Le Catacombe di San Gaudioso

Dalla Basilica della Madonna della Sanità si accede ad un sottosuolo oscuro e ricco di fascino: le Catacombe di San Gaudioso. Sono molto più piccole di quelle di San Gennaro ma non meno suggestive, visitarle è come dare una sbirciatina al mondo dei morti.

Queste catacombe prendono il nome da Gaudioso l’Africano, vescovo di Abitine, in Tunisia, per sfuggire ai Vandali. A Napoli acquisì grande importanza nella locale comunità di fedeli ed alla sua morte, tra il 451 e il 453 d.C., il luogo della sua sepoltura, nell’area cimiteriale extra moenia della città, diventò il centro di un diffuso culto. Iniziò così ad espandersi il cimitero ipogeo paleocristiano per poi finire abbandonato e nel dimenticatoio, coperto da fango, detriti e nuove costruzioni.

Le catacombe vennero riscoperte per caso nel Cinquecento e, nel secolo dopo, affidate ai domenicani che vi costruirono la basilica in superficie. La scoperta del miracoloso affresco della Madonna della Sanità aveva infatti dato vita ad un flusso enorme di pellegrini oltre al desiderio di portare alla luce l’intero cimitero. Le modifiche apportate al sito dai domenicani sono enormi, oggi purtroppo resta soltanto una piccola porzione di quelle che furono le antiche catacombe originarie. Frequenti sono le aperture tra ambienti diversi nonchè preminenti le sepolture d’Età Moderna.

Ineffetti, le Catacombe di San Gaudioso si distinguono da quelle, più note, di San Gennaro, perchè qui sono fortemente evidenti alcuni dei tratti peculiari del rapporto che l’aristocrazia napoletana aveva con la morte nel XVII secolo. Anzitutto vi si trovano delle salette dove i cadaveri venivano lasciati a “sculare”.

La pratica della scolatura consisteva nel porre i cadaveri a sedere dentro delle piccole nicche, le cosiddette cantarelle , con un vaso utile a raccogliere i liquidi che i corpi rilasciavano decomponendosi. Da questa pratica, è ormai noto, deriva l’imprecazione napoletana “puozze sculà!” che sostanzialmente vuol dire “che tu possa scolare!”, cioè “che tu possa morire!”. Per velocizzare l’operazione i morti venivano oltretutto bucati da operai destinati a questo specifico compito, i cosiddetti “schiattamuorti“. Una volta “scolato” il cadavere, le ossa venivano lavate e seppellite. E qui abbiamo la seconda pratica insolita.

Se le ossa venivano seppellite nelle nicchie visibili lungo il percorso, i crani invece venivano incastonati nei muri dove un artista dipingeva l’affresco del loro scheletro ritraendo anche degli oggetti che simbolizzassero qualcosa della vita terrena del defunto come attrezzi del mestiere o anche delle massima che si addicevano alla sua condotta. Tutto traeva origine dalla teologia che individuava nella testa la sede dell’anima per cui dopo l’essiccazione, le teste venivano conservate.

Questi due insoliti aspetti delle Catacombe di San Gaudioso sono accompagnati da altri due: i teschi inseriti nei muri sono arrivati a noi tagliati, privi della parte che sporgeva all’esterno del muro, e non si sa perchè; un solo corpo, sicuramente un puzzle di ossa, è incastrato nel muro ed anche in questo caso non ne sono chiare le motivazioni.

Nelle catacombe è possibile dunque vedere gli “scolatoi”, le nicchie e gli affreschi degli scheletri. Alla sinistra dell’ingresso si può ammirare una scultura tufacea del Cristo morto che risale alla fine del XVII secolo. Tra le sepolture paleocristiance si nota la tomba di San Gaudioso, da tempo priva del suo corpo prima traslato e poi bruciato in un incendio. E’ qui inoltre seppellito anche l’autore degli affreschi, Giovanni Balducci, autore anche di pitture negli Uffizi, nella Cattedrale di Volterra e nel Duomo di Firenze, che rinunciò ad essere pagato per poter essere sepolto anche lui nelle catacombe.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Bibliografia: Carlo Avilio, La catacomba di San Gaudioso. Le radici sotterranee della cristianità disegnano nuove prospettive per il quartiere della Sanità, Napoli 2009.

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