L’ode ad Attilio Regolo
“Noi crediamo che, poiché tuona, Giove regni nel cielo: un dio in terra sarà ritenuto Augusto una volta che avrà unito all’impero i britanni e i parti minacciosi”. Si apre così, con tono pindarico, il carme III, 5 di Orazio. La spedizione in Britannia progettata nel 27 non fu mai attuata, né si tenne alcuna campagna contro i parti, sebbene, sei anni dopo, Augusto ottenne da essi la restituzione delle insegne tolte ai romani nella battaglia di Carre e il riconoscimento della supremazia romana. I parti però servirono ad Orazio per introdurre il ricordo amarissimo della schiavitù di diecimila soldati romani e quindi aprire la strada all’esaltazione di Attilio Regolo che, nel similare disastro di Clupea, nell’odierna Tunisia, durante la prima guerra punica, sacrificò se stesso pur d’evitare a Roma conseguenze vergognose.
“Vidi, vidi ego”, grida Regolo, sofferente per la ignominia di vedere cittadini romani ridotti in catene da Cartagine: “Io con i miei occhi ho visto le insegne appese ai templi cartaginesi e le arme strappate ai soldati senza lotta; io con i miei occhi ho visto le braccia di cittadini romani legate dietro il dorso prima libero…”. Era uno di loro, inviato a Roma per patteggiare, ma tuonò implacabile che non c’era da accettare accordo. Il pagamento del riscatto non avrebbe fatto che aggiungere all’onta il danno perché come è impossibile che la lana, una volta tinta di rosso, torni al primitivo colore, così è pure impossibile che il vero valore, una volta caduto, possa ritornare. Peggio ancora, è assurdo che una cerva districatasi dalle reti dei cacciatori abbia voglia di lottare, altrettanto lo è pensare che chi si è arreso al nemico senza reagire si comporti valorosamente in futuro. La fermezza con cui Regolo allontana da sé il bacio della sposa, i figli, gli amici piangenti, i parenti è stoica. Sapeva a quali torture andava incontro e le accettava con la stessa serenità con cui un patronus si liberava dai noiosi affari per tornare a Venafro o a Taranto.
La più alta ode di tutto il canzoniere oraziano è probabilmente questa Caelo tonantem credidimus Iovem regnare. La IV, 4, la Qualem ministrum fulminis alitem, è troppo costruita, troppo cortigiana e il discorso d i Annibale è lungo. Nell’ode III, 5 invece storia, polemica, parenesi sono diventate poesia e le ultime strofe dipinsero un’eroica, serena saggezza, senza retorica se senza pose. Fu probabilmente anche merito di questi versi se Sant’Agostino, nel De Civitate Dei, vide in Regolo l’espressione più alta e più pura della virtù romana.
Il console fu rinchiuso in una botte nel cui interno sporgevano chiodi acuminati. Seneca parlò di crocifissione, secondo altri gli furono recise le palpebre. Le fonti sono incerte, Polibio non fa alcun cenno. L’ode è dunque un’esaltazione della virtus e della fides romana, un’esortazione a conservare l’integrità perché in quegli anni, secondo una notiza di Giustino, epitomatore del II-III secolo d.C., vennero intavolate trattative tra romani e parti. Non andarono in porto, ma forse si penso di proporre il riscatto dei prigionieri di Carre e il senato ne discusse. Orazio disse la sua, ispirato dall’atteggiamento di Augusto. Il racconto della vicenda di Regolo acquisì così grande forza, divenne un exemplum per il presente.
Autore articolo: Angelo D’Ambra
Fonte foto: dalla rete