, vescovo di Zamora, per la Chiesa di Santiago, la somma di “500 metcales ex auro purissimi”, dove “metcales” sta per “Mithqāl” ovvero l’unità di peso del Dīnār Andaluso.

 

Comunque in generale si può affermare che a partire dalla seconda metà del IX secolo la frequenza con cui vengono menzionate le monete d’oro nel Regno delle Asturie cala, mentre aumenta l’uso di “moneta merce”, grano, pecore o sale.
L’813 rappresenta l’arrivo di una novità destinata a rivoluzionare le Asturie.

 

La tradizione infatti vuole che in quell’anno un eremita di nome Pelayo abbia visto delle luci aggirarsi su un monte disabitato della Galizia, nel luogo detto “campus stellæ”. Informato della cosa Teodomiro, vescovo di Iria Flavia, durante l’ispezione del sito si sarebbe imbattuto in una tomba di epoca alto-imperiale contenente il corpo di un uomo decapitato, identificato subito come l’Apostolo Giacomo il Maggiore. Grazie alla generosità del Re delle Asturie Alfonso II il Casto, sopra la tomba venne costruita una cattedrale che da subito divenne un formidabile atrattore di pellegrini originando uno dei più importanti Cammini della Cristianità.

 

Lo scrivente non intende affrontare l’argomento della storicità di Giacomo il Maggiore, nè indagare l’identità del corpo ritrovato nell’813, vuole solo evidenziare come il flusso dei pellegrini in arrivo dalla Francia espose il piccolo Regno delle Asturie alle “novità” provenienti da oltre i Pirenei tra cui il nuovo modo carolingio di tenere la contabilità in Lire da 20 Soldi di 12 Denari.

 

Tradizionalmente l’abbandono del vecchio sistema contabile romano-visigoto in favore di quello carolingio sarebbe avvenuto proprio durante il regno di Alfonso II, concretamente però i primi documenti che registrano pagamenti in “solidos argenteos” sono della fine del IX secolo.

 

Comunque nel Regno delle Asturie ancora nel X secolo la quantità di moneta circolante restava estremamente scarsa e la popolazione continuava nell’uso generalizzato di “moneta merce”, per cui veniva fissata un equivalenza in Soldi.

 

Ad esempio in un Diploma Leonense del 951 un moggio di grano viene valutato una pecora, e cento pecore 5 Lire.

 

Di seguito vi riporto uno schema di come si teneva la Contabilità nel Regno Visigoto-Asturiense dal VI al X secolo:
Regno Visigoto ( secoli dal VI fino ad inizio VIII )
uso di moneta propria
1 Solido = 4 Tremissi
1 Tremisse = 8 Silique
Regno Asturiano ( VIII secolo e prima metà del IX )
uso di vecchie monete Romane, Visigote o Gallicane
1 Solido = 4 Tremissi
Regno Asturiano ( seconda metà del IX secolo e tutto il X )
assenza di moneta propria, uso generalizzato di moneta-merce, grano pecore sale, per cui si fissava un equivalenza in argento
1 Lira = 20 Soldi
1 Soldo = 12 Denari

 

Autore articolo: Enrico Pizzo, classe ’74, residente sui Colli Euganei. Appassionato di storia veneta e storia dei sistemi monetari preunitari.
Fonte foto: dalla rete
Bibliografia: Alvaro Campaner y Fuertes, Numismática Balear;  Francisco Codera y Zaidin, Tratado de Numismática Arábigo – Española; Jesús Vico & M. Cruz Cores, La moneda Visigoda; José Maria de Francisco Olmos, El nacimiento de la moneda en Castilla; Rafael Fronchoso Sanchez, Alfonso VI y la primeras acuñaciones Castellana

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