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La Battaglia di Canne descritta da Tito Livio

E’ stata una delle principali battaglie della seconda guerra punica ed ebbe luogo in Puglia, a Canne. Tito Livio la racconta così (Historiae ab Urbe condita, XXII, 46 – 52):

***

All’alba, Annibale mandò innanzi i Balearici e gli altri armati leggieri, e, passato il fiume, li schierò nell’ordine steso in cui li aveva mandati: i cavalieri galli e ispanici all’ala sinistra presso la riva di fronte alla cavalleria romana; l’ala destra fu assegnata ai cavalieri nùmidi; il centro fu costituito dalla fanteria, in modo che i fianchi fossero composti di africani e che nel mezzo stessero galli e ispanici. Gli africani li avresti creduti quasi tutti truppe romane, armati com’erano di armi prese al Trebbia e particolarmente sul Trasimeno. Galli e ispanici avevano scudi quasi eguali, spade differenti: i galli, assai lunghe e senza punta; gli ispanici, usi ad attaccare il nemico più di punta che di taglio, corte ma maneggevoli, e con la punta. E anche il resto dell’acconciatura di queste genti era terrificante sì per la gran mole dei corpi sì per l’aspetto: nudi i galli dall’umbilico in su, avvolti gli ispanici in tuniche di lino orlate di porpora, splendenti di mirabile candore. Il numero dei fanti schierati per quella battaglia fu di quaranta mila, di dieci mila quello del cavalieri. I comandanti erano alle ali, alla sinistra Asdrubale, alla destra Maàrbale; il centro era tenuto dallo stesso Annibale e dal suo fratello Magone. Il sole, o perché si fossero così disposti di deliberato proposito o fosse caso, batteva l’una e l’altra parte, molto opportunamente, di fianco, essendo i Romani vòlti a mezzogiorno, i Pùnìci verso settentrione. Il vento (gli abitanti del luogo lo chiamano Volturno), soffiando in faccia ai Romani, toglieva ad essi la vista spingendo loro gran polvere in pieno viso.

Levatosi il grido di guerra, si spinsero innanzi gli ausiliarii, e dapprima il combattimento fu tra gli armati leggieri; poi l’ala sinistra della cavalleria gallica e ispanica si azzuffò con l’ala destra romana, non tuttavia in forma di combattimento equestre: bisognava infatti lottare frontalmente perché, non essendoci intorno spazio per evoluzioni, da un lato le serravano le schiere dei fanti e dall’altro il fiume. Si urtarono dunque d’ambe le parti in linea di fronte; forzati a immobilità dalla calca i cavalli, i cavalieri si abbrancavano, l’uno per gettar l’altro di sella. La battaglia era ormai divenuta prevalentemente pedestre; tuttavia si combatté piuttosto aspramente che a lungo, e i cavalieri romani, respinti, volsero in fuga. Mentre finiva il combattimento equestre cominciò quello dei fanti, dapprima eguale di forze e d’impeto, fin tanto che galli e ispanici tennero fermo; infine i Romani, dopo lungo e ripetuto sforzo, avanzando di fronte e in file serrate, fecero ripiegare il cuneo nemico, troppo esiguo e per ciò poco resistente che sporgeva innanzi dalla linea. Allora, così respintili e vòltili in trepida fuga, li incalzarono, e, dallo stesso slancio trasportati, attraverso le schiere atterrite fuggenti a precipizio, in mezzo alla massa centrale, alla fine giunsero senza trovar resistenza agli ausiliarii africani, i quali si tenevano fermi su le ali arretrate, di qua e di là, mentre le schiere di mezzo formate dai gallo-ispani si sporgevano alquanto innanzi. E quando quel cuneo, prima respinto indietro, si fu portato su la stessa linea del fronte, e poi, retrocedendo, aperse un vuoto nel mezzo, gli africani già formavano due curve avvolgenti, e quindi avvolsero ai fianchi i Romani incautamente irruenti; infine, stendendosi ancor più accerchiarono i nemici anche da tergo. Allora i Romani, dopo di aver combattuto invano quella prima battaglia, non si curaron più dei gallo-ispani di cui avevano tartassate le spalle, e cominciarono una battaglia nuova anche contro gli africani, per essi svantaggiosa non tanto perché da accerchiati contro accerchianti, quanto perché stanchi dovevano combattere contro forze fresche e vigorose.

Ed anche all’ala sinistra dei Romani, ove contro i Nùmidi stavano i cavalieri dei socii, ardeva la battaglia, lenta dapprima e incominciata con una frode punica. Circa cinquecento nùmidi, che oltre le solite armi e i giavellotti avevano gladii nascosti sotto le corazze, si erano avanzati lontano dai loro fingendosi disertori, con gli scudi dietro le spalle; poi repentinamente eran scesi da cavallo, e, gettati ai piedi dei nemici gli scudi e i dardi, furono ricevuti in mezzo allo schieramento e, condotti nelle ultime file, ebbero l’ordine di fermarsi là dietro. Fino a che la battaglia non fu accesa da tutte le parti, si stettero fermi; quando poi la lotta ebbe occupati gli occhi e gli animi di tutti, allora, dato di piglio agli scudi che giacevano sparsi qua e là tra i mucchi degli uccisi, assalirono i soldati romani alle spalle, e, ferendoli alla schiena e tagliando loro i garetti, produssero grande strage, e spavento e confusione anche maggiori. Qua era dunque terrore e fuga, là battaglia ostinata senza più speranza; onde Asdrubale, che comandava da quella parte, fatti uscire i Nùmidi dal folto della mischia perché essi combattevano fiaccamente quando avevano il nemico di fronte, li mandò all’inseguimento dei dispersi fuggiaschi, e agli africani, ormai stanchi più dall’uccidere che dal combattere, aggiunse i cavalieri gallo-ispani.

Nell’altro settore della battaglia Paolo, benché già nel primo scontro fosse stato subito ferito gravemente da un colpo di fionda, pure non solo mosse più volte con reparti compatti contro Annibale, ma anche in alcuni punti rinfrancò il combattimento, protetto dai cavalieri romani i quali da ultimo si appiedarono, perché al console mancava la forza perfino di reggere il cavallo. Si narra che Annibale allora, a chi gli riferiva che il console aveva dato l’ordine di appiedare, esclamò: ” Come avrei preferito che me li avesse consegnati belli e legati! ” La battaglia dei cavalieri a piedi fu quale doveva essere per l’ormai sicura vittoria del nemico, volendo i vinti morire sul posto piuttosto che fuggire, i vincitori trucidano quelli che non potevano scacciare, furiosi per l’indugio che essi mettevano alla vittoria. Ricacciarono alla fine quei pochi che restavano, sfiniti dalla fatica e dalle ferite. Quindi furono tutti sbaragliati, e quelli che poterono ripresero i cavalli per fuggire. Come il tribuno dei soldati Cneo Lèntulo, passando oltre a cavallo, vide il console tutto insanguinato seduto su un sasso, ” Lucio Emilio “, gli disse, “il solo che gli Dei debbono riconoscere incolpevole di questo disastro, monta su questo cavallo, fin tanto che ti rimane un po’ di forza e fin ch’io posso prenderti su e proteggerti! Non rendere funesta questa battaglia anche con la morte di un console; abbastanza sono, anche senza questo, le lagrime e i lutti! ” Gli rispose il console: ” Onore al tuo valore, Cneo Cornelio; ma bada di non perdere, inutilmente pietoso, la possibilità di sfuggire alle mani del nemico. Va’; di’ pubblicamente ai Padri che rafforzino le difese della città e la assicurino con guarnigioni prima che il nemico sopraggiunga; e in particolare di’ a Fabio che Emilio è fin qui vissuto e muore memore dei suoi precetti. Lascia ch’io muoia in questa strage dei miei soldati, sì ch’io nell’uscir di carica non mi trovi ad essere un’altra volta accusato, o a diventare accusatore del mio collega per difendere con la colpa altrui la mia innocenza. ” Mentre così parlavano, prima li sorprese la turba dei fuggiaschi poi quella dei nemici; questi, non conoscendolo, coprirono il console con una nuvola di dardi; Lèntulo tra la confusione fu dal cavallo portato lontano. Allora fu una fuga generale e sfrenata. Sette mila uomini ripararono nel campo minore, dieci nel maggiore, due circa nel vicino borgo di Canne, ma questi, non essendo il borgo punto fortificato, furono subito accerchiati dai cavalieri di Cartalone. L’altro console, che o di proposito o per caso non si era unito a nessun gruppo di fuggiaschi, riparò in Venosa con un drappello di circa cinquanta cavalieri. Quarantacinque mila fanti, si dice, e due mila settecento cavalieri, metà romani e metà socii, caddero uccisi: tra essi i due questori dei consoli: Lucio Atilio e Lucio Furio Bibàculo, e ventinove tribuni dei soldati, alcuni consolari e già stati pretori o edili (tra essi Cneo Servilio e Marco Minucio, ch’era stato maestro della cavalleria l’anno precedente e console alcuni anni addietro); e inoltre ottanta senatori o eleggibili senatori per le cariche già esercitate, i quali si erano arruolati come volontarii. Tre mila fanti e millecinquecento cavalieri si narra che furon fatti prigionieri.

Tale fu la battaglia di Canne, eguale per rinomanza alla disfatta dell’Allia, ma, se meno grave rispetto a ciò che seguì, perché il nemico desistette dalle ostilità, più grave e più disastrosa per la strage toccata all’esercito. La fuga su l’Allia, infatti, fece perdere l’Urbe ma lasciò salvo l’esercito, mentre a Canne appena cinquanta uomini seguirono un console, e con l’altro che mori giacque quasi tutto l’esercito.

Nei due campi v’era una moltitudine quasi disarmata e senza capitani; quelli che erano nel campo maggiore mandarono a dire agli altri che si unissero con loro, mentre il sonno teneva i nemici, affranti dalla battaglia e poi dalle restanti gozzoviglie: se ne sarebbero andati in un’unica colonna a Canosa. Alcuni respingevano risolutamente la proposta; perché dunque quelli che così li chiamavano non venivano essi stessi, poiché la congiunzione poteva farsi anche così? Certo, perché tutto era intorno pieno di nemici, ed essi preferivano esporre a sì grave pericolo piuttosto gli altri che non sé stessi! Ad altri non tanto spiaceva la proposta quanto mancava l’animo. Publio Sempronio Tuditano, tribuno dei soldati, disse: ” Preferite dunque essere catturati da un cupidissimo e crudelissimo nemico, e che le vostre teste siano messe a prezzo, e se ne chieda il pagamento da chi domanderà se siate cittadini romani o socii latini, sì che la vostra vergogna e la vostra miseria procacci onore agli altri? Non lo vorrete, se pure siete i concittadini del console Lucio Emilio che preferì morire bene anziché ignominiosamente vivere, e dei tanti valorosissimi che sono ammucchiati intorno a lui. Ma, prima che la luce ci colga qui e più dense terme nemiche ci chiudano la via, erompiamo, aprendoci il passo tra questi drappelli disordinati che schiamazzano su le porte! Col ferro e con l’audacia ci si fa strada anche tra dense schiere nemiche. Stretti a cuneo, passeremo attraverso questa gente rilassata e scomposta come se nulla ci si opponesse. Venite dunque tutti con me, se volete salvare voi stessi e la repubblica! ” Ciò detto, impugna il gladio e, formato il cuneo, irrompe in mezzo ai nemici. E poiché i Nùmidi saettavano sul fianco destro ch’era scoperto, passarono gli scudi sul braccio destro, ripararono in circa seicento nel campo maggiore e subito di là, aggiuntasi a loro un’altra più grande schiera, giunsero incòlumi a Canosa. Ciò quei vinti fecero per impulso spontaneo, secondo che il loro tempera mento o la situazione li spingeva, non per ragionata deliberazione o per altrui comando.

Tutti circondavano il vincitore Annibale, e si congratulavano con lui, e lo esortavano a dare a sé stesso e ai soldati stanchi, ora che quella sì gran guerra era compiuta, riposo per il resto della giornata e per la notte seguente. Maàrbale invece, il comandante della cavalleria, pensava che non si dovesse punto indugiare: ” Anzi “, disse, ” perché tu ben sappia quanto si sia ottenuto con questa giornata, [io ti dico che] fra cinque giorni banchetterai vincitore sul Campidoglio. Seguimi; io ti precedo con la cavalleria, affinché ti sappiano giunto prima di apprendere che ti sei messo in marcia. ” Troppo bella cosa parve questa ad Annibale, ma troppo più; grande che si potesse lì per lì deliberarla. Disse dunque che elogiava la buona volontà di Maàrbale ma che occorreva un pò di tempo per ponderare siffatto consiglio. Al che Maàrbale: ” Eh sì, a nessuno dànno tutto gli Dei; tu sai vincere, Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria. ” E ben si crede che l’indugio di quel giorno fu la salvezza dell’Urbe e dell’impero.

L’indomani, all’alba, attesero a raccogliere le spoglie e a contemplare la strage, orrenda anche per, un nemico, tante migliaia di romani giacevano, fanti misti a cavalieri, come li aveva accomunati il caso o nel combattimento o nella fuga. Alcuni, riscossi dal dolore delle ferite inaspritesi nel freddo mattutino, si alzavano insanguinati di tra il, carnaio; e furono finiti dai nemici. Altri furono trovati vivi, coi fèmori o coi pòpliti recisi, che si nudavano la gola e la nuca, e chiedevano che fosse lor tolto il sangue rimasto. Altri furono trovati con la testa ficcata in una buca, e si vedeva che se l’erano scavata essi stessi, e che gettandovisi e coprendosi di terra si eran tolta la vita. Particolarmente fu notato un nùmida ancor vivo, tratto di sotto a un romano che gli giaceva, addosso, con le orecchie e col naso strappati, giacché quelle, non potendo più con le mani far uso dell’arma, di irato divenuto rabbioso., era spirato addentando il nemico.

Continuò fino a giorno inoltrato la raccolta delle spoglie; dopo di che Annibale mosse ad assaltare il campo minore, e innanzi tutto, con una linea fortificata, li tagliò fuori dal fiume. Del resto, la resa avvenne più presto ch’egli non sperasse, essendo tutti prostrati dalla fatica e anche dalle ferite. Fu pattuito che consegnassero armi e cavalli, e che il riscatto avesse ad essere di trecento nummi quadrigati per ogni romano, di duecento per ogni socio e di cento per gli attendenti, e che, pagato tal prezzo, potessero andarsene con una veste; poi i nemici li fecero entrare nel proprio campo, e furono tutti messi sotto custodia, i romani divisi dai socii.

Mentre là si perdeva così il tempo, dal campo maggiore si erano rifugiati a Canosa circa quattro mila uomini e duecento cavalieri, ai quali erano bastati l’animo e le forze, alcuni ordinati in schiera altri gettatisi disordinatamente per i campi (il che non era meno sicuro); e il campo, fu poi consegnato al nemico, con le stesse condizioni fatte all’altro, dai feriti e dai pavidi ivi rimasti. Copiosissimo fu il bottino, e, tranne i cavalli e gli uomini e tutto quello che v’era di argento (e ve n’era molto nelle falere dei cavalli, giacché usavano poca argenteria da tavola, particolarmente durante la milizia), tutto il resto fu dato a saccheggiare. Poi Annibale ordinò che si adunassero i cadaveri dei loro, per seppellirli. Si dice che fossero ottomila, tutti di gagliardissimi guerrieri. E secondo alcuni scrittori fu cercato e sepolto anche il console romano.

 

 

 

In copertina, busto marmoreo di Anniable esposto a Barletta in occasione della mostra “Annibale. Un viaggio”. Fonte foto: dalla rete

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