Il Meridione di Corrado Alvaro

Corrado Alvaro, tra i maggiori scrittori italiani della prima metà del Novecento, fu capace di coniugare la profonda conoscenza della sua terra, la Calabria, alle grandi correnti letterarie ed alle suggestioni filosofiche europee.  Corrado Alvaro nacque a San Luca nel 1895 e affrontò nel suo capolavoro, “Gente in Aspromonte”, esplorò tradizioni, miti, saperi, parole e gesti della sua gente. Tutti i suoi altri lavori, a cominciare dal primo, “L’Uomo nel labirinto”, mostrano i contrasti e le difficoltà d’un Sud contadino e chiuso che si avventura nel mondo esterno. Corrado Alvaro morì a Roma nel 1956. “Quasi una vita” è un diario che unisce riflessioni, piccole immagini di vita quotidiana e giudizi. Da esso estrapoliamo queste note, amare quanto profonde.

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Nella mia infanzia, fino a nove anni, al mio paese sono stato felice. Il paese mi pareva grande, mi pareva tutto il mondo. Non riuscivo neppure a concepire che di là dai monti esistesse un’umanità, e comunque mi pareva che tutti dovessero essere nelle condizioni in cui oggi immagino una tribù lontana di gente confusa e bisognosa. Non avevo neppure l’idea di una disuguaglianza sociale, della ricchezza né della povertà.

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Vi sono tipi di meridionali che passano la loro vita a scrivere suppliche ai potenti e lettere anonime. Ve ne sono che tengono a mente le date importanti della vita dei potenti e mandano i loro auguri a tempo.

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Il problema sociale della classe media alla caccia del posticino e della misera vita urbana. Fu il danno dell’Italia meridionale e poi dell’Italia intera. Aspira alla burocrazia e ha fornito una folta classe di burocrati che potrebbero essere buoni tecnici, operai, ecc. Non risolvendo il problema meridionale, lo Stato si assume l’Italia meridionale impiegatizia e come virtuale disoccupazione impiegatizia.

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Napoli coi suoi grandi casamenti, come costruiti per gente sfollata da una catastrofe. La catastrofe è la miseria. D’una vita decadente a Roma, estetizzante, erotica, mi accorgo vivendo a Napoli. Arriva ancora a Napoli un soffio popolare dalla campagna. Esiste ancora l’immagine della vecchia città, dove a certe ore la popolazione suburbana forma un popolo vario, rustico, come immagini d’un presepe. La sera è la popolazione urbana con la sua malinconia e le sue tare che occupa la strada, ed è come se fossero stati lasciati soli.

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Un tale toglie l’asfalto da una strada di Napoli, e lo carica su un carretto per venderlo poco più oltre. C’è qualcuno attorno che protesta. Altri lo difende dicendo: “Tanto, non è roba nostra”.

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A Napoli c’è una malinconia commemorativa. Non si sente parlare che del passato. Il presente non esiste.

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Un maestro sospendeva dalle lezioni alcuni suoi scolari perché avevano i piedi sporchi. Come faceva il maestro a sapere che gli allievi non avevano i piedi puliti? Ebbene, essi non avevano le scarpe. Il maestro ignorava che su quei piedi nudi si scontravano due tendenze della politica verso il Sud. I conservatori, come dire?, i più illuminati di loro, si limitavano a pretendere che fossero lavati i piedi di così miseri bambini: fatto coi piedi puliti, il loro sarebbe stato un passo avanti verso la civiltà. I progressisti invece si battevano perché i ragazzi scalzi avessero le scarpe.

 

 

 

Fonte foto: dalla rete

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